Monogamia e tradimenti: la storia naturale della vicenda amorosa.

L’innamoramento cambia il proprio modo di vedere e valutare la realtà.

Monogamia e tradimenti: la storia naturale della vicenda amorosa. Le tre componenti dell’innamoramento – Una serie di Roberto Lorenzini

La storia naturale della vicenda amorosa

Tre sono le dimensioni intorno alle quali si articola l’innamoramento, la fase nascente dell’amore. Una prima dimensione potremmo considerarla ossessiva (Lorenzini, Sassaroli 1992) per la pervasività e l’intrusività dei pensieri riguardanti l’altro rispetto ai quali si è contemporaneamente egodistonici (ci si sente soffocati e impotenti e non li si vorrebbero) ed egosintonici (piacciono e si richiamano alla mente con nostalgia appena ci sfuggono via). Questa doppiezza riguarda un po’ tutta l’esperienza dell’innamoramento di cui ci si sente protagonisti assoluti e contemporaneamente vittime inermi.

La seconda dimensione costitutiva è quella bipolare dell’umore che si esprime nella totale euforia, felicità e iperattività associata alla presenza dell’altro, e nel suo opposto, la tristezza, l’anedonia e la mancanza di senso di qualsiasi cosa in sua assenza (Lorenzini, 2013). Queste oscillazioni tra la gioia suprema e la disperazione più cupa possono essere rapidissime, innescate da particolari apparentemente insignificanti e sempre in relazione alla presenza/assenza dell’altro, reale o presunta. Un’altra caratteristica che rende somigliante l’innamoramento al disturbo bipolare è l’aspetto amnesico delle precedenti analoghe esperienze, nonostante la ripetitività dei cliché. A meno che non sia la famigerata prima volta che il senso comune vuole non si dimentichi mai (e chissà poi se è vero?), l’innamoramento non ha memoria di sé. Del resto, come potremmo essere ogni volta certi di aver trovato l’amore perfetto ed eterno se ci ricordassimo tutte le altre volte che lo abbiamo sinceramente creduto per poi ritrovarci di fronte ad un avvocato divorzista disprezzando l’altro e noi stessi per aver preso lucciole per lanterne? L’innamoramento non ha memoria come certe sensazioni fisiche, a riprova della sua forte radice biologica: riuscite forse a ricordare il vissuto di caldo estivo soffocante quando tremate dal freddo in una gelida serata invernale oppure il contrario?

Certo possiamo ricordare di essere stati innamorati. La nostra memoria ci rammenta i fatti, le circostanze, le vicende che sono accadute ma lo stato d’animo non possiamo sperimentarlo se non siamo innamorati nel qui ed ora. Con questo escamotage possiamo dunque ogni volta dirci di nuovo che “quello non era vero amore”, al contrario di quello presente. È per questo che le stesse canzoni che quando non siamo innamorati ci sembrano un prodigio di stupidità e banalità su cui ironizzare, ci colmano gli occhi di lacrime e ci stringono la gola quando innamorati. La stupidità è una adeguata descrizione del comportamento da parte di un osservatore esterno ma l’innamorato sperimenta la massima serietà, pienezza e quasi sacralità del suo vissuto. L’innamorato lo è totalmente, assolutamente, pensa che non lo è mai stato e ormai lo sarà per sempre e che la sua è una esperienza unica (De Santis 2017).

Infine, la terza è la dimensione delirante vera e propria (Lorenzini e Coratti, 2008) e riguarda tre oggetti specifici. L’altro che visto come perfetto, meraviglioso e soprattutto onnipotente, è sperimentato come il dispensatore di ogni bene o, al contrario, la causa di ogni sofferenza. Se stesso che in presenza dell’altro è avvertito come grandioso e in sua assenza impotente e privo di ogni valore. La relazione stessa che è immaginata come unica e diversa da tutte le altre che si sono sperimentate in precedenza e diversissima da tutte quelle che vivono ogni giorno tutti gli altri esseri umani nonostante ne ripercorra in modo imbarazzante tutti i cliché più consunti e noti.

Nell’idealizzazione dell’oggetto amato avviene qualcosa in più di una semplice sopravvalutazione per cui esso appare più bello o più intelligente, gentile e onesto (per citare Dante) di quanto appaia agli altri e si assiste piuttosto a quella che potremmo definire una rivoluzione epistemologica khuniana per cui esso diventa il canone matriciale della bellezza, della gentilezza, della bontà e dell’intelligenza. Sono dunque i parametri stessi a cambiare. L’oggetto diventa il prototipo stesso della perfezione assoluta con cui da quel momento in poi ogni altro individuo sarà confrontato e il cui valore sarà esprimibile in percentuale di approssimazione al prototipo stesso. Se c’è un indicatore inequivocabile dell’innamoramento che lo differenzia dalle altre condizioni di sovrastima e idealizzazione è proprio questo cambiamento dei parametri: l’oggetto d’amore è visto più o meno lucidamente. Ciò che si modifica è il concetto stesso di “buono”, “bello”, “giusto”. L’innamorato cambia il proprio modo di vedere e valutare la realtà e per questo appare strano e diverso, talvolta inquietante, alle persone che lo conoscevano. Forse per questo si dice che “ha perso la testa”. La vecchia testa sente di non avere più il controllo sulla nuova e può spaventarsene (Lorenzini 2020).

Contemporaneamente il soggetto ha l’impressione che nessuno possa effettivamente capire ciò che sta vivendo e che è invece per lui totale e assolutamente evidente. Gli altri sono fatalmente esclusi, stanno in un altro mondo ragionevole che lui stesso comprende perché sperimentato in passato (si potrebbe dire le stesse cose che ora gli altri gli dicono), ma che è una dimensione che non lo comprende più. Questo comporta un progressivo isolamento e un circolo di rinforzo per cui l’amato finisce per rappresentare l’intero mondo relazionale del soggetto dopo che già da tempo ne costituisce l’unico interlocutore nel dialogo interno per cui tutto ciò che si vive è vissuto con lui e per lui.

Fonte: https://www.stateofmind.it/2020/11/monogamia-tradimenti-712/

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