Le parole che non escono: mutismo selettivo a scuola e intervento cognitivo-comportamentale

L’approccio cognitivo-comportamentale orientato alla riduzione dell’ansia sociale è tra i trattamenti più efficaci per il mutismo selettivo nei bambini.

Le parole che non escono: mutismo selettivo a scuola e intervento cognitivo-comportamentale

Spesso il mutismo selettivo è stato interpretato quasi esclusivamente come un sintomo di situazioni a rischio, di bambini in condizioni di disagio, abusi o traumi. In realtà la maggior parte dei bambini affetti da mutismo selettivo sono solo bambini ipersensibili, estremamente fragili e ricettivi, limitati nella parola da un esasperato stato d’ansia.

 

Jadie a casa parlava normalmente, ma a scuola non aveva mai pronunciato una sola parola. Inoltre, non rideva, non piangeva, non tossiva, non faceva ruttini, non soffriva mai di singhiozzo e non tirava nemmeno su con il naso, sicché molto spesso il muco le gocciolava sul mento. Aveva frequentato un anno supplementare all’asilo, nella speranza che ciò l’aiutasse a superare le sue difficoltà comunicative, invece non era cambiata. Era stata promossa in prima elementare, era un’alunna diligente e meritevole, ma viveva in un terribile isolamento. Alla fine del primo anno scolastico non aveva ancora parlato, così, adesso che aveva quasi otto anni, era stata inserita nella classe speciale.

Così la scrittrice, insegnante ed esperta di psicopatologia infantile Torey L. Hayden, descrive Jadie, una dei suoi quattro alunni di una “classe speciale”, nel travolgente romanzo “Una bambina e gli spettri”.

Il mutismo selettivo è la persistente incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche, nonostante l’eloquio e lo sviluppo del linguaggio siano adeguati all’età. I bambini colpiti da questo disturbo normalmente si esprimono ad alta voce solo in un ambiente famigliare e, non appena escono di casa, si chiudono in un silenzio d’inquietudine (Shipon-Blum, 2014).

È importante sottolineare che il bambino che manifesta questo tipo di difficoltà non sta mettendo in atto un comportamento intenzionalmente oppositivo, non cerca costantemente di attirare l’attenzione di chi lo circonda, al contrario, si sente sopraffatto da uno stato ansioso difficile da gestire a tal punto che, come molto di loro dichiarano: “le parole proprio non vogliono uscire!”(Istituto Beck).

Spesso questo fenomeno è stato interpretato quasi esclusivamente come un sintomo di situazioni a rischio, di bambini in condizioni di disagio, abusi o traumi; in realtà la maggior parte dei bambini affetti da mutismo selettivo sono solo bambini ipersensibili, estremamente fragili e ricettivi, limitati nella parola da un esasperato stato d’ansia (Shipon-Blum, 2014).

Il mutismo selettivo è inteso quindi come un’ansia da comunicazione e la terapia non dovrà mai essere finalizzata a far parlare il bambino immediatamente, ma dovrà aiutarlo a progredire attraverso tappe graduali di comunicazione, per ridurre la sua ansia, aumentare l’autostima e accrescere la fiducia e la comunicazione in situazioni di carattere sociale. Il grado di ansia del bambino in una data situazione, determina la sua capacità a comunicare in quel preciso momento. Più sarà rilassato, più riuscirà a comunicare. Meno sarà rilassato e più intuirà l’aspettativa da parte degli altri che lui parli, più sarà difficile per lui comunicare. L’aspettativa genera un aumento dell’ansia e questo spiega la ragione per cui la maggior parte dei bambini affetti da mutismo selettivo può magari parlare con degli estranei (Shipon-Blum, 2014).

Inquadramento diagnostico del mutismo selettivo

I criteri diagnostici del mutismo selettivo (F94.0) sono i seguenti (DSM 5):

A. Costante incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche in cui ci si aspetta che si parli (per es. a scuola), nonostante si sia in grado di parlare in altre situazioni.
B. La condizione interferisce con i risultati scolastici o lavorativi o con la comunicazione sociale.
C. La durata della condizione è di almeno 1 mese (non limitato al primo mese di scuola).
D. L’incapacità di parlare non è dovuta al fatto che non si conosce, o non si è a proprio agio con il tipo di linguaggio richiesto dalla situazione sociale.
E. La condizione non è meglio spiegata da un disturbo della comunicazione (per es. disturbo della fluenza con esordio nell’infanzia) e non si manifesta esclusivamente durante il decorso di disturbi dello spettro dell’autismo, schizofrenia o altri disturbi psicotici (APA, 2013).

