Ciò che ereditiamo senza saperlo

Trauma transgenerazionale, relazioni familiari e tracce di ciò che è accaduto prima di noi

Una persona si accorge di avere difficoltà a fidarsi, a lasciarsi andare, a separarsi dai propri genitori. Un’altra sente di dover essere sempre forte, di non poter mostrare la propria fragilità, ma non ricorda quando abbia imparato a esserlo.

A volte la risposta non si trova soltanto nella storia individuale. Si trova anche nella storia della famiglia.

Non significa che ereditiamo un trauma come si eredita il colore degli occhi. E non significa che un’esperienza vissuta da un genitore o da un nonno determini inevitabilmente il destino psicologico dei figli e dei nipoti.

Significa qualcosa di più complesso: le esperienze traumatiche possono lasciare tracce nelle relazioni, nei modi di educare, nelle paure, nei silenzi, nelle aspettative e nelle modalità con cui una famiglia interpreta il mondo. Ed è proprio qui che entra in gioco il concetto di trauma transgenerazionale.

Quando una storia continua anche dopo la fine dell’evento

Immaginiamo una famiglia che abbia attraversato una guerra. Il nonno ha conosciuto la fame, la perdita, la paura. Ha imparato che il mondo può diventare improvvisamente pericoloso e che bisogna essere pronti a tutto. La guerra finisce, ma alcune modalità di sopravvivenza possono rimanere. Il cibo non deve mai essere sprecato. Bisogna mettere qualcosa da parte “perché non si sa mai”. “Non ci si può fidare troppo degli altri”. “È meglio non lamentarsi”. “Bisogna essere forti”.

Il bambino che cresce in quella famiglia non ha vissuto la guerra. Eppure può crescere all’interno di un mondo organizzato, almeno in parte, dalle conseguenze di quella guerra.

Questo è uno degli aspetti più interessanti del trauma transgenerazionale: un evento non deve necessariamente essere vissuto in prima persona perché la sua eredità possa influenzare le generazioni successive.

La trasmissione può avvenire attraverso molti canali: attraverso il modo in cui un genitore reagisce alla paura; attraverso ciò che viene raccontato e ciò che viene taciuto; attraverso l’iperprotezione; attraverso la difficoltà a separarsi; attraverso aspettative molto elevate; attraverso la convinzione che mostrare le emozioni sia pericoloso. E, a volte, anche attraverso un silenzio che sembra non dire nulla, ma che in realtà comunica moltissimo.

“Nella mia famiglia non si piange”

A volte la trasmissione non riguarda una paura, ma riguarda una regola: “Non piangere”; “Devi essere forte”; “Non puoi permetterti di crollare”; “Ci sono persone che stanno peggio”.

Queste frasi possono diventare, nel tempo, vere e proprie regole emotive. Una persona può crescere imparando a non chiedere aiuto. Quando sta male tende a isolarsi. Nelle relazioni affettive fatica a mostrarsi vulnerabile. Se qualcuno le chiede come si sente, risponde quasi automaticamente: «Tutto bene».

Durante il lavoro terapeutico può emergere che anche il genitore era stato educato nello stesso modo. E che, ancora prima, un nonno aveva attraversato anni di difficoltà economiche, familiari o sociali durante i quali mostrarsi fragile non era percepito come un’opzione.

Tre generazioni, tre persone diverse. Eppure una regola può essere rimasta: la sofferenza si sopporta, non si racconta.

In questo senso, il trauma transgenerazionale non deve essere necessariamente identificato con un singolo evento traumatico. Può riguardare anche la persistenza di una modalità di risposta al dolore.

Una generazione può imparare a sopravvivere non sentendo. La generazione successiva può imparare a fare lo stesso. Finché qualcuno, per la prima volta, si chiede: ”Ma io cosa sento davvero?”.

Il peso dei segreti

C’è poi un altro elemento particolarmente delicato: ciò che in famiglia non viene raccontato, il segreto.

Un segreto può riguardare un lutto, un’adozione, una separazione, una violenza, una malattia, una gravidanza (aborto), un tradimento, una perdita economica o un evento di cui ci si vergogna.

Ma il fatto che qualcosa non venga nominato non significa necessariamente che sia psicologicamente assente.

I bambini, soprattutto, sono sensibili al clima emotivo della famiglia. Possono percepire che “c’è qualcosa”, anche quando nessuno lo spiega.

E allora possono costruire proprie interpretazioni: “non devo fare domande”; “è meglio non sapere”; “devo proteggere mamma”; “non devo farlo arrabbiare”.

Il bambino può così diventare parte di una storia che non conosce completamente. E talvolta, molti anni dopo, quella storia riemerge sotto forma di una domanda apparentemente individuale: “perché reagisco così?”.

Il corpo può ricordare ciò che la mente non conosce?

