Microaggressioni: cosa sono e quali le conseguenze psicologiche?

Le persone che fanno parte di gruppi sociali minoritari possono subire discriminazioni, ostracismo, aggressioni, violenza e crimini d’odio, qualora  il contesto socio-culturale in cui vivono non integri, anzi, rifiuti le loro identità. Tra le varie forme possibili di discriminazione ne esiste una forse meno conosciuta ma potenzialmente quotidiana: la microaggressione. Il termine indica «brevi e comuni azioni quotidiane verbali, comportamentali e offese dell’ambiente, intenzionali o non intenzionali che veicolano ostilità, disprezzo e offese negative razziali, di genere, dell’orientamento sessuale, religiose e insulti rivolti a una persona o gruppo target» (Torino 2019, in Anzani, 2019:4). 

In origine il termine, coniato alla fine degli anni ‘70, indicava le offese e gli atteggiamenti razzisti quotidiani, più o meno intenzionali, che le persone bianche mettevano in atto nei confronti delle persone nere. Negli anni 2000 il termine è stato poi impiegato per indicare simili vissuti di persone di altri gruppi sociali oppressi (Nadal, 2008; 2011) includendo, ad esempio, l’esperienza delle donne, delle persone LGBT+, delle persone che fanno parte di minoranze religiose e delle persone disabili. 

Non è tuttavia possibile riflettere sul fenomeno della microaggressione senza prendere in considerazione l’identità sociale. Quest’ultima si riferisce alla capacità delle persone di categorizzare e categorizzarsi, di riconoscere se stessi e l’altro da sé come parte di gruppi sociali (Turner, 1987). Non si tratta di un costrutto unico e statico poiché le persone possono riconoscersi come parte di più gruppi sociali, anche minoritari. In questo caso si può parlare di intersezionalità (Crenshaw, 1989) intesa come la sovrapposizione di più identità sociali, ognuna con le proprie peculiarità e specifiche necessità, che vanno prese in considerazione quando si riflette sulle possibili discriminazioni e oppressioni che una persona può vivere. 

Cosa Sono?

Le microaggressioni sono  “piccoli” eventi, quindi possono inosservati ai più. Non si tratta infatti di manifesti atti di discriminazione e odio verso un determinato gruppo sociale ma di atteggiamenti, discorsi e comportamenti che sottendono un messaggio svalutante, discriminatorio e stigmatizzante. Per chi la subisce, la microaggressione può avere conseguenze sul benessere psicologico, soprattutto quando ripetuta nel tempo e in vari contesti della propria vita come quello lavorativo, amicale e/o familiare (Nadal 2008; 2011). 

Tre sottotipologie (Sue, 2010): 

  • microassalti: si tratta di attacchi che hanno l’obiettivo di ferire la persona o il gruppo. Spesso vengono messi in atto in contesti di gruppo, situazioni in cui chi li perpetra è in qualche modo salvaguardato.
  •  microinsulti: forme di comunicazione che veicolano messaggi denigratori e svalutanti, spesso si riferiscono a stereotipi e pregiudizi nei confronti del gruppo sociale della persona. 
  • microsvalutazioni: La natura stessa della microaggressione, e quindi il suo essere spesso implicita, non intenzionale, continua e ripetitiva, inoltre,può portare chi la perpetra a non riconoscerla né riconoscere le possibili conseguenze che può avere nell’esperienza di chi la subisce. Le microsvalutazioni negano le emozioni, i sentimenti e le esperienze delle persone. Possono essere più o meno esplicite e più o meno intenzionali. Ne sono esempi commenti come «Sei troppo sensibile, non sono transfobico!»o «Parli sempre di discriminazione!» (Anzani, 2019, p. 5).

Cosa Comportano?