Nel DSM 5 è specificato che il disturbo è spesso contrassegnato da un’elevata ansia sociale. Generalmente i bambini con mutismo selettivo parlano in casa loro in presenza di familiari stretti, ma spesso capita che non parlino nemmeno davanti ad amici stretti o a parenti di secondo grado, come nonni e cugini.

I bambini con mutismo selettivo rifiutano spesso di parlare a scuola, il che li porta a compromissione educativa o scolastica, dato che gli insegnanti spesso hanno difficoltà a valutare attività come la lettura. La mancanza di parola può interferire con la comunicazione sociale, benchè i bambini con questo disturbo utilizzino talvolta per comunicare strumenti non verbali o che non richiedono il linguaggio (per es. emettono suoni inarticolati, indicano, scrivono) e possono essere disposti o desiderosi di partecipare o impegnarsi in incontri sociali quando non è richiesto il linguaggio (per es. ruoli non verbali nelle recite scolastiche) (APA, 2013).

Le manifestazioni associate al mutismo selettivo possono includere eccessiva timidezza, paura di imbarazzo sociale, isolamento sociale e ritiro, clinging, tratti compulsivi, negativismo, accessi di collera o comportamenti lievemente oppositivi.

Il mutismo selettivo è un disturbo relativamente raro e non è stato incluso come categoria diagnostica negli studi epidemiologici di prevalenza dei disturbi dell’età evolutiva. Il tasso di prevalenza varia, in base al contesto e all’età degli individui del campione, dallo 0,03 all’1%. La prevalenza del disturbo non sembra subire variazioni legate al sesso oppure alla razza/etnia (APA, 2013).

L’esordio del mutismo selettivo avviene di solito prima dei 5 anni di età, ma il disturbo può non giungere all’attenzione clinica fino all’inizio della scuola, dove si ha un aumento dell’interazione sociale e dei compiti prestazionali, come leggere ad alta voce. Il grado di persistenza del disturbo è variabile (APA, 2013).

Una gran percentuale di questi bambini, circa il 90% di essi, presenta in associazione al mutismo selettivo un quadro di fobia sociale Istituto Beck).

Il mutismo selettivo è più frequente in bambini che vivono in famiglie socialmente isolate, in famiglie bilingui, che appartengono a minoranze etniche, o laddove siano presenti altri componenti della famiglia ansiosi, timidi o che presentino difficoltà nelle relazioni sociali (A.I.Mu.Se.).

In alcuni casi, sopratutto negli individui con disturbo d’ansia sociale, il mutismo selettivo può scomparire, ma permangono i sintomi del disturbo d’ansia sociale.

Il mutismo selettivo può portare a compromissione sociale, dato che i bambini possono essere troppo ansiosi per impegnarsi nell’interazione sociale con altri bambini. Nel corso della crescita, i bambini con mutismo selettivo possono andare incontro ad un crescente isolamento sociale (APA, 2013).

Fattori di rischio

I fattori di rischio che possono giocare un ruolo nella comparsa del mutismo selettivo in età evolutiva sono:

  • fattori temperamentali e ambientali: nei genitori si riscontra: affettività negativa, inibizione comportamentale, timidezza, isolamento e ansia sociale
  • fattori legati al linguaggio: lievi o pregressi disturbi del linguaggio
  • fattori fisiologici e genetici: ereditarietà con i disturbi d’ansia (APA, 2013)

Conseguenze della convinzione che il mutismo selettivo sia un comportamento intenzionale

Un luogo comune, relativo al mutismo selettivo, attribuisce a questi bambini una certa intenzionalità nel sostenere il loro silenzio. In realtà un atteggiamento di questo tipo sarebbe davvero in contrasto con l’intenzione comunicativa che normalmente manifestano.

Queste comuni convinzioni contribuiscono a creare il clima di pressione e colpevolizzazione che ostacola la costruzione di un ambiente emotivo favorevole all’emersione della comunicazione verbale, aumentando, paradossalmente, la tendenza a comportamenti inibiti e l’insorgenza dell’ansia sociale. D’altro canto la presenza di precursori in periodi dell’infanzia in cui non è ipotizzabile un’intenzionalità così raffinata in relazione agli elementi in campo, spingono con maggior forza verso ipotesi con presupposti differenti (D’Ambrosio e Coletti, 2002).

