Vivere in modalità sopravvivenza

In natura, vivere in modalità sopravvivenza è di estrema utilità quando l’ambiente circostante è ostile e gli stimoli sono imprevedibili o terrorizzanti. Nessuno di noi dovrebbe mai sperimentare questo modalità di adattamento, tuttavia è ciò che in automatico facciamo quando ci troviamo in una situazione di svantaggio e gli stimoli esterni sono o appaiono minacciosi.

Il periodo in cui ognuno di noi si trovai in una situazione di forte vulnerabilità è l’infanzia, tuttavia non tutti devono ricorrere a un adattamento così estremo. Quando siamo piccoli, la nostra vulnerabilità è palese. Dipendiamo dagli adulti per qualsiasi cosa, dal nutrimento all’accesso alle cure di base (protezione dal freddo, dal caldo, igiene…). Non sempre questa vulnerabilità si trasforma in una situazione di svantaggio. In un ambiente prevedibilmente accudente, il bambino riesce a sentirsi al sicuro e impara a vivere se stesso, i legami di attaccamento e le emozioni.

In un ambiente imprevedibile (es.: oggi il genitore è accudente e domani no, oggi ciò che fa il bambino va punito mentre domani se il genitore è di buonumore va premiato…) o minaccioso (es.: quando il genitore legge i capricci del figlio come una sfida e non come una richiesta di rassicurazione), il bambino vive una situazione di svantaggio che tende a superare con un adattamento estremo: la modalità sopravvivenza.

Modalità sopravvivenza: in cosa consiste

La modalità sopravvivenza ti induce a vivere in uno stato di costante allerta o di disconnessione totale e ottundimento. La disconnessione rappresenta un meccanismo di difesa ancestrale meglio noto come congelamento. La presenza di tale meccanismo è stata documentata in ambito scientifico come una risposta istintiva, innata in ogni essere umano (geneticamente programmata). I bambini terrorizzati “si congelano” per non dover vivere situazioni di estrema imprevedibilità. E’ chiaro che il congelamento è una risposta istintiva a situazioni traumatiche che mettono a dura prova il sistema nervoso centrale del bambino, che diviene impossibilitato a regolare risposte emotive. Per il bambino, diviene più sicuro congelarsi, cioè non vivere affatto alcuna emozione/situazione. In situazioni traumatiche, la reazione di congelamento si verifica prima o dopo una reazione di attacco e fuga.

Lo stato di costante allerta è legato, infatti, ad altre due risposte istintive documentate in ambito scientifico e geneticamente programmate: attacco e fuga. Proprio come il congelamento, anche le reazioni di attacco e fuga sono reazioni tanto emotive quanto neuronali e fisiologiche, si manifestano in risposta a un evento percepito come pericoloso.

In balia degli eventi: senza controllo

Quanto più il bambino si sente in balia degli stimoli esterni, tanto più intense saranno le risposte di attacco, fuga e congelamento. La psicologia evoluzionistica ci insegna che queste risposte sono essenziali per la sopravvivenza: quando un individuo si trova dinanzi a una situazione che non può controllare, in una posizione di estremo svantaggio, diviene fondamentale rispondere in modo repentino.

Eventi traumatici, abusi emotivi, fisici, maltrattamenti, figure di accudimento imprevedibili, manipolatorie, istrioniche, narcisiste… possono facilmente innescare nei figli un adattamento estremo come quello appena descritto. Molti genitori non riescono a comprendere che l’unica cosa di cui ha bisogno un bambino è sentirsi al sicuro. Vedono nei capricci e nei pianti una sfida e non una ricerca di conforto, oppure, peggio, ci vedono un’ingiustizia subita: il genitore sente che il bambino dovrebbe ripagarlo in qualche modo e il minimo che potrebbe fare per mostrare un po’ di gratitudine è stare in silenzio ed essere ubbidiente. Non sono rari i genitori che rimproverano duramente e puniscono un bambino spaventato che piange. Tutto questo riflette una visione davvero drammatica dell’infanzia, dell’accudimento e dell’amore.