Un recente studio (Nadal, 2011) condotto con persone facenti parte di minoranze sessuali (lesbiche, gay e bisessuali), mostra che le reazioni alle microaggressioni possono riguardare tre principali domini dell’esperienza

  • Il comportamento: come si comporta chi subisce la microaggressione? Le reazioni comportamentali comprendono strategie di coping che vengono messe in atto per far fronte alla situazione. Si può trattare di coping passivo come nel caso in cui vengono ignorate le microaggressioni sebbene vengano riconosciute, di coping di confrontoquando la persona che subisce la discriminazione si difende dalla stessa e coping protettivo quando, a seguito di una valutazione della situazione, si sceglie di non reagire attivamente perché si ha paura che la propria sicurezza sia messa a rischio. 
  • Il pensiero: cosa pensa della microaggressione? Le persone coinvolte nella ricerca LGB+ hanno partecipato ad alcuni focus group per riflettere sul fenomeno. Per alcune persone la microaggressione ha portato alla costituzione di identità sociali ancora più forti come persone facenti parte della comunità LGBT+ e ha rinforzato la loro resilienza. Per altre, invece, la microaggressione può portare a una tendenza di conformismo alle norme sociali dominanti (nel loro caso l’eteronormatività) nascondendo la propria identità LGB+ e fingendo di essere eterosessuali in alcuni contesti in modo da evitare possibili atti discriminatori.
  • Le emozioni: cosa prova in seguito alla microaggressione? Le emozioni che possono essere generate dalle microaggressioni sono varie e riguardano principalmente rabbia, frustrazione, tristezza, imbarazzo e vergogna. Questi vissuti hanno delle ripercussioni sulla salute mentale delle persone e aumentano la possibilità di fare esperienza di ansia, depressione, abuso di sostanze, bassa autostima e ideazioni suicidarie (Ibidem). 

Come Agire?

Le microaggressioni sono (in parte) conseguenza dell’interiorizzazione di stereotipi e pregiudizi verso i gruppi minoritari. Durante i processi di socializzazione primaria e secondaria co-costruiamo la nostra realtà negoziando significati con il nostro ambiente sociale di riferimento (Berger & Luckmann, 1969). In altri termini: apprendiamo le norme sociali e ne facciamo una nostra lettura che può essere più o meno aderente a quella fornita dal contesto. Questi processi riguardano anche le persone che fanno parte dei gruppi minoritari che possono quindi interiorizzare stereotipi e pregiudizi svalutanti verso la propria identità, come nel caso dell’omo(lesbobitrans)fobia interiorizzata. Ne consegue che può essere complesso, per la persona, riconoscere la microaggressione e difendersi da questa. Le strategie di copingche possono essere messe in atto variano in base alla persona, alla sua storia personale e alle risorse sociali e situazionali che ha a disposizione. Come accennato nel precedente paragrafo, infatti, esiste il coping protettivo per cui la persona può trovarsi a valutare il rischio che potrebbe correre se si difendesse dalla microaggressione subita. 

Un recente studio circa l’esperienza di microaggressioni in donne nere (Holder et al. 2015) ha messo in luce che tra le possibili risorse per far fronte alle microaggressioni (come ad esempio la spiritualità, il senso di orgoglio per la propria identità, l’evitamento di situazioni che possono generare distress, ecc), gioca un ruolo fondamentale la rete sociale di supporto in cui è possibile legittimare emozioni, sentimenti e vissuti che vengono svalutati altrove. 

In conclusione la microaggressione è, dunque, un fenomeno di difficile individuazione per chi la perpetra che può generare alti livelli di stress e sofferenza psicologica in chi la subisce. Ognuno di noi ha varie identità sociali e interagisce quotidianamente con gruppi sociali minoritari e/o stigmatizzati, anche quando ne fa parte. Essere consapevoli dell’esistenza della microaggressione può aiutarci a riconoscere quando la subiamo e quando la mettiamo in atto, riducendo così la possibilità di svalutare il vissuto di sofferenza di chi la subisce.

Fonte: https://www.antrodichirone.com/index.php/it/2020/11/10/microaggressioni/

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