Cosa può fare un’insegnante in classe?

Il mutismo selettivo ha un esordio precoce: in genere si presenta all’inserimento nella scuola dell’infanzia o nel primo periodo della scolarizzazione, poiché nell’ambiente scolastico aumentano le aspettative e la pressione affinché il bambino parli (A.I.Mu.Se.).

È importante considerare che nel primo mese di scuola dell’infanzia o primaria i bambini possono essere timidi o riluttanti a parlare. È necessario aspettare che questo periodo iniziale sia passato, prima di ipotizzare la presenza di mutismo selettivo.

Capita però che gli insegnanti tardino a segnalare ai genitori che il bambino a scuola non parla, scambiando il mutismo selettivo per semplice timidezza. Se dopo il primo mese di scuola il bambino non ha mai parlato, è bene segnalarlo ai genitori. È importante che gli insegnanti osservino attentamente questi bambini silenziosi e dedichino loro particolare attenzione in quanto, non riuscendo a parlare, essi non riescono ad esprimere neanche i bisogni primari, come quello di andare al bagno o di non sentirsi bene. Il mutismo selettivo a volte impedisce ai bambini di emettere qualsiasi tipo di suono, anche un lamento o il pianto, per cui è importante che l’insegnante sia attenta ai segnali non verbali che provengono dal bambino (A.I.Mu.Se.).

Per il bambino affetto da mutismo selettivo l’atto del parlare davanti al gruppo classe può essere un momento nel quale perde le sue capacità. È consigliabile allenare il bambino a “far vedere” piuttosto che parlare, possibilmente in un gruppo ristretto. Alcuni bambini che non riescono a mostrare qualcosa in piccolo gruppo devono essere incoraggiati a portare a scuola degli oggetti, scelti da loro, ed esporli in un angolo della classe a loro destinato, per esempio sul davanzale della finestra (Shipon-Blum, 2014). Alcuni metodi per aiutare il bambino ad adattarsi alla vita scolastica sono:

  • Alleviare l’ansia in classe, creando un clima disteso e rilassato in cui il bambino si senta più possibile a proprio agio.
  • Non considerare oppositivo il comportamento del bambino con mutismo selettivo: non c’è intenzionalità nel non parlare anzi, al contrario, il bambino vorrebbe riuscire, ma l’ansia gli impedisce di farlo, bloccandogli le parole in gola.
  • Non mettere sotto pressione il bambino e non ingannarlo con promesse o ricatti perché parli. Rispettare i suoi tempi (A.I.Mu.Se.).
  • Farlo partecipare ad attività svolte in piccoli gruppi.
  • Iniziare con solo uno o due bambini scelti da lui stesso e con i quali si sente a suo agio; in seguito aumentare il gruppo, aggiungendo un bambino per volta.
  • Nel caso di un bambino con un alto livello di ansia, far intervenire e coinvolgere uno dei due genitori in un ambiente più isolato, in presenza di poche persone in classe, per far si che l’attività sia eseguita dal bambino in modo più sereno.
  • Determinare altri sistemi di comunicazione attraverso i quali il bambino può esprimersi. Nel caso di comunicazione non verbale, per esempio si potrebbe fargli utilizzare la scrittura o indurlo a fare si e no con la testa, oppure indicare con un dito o tramite gesti. In alcuni casi sussurrare qualcosa all’orecchio di qualcuno (intermediario verbale) può risultare un modo per trasmettere la comunicazione attraverso le persone (Shipon-Blum, 2014).
  • Poiché il mutismo selettivo è un disturbo legato all’ansia, è quest’ansia che deve essere presa in considerazione in maniera prioritaria. Affinché il bambino riesca a superare con successo il suo mutismo, occorre che siano messi in atto, in classe, alcuni accorgimenti per diminuire l’ansia del bambino, rafforzarne l’autostima, aumentare la sua fiducia e la sua capacità di comunicare. Ad esempio, ridurre il più possibile il contatto visivo con il bambino permette di diminuire sia la sua ansia, sia la sensazione di essere sotto pressione (Shipon-Blum, 2014).
  • Tenere presente che se il bambino parla una volta, non è detto che poi parlerà sempre. È anche importante controllare le reazioni quando il bambino pronuncia qualche parola: non bisogna mostrare eccessivo entusiasmo per l’accaduto (“Maestra, X ha parlato!!!”). È probabile che il bambino inizi a parlare con un suo pari piuttosto che con l’insegnante; in questo caso evitate di dire che avete sentito la sua voce (A.I.Mu.Se.).