Quanto più il bambino si è sentito in balia degli eventi, tanto più l’adulto cercherà di mantenere il controllo sugli eventi della vita quotidiana generando una forte rigidità, pressione e stati d’ansia.

Ancora, quanto più il bambino avrà sperimentato reazioni di attacco, fuga e congelamento, tanto più da adulto avrà il bisogno di ricercare un equilibrio tra sentire troppo e sentire troppo poco, con una finestra di tolleranzaestremamente ridotta. A questo adulto, più che una condizione di equilibrio, servirà accettare e rassicurare tutte le parti ferite del sé.

Ogni stimolo successivo, anche se neutrale, viene percepito come minaccioso

Durante la reazione, l’intensità dell’emozione indotta dallo stimolo determinerà anche la natura e l’intensità della risposta comportamentale. Così, da adulte, le persone con più alti livelli di reattività emotiva possono essere inclini ad ansia e aggressività, il che dimostra le implicazioni di una reazione emotiva nella reazione di attacco o fuga. Questo succede perché la persona continua a percepirsi come priva di controllo, continua a percepirsi come in una posizione di svantaggio… anche quando ormai è adulta e non si trova più in una condizione di vulnerabilità.

Se le risposte di attacco, fuga e congelamento sono di estrema utilità in ambienti ostili, diventano disadattive in ambienti neutrali. La costante allerta, infatti, dà la percezione alla persona di continuare a vivere in battaglia e, a causa di biases cognitivi (e di un sistema nervoso centrale ormai allenato ad attivare certe risposte) ogni stimolo esterno, anche se neutro, viene letto come potenzialmente minaccioso. Così, chi vive in modalità sopravvivenza si ritrova a reagire in modo eccessivo a piccole provocazioni e a vivere tutto come una minaccia al proprio sé.

Vivere bene solo in coppia

Anche aspettare che arrivi qualcuno a completarci per iniziare a vivere (e non più sopravvivere) può essere considerata una risposta di sopravvivenza. Ci sono delle persone che si sentono complete solo in coppia, solo quando qualcuno le riconosce come meritevoli e degne.

Queste persone stanno vivendo in modalità sopravvivenza e si sentono al sicuro solo quando qualcuno (il partner) le accudisce. Le relazioni che stringono sono di codipendenza o dipendenza, cercano sicurezza nel partner perché non riescono a fornirla in autonomia a se stessi, dato che nella loro vita bellica non sono mai state in grado di sperimentare una reale sicurezza.

Dire addio alla modalità sopravvivenza

Non é facile scegliere tra sopravvivenza e felicità quando di mezzo s’intravede l’abisso. Eppure, quell’abisso ormai non esiste più, fa parte di un passato molto lontano. Eppure non è possibile semplicemente smettere di vivere in modalità sopravvivenza, risuona anche banale affermare che si è in agitazione per qualcosa che è accaduto molti anni prima. Ciò che impedisce di vivere pienamente la vita non sono le esperienze traumatiche accadute molti anni fa, ma le risposte che si sono perpetuate negli anni successivi, alle quali si aggiungono suggestioni, autocriticagiudizio, colpa, rifiuto, vergogna, rabbia, frustrazione, impotenza… Tutte emozioni che vanno a cablare il sistema nervoso centrale.

Le risposte di congelamento, per esempio, coinvolgono l’amigdala basolaterale e l’ippocampo. Lo stesso fanno le risposte di attacco e fuga con un’iperattivazione del sistema nervoso autonomo che va a condizionare il sistema immunitario, innesca risposte nelle ghiandole surrenali e pituitaria. Quindi chi è allenato a vivere in modalità sopravvivenza non lo fa solo con il suo bagaglio emotivo ma lo fa con l’intero background neuronale-fisiologico.

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO FONTE https://psicoadvisor.com/vivere-in-modalita-sopravvivenza-25810.html

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