Superdonne? No grazie. Il complimento che condanna

Non dobbiamo per forza compiacere, possiamo dire No a quello che il mondo si aspetta in modo scontato da noi.

Superdonne? No grazie. Il complimento che condanna

Essere una “superdonna” non è un vantaggio, e anzi essere definite in questo modo suona un po’ come una presa in giro. Ci viene detto, in quanto donne, di farci carico di varie responsabilità, di essere mogli devote, madri tenere e casalinghe perfette nonché lavoratrici instacabili mostrandoci sempre disponibili, sorridenti e impeccabili. Si cresce con l’idea di essere obbligate a occuparci di tutto, a prenderci cura dei bisogni degli altri prima dei nostri, a sopportare situazioni insopportabili per guadagnare approvazione. Casa/famiglia-orientate ma lavoratrici in un equilibrio complicato. Qualcosa sta migliorando ma siamo ancora pressate dall’idea di essere perfette in ruoli mutipli e contrastanti. È così strano poi sentirci esaurite, sovraccariche, fallite?

Al mito della superdonna si aggiunge quello della supermamma per farci sentire ulteriormente inadeguate quando ad esempio improvvisiamo cene dal congelatore, non riusciamo ad arrivare in tempo per l’uscita della scuola, rinunciamo al lavoro per crescere i figli, lasciamo i piccoli al nido per lavorare. Un altro modello impossibile che ci fa credere di essere davvero libere e realizzate solo con un lavoro fuori casa, uno standard che non ci permette di essere stanche, di dire che non siamo pronte ad amare incondizionatamente ogni minuto i nostri figli, che ci sono momenti in cui abbiamo difficoltà a sintonizzarci con loro. Un mito che ci scolla dalla possibilità sana di sentirci a volte inadatte, lontane da quell’idea euforica e orgogliosa di mamma.
Aspirare ad avere superpoteri non ci fa bene, fa solo comodo ad altri. Sono trappole all’interno delle quali non c’è niente che sappia di solidarietà, sostegno, condivisione. Piuttosto solitudine con l’impilicito di doverci arrangiare, inventare strategie di sopravvivenza, fare salti mortali.

Neutralizziamo Wonderwoman

Invece di chiederci se carriera e cura dei figli possono essere compatibili, forse dovremmo rivedere i nostri diritti e imparare a chiedere di più in un momento. Potremmo trovare idee nuove su chi davvero vogliamo essere e cosa ci va di fare, sbarazzandoci di obblighi e pressioni sociali. Impegni e responsabilità possiamo sceglierli da sole.

Rendiamoci conto di aver fatto diventare normali cose ingiuste, di esserci abituate alla delusione. Non dobbiamo per forza compiacere, possiamo dire No a quello che il mondo si aspetta in modo scontato da noi. Tutto questo può segnare in positivo i nostri percorsi, anche prevenire condizioni rischiose visto che oggi, nel tentativo di emanciparci, abbiamo ancora a che fare con la nostra sicurezza. E lasciamo stare wonderwoman, noi ci stanchiamo, invecchiamo e non disponiamo di superpoteri come lei.

Abbiamo però il potere di rivendicare la libertà di autodeterminarci che ancora sembra una cosa lontana, impigliate come siamo nei luoghi comuni. Pensiamo ad esempio se ci è permesso di rimanere single o di scegliere di non avere figli senza risultare egoiste o “strane”, se valiamo qualcosa senza uno stipendio, se è giusto che l’impegno di una donna che si prende cura di un figlio o parente con bisogni speciali non venga sostenuto, se è lecito avere più successo dell’uomo che abbiamo accanto, se è civile trovarsi a dover scegliere tra un lavoro spesso precario e la maternità, se è normale avere paura rientrando a casa di sera, se possiamo intrattenere relazioni con partner diversi senza essere giudicate, se siamo davvero libere di vestirci come ci pare o di avere qualche chilo di troppo, se ci sentiamo protette dalle istituzioni e dalla comunità quando subiamo violenza. Quanti sì?

Fonte:https://d.repubblica.it/life/2020/03/07/news/superdonne_no_grazie_il_complimento_che_condanna-4692685/

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