Il mutismo selettivo tra i Bisogni Educativi Speciali (BES)

Il mutismo selettivo rientra pienamente nella definizione dei Bisogni Educativi Speciali (“Qualsiasi difficoltà evolutiva di funzionamento, permanente o transitoria, in ambito educativo e/o apprenditivo, dovuta all’interazione dei vari fattori di salute, secondo il modello ICF dell’OMS, e che necessita di educazione speciale individualizzata”).

Non è compito della scuola certificare gli alunni con BES, ma individuare quelli per i quali è opportuna e necessaria l’adozione di particolari strategie didattiche (Nota MIUR 22/11/2013).

Il Consiglio di classe è autonomo nel decidere se attivare percorsi di studio personalizzati e formalizzarli in un Piano Didattico Personalizzato (A.I.Mu.Se.).

Il passaggio da una scuola all’altra, a seguito del passaggio di grado, è sempre vissuto come un momento critico per i bambini e ragazzi con mutismo selettivo e le loro famiglie. È opportuno che i genitori chiarifichino le difficoltà e le necessità del figlio con il dirigente scolastico prima della formazione delle classi, al fine che sia inserito nel conteso più idoneo. Da valutare inoltre se è il caso di inserire il bambino in una classe senza alcun compagno conosciuto o se è opportuno che ritrovi compagni già noti.

L’intervento cognitivo-comportamentale per bambini con mutismo selettivo

Sebbene non ci siano in letteratura studi sistematici sull’efficacia dei diversi protocolli e programmi di intervento con i bambini con mutismo selettivo, le ricerche presenti e dati clinici suggeriscono una notevole efficacia dell’approccio comportamentale e cognitivo e ciò è spiegato anche dal fatto che lo stesso modello sembra funzionare molto bene nelle terapie per i disturbi d’ansia in età evolutiva (Capobianco, 2009).

Il trattamento più efficace per il mutismo selettivo sembra, infatti, quello orientato primariamente alla riduzione dell’ansia sociale di questi bambini e per questo diventa importante individuare in primo luogo le specifiche dinamiche comportamentali e cognitive che caratterizzano il mutismo di ogni singolo bambino (Capobianco, 2009).

Può essere utile, inoltre, programmare un’osservazione sistematica e un’analisi funzionale nei vari contesti di vita del bambino. In questo modo sarà possibile comprendere con precisione gli antecedenti e le modalità con cui il mutismo selettivo del bambino si manifesta e si mantiene. Tale processo permetterà allo specialista di mettere in relazione i comportamenti di interazione sociale con tutte quelle dinamiche che sembrano provocarli. È importante sottolineare come una diagnosi precoce e corretta del disturbo si associ a una migliore risposta al trattamento e, dunque, a una buona prognosi (Istituto Beck).

Gli obiettivi che la terapia cognitivo-comportamentale si propone di raggiungere sono:

  • Non “far parlare il bambino” (quanto meno all’inizio), ma consentirgli di sentirsi più rilassato e a suo agio con il terapeuta e con gli adulti che lo circondano (Capobianco, 2009).
  • Ottenere una condizione di sufficiente tranquillità nel contesto sociale problematico per il bambino.
  • Fornire strategie per stabilire e mantenere relazioni interpersonali.
  • Stimolare l’espressione (non necessariamente in modo verbale) di pensieri, emozioni e bisogni.
  • Elevare l’autostima e i sentimenti di sicurezza.

Una delle componenti essenziali della prospettiva comportamentale è l’impiego di strategie basate primariamente sulla gestione delle conseguenze dei comportamenti mediante tecniche di rinforzo positivo al fine di incrementare la probabilità di comparsa dei comportamenti comunicativi desiderati (Capobianco, 2009). I rinforzi positivi sono importanti quando il bambino tenta di comunicare (verbalmente o non) con gli estranei ma è importante anche non mostrare eccessivo entusiasmo che focalizza l’attenzione su di lui (Capobianco, 2009).

Le tecniche di rinforzo consistono nella presentazione di gratificazioni come sistema per incrementare la probabilità di comparsa dei sintomi desiderati (D’Ambrosio e Coletti , 2002).