È probabilmente uno degli aspetti che più affascinano quando si parla di trauma transgenerazionale.

Negli ultimi decenni, la ricerca ha studiato anche i possibili meccanismi biologici attraverso cui esperienze ambientali e traumatiche potrebbero essere associate a modificazioni della regolazione dello stress e, in alcuni contesti di ricerca, a fenomeni epigenetici. Ma qui è importante fare una distinzione.

Dire che esistono studi sull’epigenetica del trauma non significa poter affermare che un’esperienza traumatica vissuta da un nonno venga semplicemente «scritta nei geni» e trasmessa ai nipoti.

La trasmissione intergenerazionale è un fenomeno complesso, nel quale possono interagire fattori biologici, psicologici, relazionali, ambientali e sociali. Per questo è importante evitare una visione deterministica: non esiste una semplice linea diretta che colleghi il trauma di una generazione alla sofferenza psicologica di quella successiva.

Non siamo la somma dei traumi della nostra famiglia

Parlare di trauma transgenerazionale non dovrebbe significare cercare nella genealogia una spiegazione per ogni nostra difficoltà. Non tutto ciò che viviamo oggi viene dal passato della nostra famiglia. E soprattutto, conoscere una storia familiare non significa essere condannati a ripeterla.

La trasmissione non è una sentenza.

Le persone possono interrompere delle sequenze, possono imparare a riconoscere emozioni che nelle generazioni precedenti non potevano essere espresse. Possono costruire relazioni diverse, possono imparare a chiedere aiuto, possono raccontare ciò che prima era indicibile. Ed è proprio qui che la psicoterapia può diventare uno spazio particolarmente significativo.

Quando una storia può finalmente essere raccontata

Il lavoro terapeutico può offrire uno spazio in cui questi legami diventano gradualmente riconoscibili: una persona comincia a collegare dei pezzi, ed arrivano anche queste espressioni:“Adesso capisco perché per me è così difficile fidarmi”; “Credevo di dover essere forte”, “Non avevo mai pensato che mio padre potesse essere spaventato”…..

Non sempre trovare un’origine risolve un sintomo, ma dare un significato a ciò che accade può cambiare il rapporto che abbiamo con esso.  E può modificare il modo in cui lo si guarda.

La storia familiare può smettere di essere una forza invisibile che agisce alle nostre spalle e diventare qualcosa che possiamo osservare. Possiamo chiederci: “che cosa vogliamo conservare“, e cosa invece “vogliamo lasciare andare“.

Forse è proprio questo uno dei significati più profondi del lavoro sul trauma transgenerazionale: non cancellare il passato, non negarlo, ma fare in modo che ciò che è accaduto prima di noi non debba continuare a essere agito attraverso di noi, perché una famiglia non trasmette soltanto le proprie ferite, ma trasmette anche risorse, capacità di adattamento, legami, valori e possibilità di riparazione.

E ogni generazione può aggiungere qualcosa alla storia precedente.

Conoscere la propria storia, non significa doverla ripetere, ma scegliere cosa portare con sé

Forse il punto non è stabilire con certezza se un trauma possa essere “trasmesso” da una generazione all’altra. La domanda più interessante, dal punto di vista psicologico, potrebbe essere un’altra: “che cosa accade a una famiglia quando un’esperienza dolorosa non riesce a trovare un posto nella sua storia?”

Può trasformarsi in silenzio, in paura, in iperprotezione, in bisogno di controllo, in difficoltà a fidarsi. Anche in una regola educativa tramandata senza che nessuno ricordi più da dove sia nata. E così può accadere che una persona si ritrovi a confrontarsi con qualcosa che non riconosce pienamente come proprio, ma conoscere la propria storia non significa doverla ripetere.

Al contrario, poter dare un nome a ciò che prima era soltanto percepito, comprendere le proprie reazioni e riconoscere ciò che appartiene alla propria esperienza e ciò che affonda le radici nella storia familiare può aprire uno spazio nuovo: uno spazio di scelta.

Forse è questo uno degli obiettivi più profondi del lavoro psicologico sul trauma transgenerazionale: trasformare un’eredità inconsapevole in una storia che possa finalmente essere pensata. Non per trovare un colpevole, non per attribuire ai nostri genitori o ai nostri nonni la responsabilità di ciò che siamo diventati. E nemmeno per convincerci che ogni nostra difficoltà abbia necessariamente un’origine familiare, ma per poter guardare alla nostra storia con maggiore consapevolezza, perché non scegliamo da dove veniamo.

Ma, attraverso la consapevolezza, possiamo avere la possibilità di scegliere che cosa portare con noi e che cosa, invece, interrompere. E forse una delle forme più profonde di cura è proprio questa: fare in modo che una sofferenza che ha attraversato diverse generazioni possa, finalmente, fermarsi senza che debba essere dimenticata.

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