Le tecniche di rinforzo sono:

  • Rinforzo positivo. Un rinforzo è un evento che quando compare immediatamente dopo un comportamento induce l’aumento della frequenza di quel comportamento o della probabilità della sua scomparsa (Di Pietro & Bassi, 2015). Vi sono varie tipologie di rinforzo. I rinforzi socio-affettivi sono scambi sociali e manifestazioni di affetto (lodi, complimenti, sorrisi, contatto fisico). I rinforzi tangibili sono gratificazioni concrete (oggetti, cibo, ecc). I rinforzi simbolici sono qualcosa che simboleggia il conseguimento di una gratificazione concreta o dinamica (buoni premi, gettoni, bollini). I rinforzi dinamici prevedono la possibilità di svolgere un’attività piacevole o di avere un privilegio particolare (fare una gita, giocare con un videogioco, stare alzato fino a tardi ecc) (Di Pietro & Bassi, 2015).
  • Lo shaping: i criteri di rinforzo diventano via via sempre più selettivi. Inizialmente includono tutte le forme di comunicazione utili che il bambino sceglie (scrittura, disegni, gesti), poi il criterio di rinforzo diventa sempre più ristretto mirando al sostegno esclusivo con voce sonora (D’Ambrosio & Coletti, 2002).
  • La generalizzazione: consiste nell’estensione a nuovi stimoli delle condotte comunicative corrette.
  • L’estinzione: si tratta di una procedura orientata a ridurre la frequenza di un comportamento attraverso la sottrazione di rinforzi ad esso associato. Può essere utilizzata per ridurre l’interloquire indirettamente con gli altri sussurrando all’orecchio del genitore.
  • L’autorinforzo: nella fase finale del trattamento i bambini vengono istruiti a valutarsi positivamente ogni qual volta riescono a parlare con una persona non ancora inclusa con gli interlocutori abituali (D’Ambrosio & Coletti, 2002).

Le tecniche più propriamente cognitive hanno l’obiettivo principale di modificare il pensiero disfunzionale (convinzioni irrazionali) sottostante il disturbo emotivo e comportamentale del bambino con mutismo selettivo (ristrutturazione e modificazione delle strutture cognitive) e di conseguenza di ridurre gli stati mentali di catastrofizzazione, generalizzazione e attenzione selettiva alla base dell’interpretazione degli eventi (Capobianco, 2009). Attraverso situazioni “role-playing” e simulazione di diverse situazioni reali o immaginarie che provocano disagio nel bambino si possono proporre interpretazioni e conseguenze alternative rispetto ad eventi e stati mentali propri e altrui (Capobianco, 2009).

Data l’inibizione verbale, solo attraverso tecniche di gioco e/o con il disegno il terapeuta può esplorare le reali e sottostanti emozioni e credenze. Spesso i bambini con mutismo selettivo presentano una povertà nell’attribuzione delle emozioni proprie e altrui, mostrando un repertorio molto ridotto per descrivere le emozioni percepite (Capobianco, 2009).

Capobianco riporta che un bambino che evita sistematicamente di parlare con altre persone, considera l’evitamento del dialogo come l’unica soluzione possibile per non sentire la spiacevole sensazione dell’ansia che prova in queste situazioni. Nella tecnica del problem solving focalizzato sulle difficoltà in area sociale il terapeuta guida il bambino a:

  • Riconoscere gli elementi della situazione che sono percepiti come problematici. In questo senso il mutismo è vissuto in modo problematico prevalentemente dalla famiglia e dal mondo educativo. Dal punto di vista del bambino, più che la condotta mutacica, è lo stato emotivo provato ad essere percepito come problema, di cui il mutismo è la principale risposta.
  • Ipotizzare comportamenti diversi da quelli solitamente prodotti per risolvere il problema, come per esempio insegnare al soggetto a pensare a dare varie alternative prima di dare una risposta a situazioni interpersonali problematiche.
  • Scegliere le condotte che meglio soddisfino la soluzione del problema e applicare il pensiero consequenziale. La scelta della soluzione da mettere in atto va effettuata immaginando la sequenza completa degli eventi che possono scaturire da ognuna delle diverse soluzioni ipotizzate.
  • Messa in pratica delle soluzioni scelte.
  • Verifica dell’efficacia della soluzione, per verificare che esistono altri percorsi in grado di proteggere il bambino dall’ansia (Capobianco, 2009).

Il Programma “Cool Kids”

Il Programma “Cool Kids” si è dimostrato efficace per i disturbi d’ansia generalizzata in età evolutiva.

I risultati dimostrano che più del 80% dei bambini che hanno completato il programma non rientrano più nei criteri diagnostici dei disturbi d’ansia o sono migliorati sensibilmente. Questi risultati si sono dimostrati mantenersi fino a 6 anni successivi (Lyneham, Abbott, Wignall & Rapee, 2014).

Considerando che nel mutismo selettivo vi è un’elevata componente ansiogena si ritiene opportuno proporre l’utilizzo di questo trattamento in terapia.

Il programma “Cool Kids” si basa sul modello cognitivo comportamentale del “Coping Cat” di Kendall e del “Coping Koala” di Barrett et al. (1996). Il programma degli autori è indirizzato alle famiglie e utilizza piccoli gruppi, ma sono stati raggiunti buoni risultati anche con il trattamento di singole famiglie, di bambini e di adolescenti. Pertanto, i terapeuti che non possono tenere un gruppo, possono adattare il programma a singole famiglie. I gruppi di “Cool Kids” sono costituiti da 5-7 famiglie: il bambino e, se possibile, entrambi i genitori (Graham, 2007).

Il programma prevede dieci sedute di 2 ore per 16 settimane. Le prime sette sedute sono settimanali, mentre le ultime tre sedute sono scaglionate a intervalli. Questa progressiva riduzione del contatto dà alle famiglie il tempo di esercitare le competenze e di abituarsi al distacco dal terapeuta. Nel programma, si assegno anche i compiti a casa, che i bambini e i genitori devono completare ogni settimana. Questi compiti permettono di consolidare il materiale appreso nella seduta e di esercitare le competenze apprese. Ciascuna seduta inizia con il benvenuto ai membri del gruppo e con la revisione dei compiti a casa. In seguito, il terapeuta passa del tempo solo con i ragazzi (40-60 minuti), segue un periodo in cui sta solo con i genitori (40-60 minuti). Alla fine di ciascuna seduta, il gruppo intero si riunisce per un riassunto della seduta e per l’assegnazione dei compiti pratici (10-25 minuti) (Graham, 2007).

Gli obiettivi principali del programma sono:

  1. apprendere nuove competenze per la gestione dell’ansia
  2. ridurre l’evitamento delle situazioni temute
  3. alla fine, affrancarsi dai genitori e dal terapeuta utilizzando le competenze e la conoscenza acquisiti attraverso la terapia

Le procedure specifiche includono tecniche psicoeducative, la ristrutturazione cognitiva (pensiero “realistico” o “detective thinking”), l’esposizione graduale agli stimoli ansiogeni (“la scaletta”) e tecniche di gestione per i genitori. Ci sono anche moduli opzionali che trattano altre problematiche spesso rilevanti nei bambini ansiosi, fra cui le competenze sociali, l’assertività e le prese in giro. Questo permette al terapeuta di modificare il programma sulla base delle necessità del singolo cliente o del gruppo.

L’Associazione Italiana Mutismo Selettivo (A.I.Mu.Se.)

A livello nazionale, le famiglie e gli operatori che lavorano con i bambini con mutismo selettivo possono rivolgersi all’Associazione Italiana Mutismo Selettivo (A.I.Mu.Se.). L’Associazione Italiana Mutismo Selettivo è un’organizzazione di volontariato nata a Torino nel giugno 2009 per iniziativa di un gruppo di genitori di bambini affetti da mutismo selettivo ed è la prima organizzazione in Italia ad avere come missione primaria quella di diffondere la conoscenza di questo disturbo e di fornire un sostegno alle famiglie che vivono questo disagio.

Con la sua attività l’Associazione, inoltre, intende sensibilizzare e stimolare la comunità scientifica e accademica al fine di creare, attraverso il confronto con esperienze straniere, un circuito di professionisti e studiosi in grado di suggerire adeguate terapie d’intervento per la risoluzione del disturbo.

L’Associazione ha sede a Milano ma è presente su tutto il territorio nazionale attraverso propri referenti regionali. È presente anche un referente AIMUSE nella svizzera italiana (Aimuse.it).

Recente è la pubblicazione di “Momentaneamente silenziosi”, una guida per genitori, insegnanti e operatori, scritta da Emanuela Iacchia e Paola Ancarani, edita da Franco Angeli.

Fonte: http://www.stateofmind.it/2018/12/mutismo-selettivo-scuola-cbt/

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