Psychoapocalipse: come difendersi dai nuovi incubi

Dall’eco-rabbia alla nuclear anxiety: che cosa dice la psicoanalisi sulle paure di oggi. E sul modo di reagire senza cadere nell’isolamento emotivo

Quando si è trattato di aggiornare lo Psychodynamic Diagnostic Manual (PDM) per l’edizione del 2024, non abbiamo avuto dubbi: una sezione specifica, dedicata all’esperienza di precarietà degli orizzonti psicosociali, era necessaria. Anche quando si è trattato di decidere con i colleghi del mio Dipartimento all’Università La Sapienza come aggiornare la proposta formativa perché fosse ancora più sensibile alle esigenze della contemporaneità, non abbiamo avuto dubbi: un corso intitolato “Psicologia e psicopatologia del contemporaneo: identità e ambiente” era necessario.

Nella comunità scientifica, e per fortuna non solo nel tam-tam mediatico, l’imprevedibilità ambientale, sociale, sanitaria e geopolitica che occupa la scena globale si è imposta. Gli eventi del “mondo esterno” toccano in modo diretto – rattristandolo, confondendolo, travolgendolo – il “mondo interno”, ammesso che questa distinzione abbia senso. La mia comunità professionale esprime crescente preoccupazione per quella che potremmo enfaticamente chiamare una “Psychocalypse”. Ieri, su una mailing list internazionale di colleghi, mi è arrivato l’invito a partecipare a una giornata di studio che “riunisce psicoanalisti, politici e scienziati per esaminare le ansie apocalittiche contemporanee; cercheremo di capire insieme come le dinamiche inconsce possono partecipare alla concettualizzazione e alla comprensione delle forme di distruzione che attraversano il presente”. All’indomani dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, un mio paziente, spesso visitato da incubi, entra in studio, si siede e pronuncia queste esatte parole: «Bene, ora sappiamo che il vero incubo è la realtà, non il sogno».

Si obietterà che guerre e catastrofi sono sempre esistite. Ma la loro propagazione mediatica, per parole e immagini, soprattutto immagini (che per proteggermi spesso preferisco non guardare, ma sul se e come difendersi tornerò dopo), non è mai stata così pervasiva, capillare e rapida. Questo fa la differenza. È sempre più difficile modulare, sulla base delle proprie sensibilità personali, in che misura esporci, lasciarci toccare. Sensibilità personali che di volta in volta possiamo chiamare egoismo di sopravvivenza, resistenza all’assuefazione, stallo nell’impotenza, distanziamento per un pensiero lucido, negazione per ritardare la presa di coscienza che un giorno anche le nostre comode vite cambieranno. Le giornate sono attraversate da sentieri microdissociativi: mentre stai prenotando un ristorante sul tuo telefono esplode il bombardamento di una città, appare la foto di un torturato, la terra piange per l’ennesima catastrofe ambientale. Gli spazi psichici si riempiono di ansia o di rabbia perché introiettano senza filtri la crisi del mondo. Oppure si svuotano in forme di apatia perché così respingono il costo dell’esperienza empatica. La vulnerabilità narcisistica può esprimersi socialmente in molti modi, compreso quello etimologico: narké, da cui appunto “narcisismo”, come torpore anestetico e indifferenza emotiva.

Cerchiamo di vederle più da vicino, giocoforza in gran brevità, queste scene dell’apocalisse contemporanea. Vediamo cosa ci dicono la letteratura scientifica e l’esperienza clinica. Si chiama ecoansia lo stato d’angoscia che nasce dalla consapevolezza di assistere a un’alterazione progressiva dell’equilibrio ambientale destinata a un punto di non ritorno. Ma l’ecoansia è solo una delle manifestazioni emotive che possono accompagnare il cambiamento climatico: aumenta la letteratura sui vissuti di perdita e lutto (eco-grief), e sui sentimenti di colpa (eco-guilt), vergogna (eco-shame) e rabbia (eco-anger), che motivano le proteste dei giovani attivisti. Dallo studio sullo spaesamento di popolazioni indigene si prende a prestito il termine solastalgia, che è la malinconia per la perdita del senso di appartenenza e del contatto profondo con un territorio irreparabilmente degradato. Si chiama più semplicemente e meno diagnosticamente paura, ma anche orrore, ciò che proviamo per guerre che riaccendono l’odio, la vendetta e la distruttività sempre in agguato.

La nuclear anxiety, per strade politiche diverse e diversi circuiti neurali, si propaga quanto l’apprensione per le catastrofi climatiche. Si chiama minaccia al sentimento di sicurezza, integrità e salute, lo scenario epidemico virale che David Quammen, lungimirante, aveva iniziato a descrivere, cito i suoi titoli, in Spillover, prima che ce ne accorgessimo tutti, rimanendo Senza respiro. Anche se non piace ai detrattori del vaccino e agli sfiduciati epistemici, siamo destinati a convivere con gli appuntamenti vaccinali. Nell’ultimo mese, giusto per parlare di me, ho fatto l’antinfluenzale annuale e il quarto anti-Covid; mi avvio verso anti-herpes e anti-polmonite.

Dalle difese immunitarie alle difese psichiche, mi chiedo: si chiama ancora pietas quella che riusciamo a provare nei confronti degli altri in difficoltà? Oppure è già scattata una pandemia respingente, incompatibile con l’immedesimazione e l’accoglienza, con cui si tenta di proteggere un ideale di sicurezza? Ciò che più mi colpisce è la direzione che stanno prendendo le nostre risposte cognitive: la polarizzazione fanatica (faziosa, tifosa, litigiosa), l’immobilità spaesata (non riesco a pensare), la distrazione difensiva (non voglio vedere). Dove ci porteranno tanto smarrimento, preoccupazione, imprevedibilità? Attingo ancora una volta dalla cultura clinica dei meccanismi di difesa e di coping su cui si basano buona parte delle nostre risposte cognitive, affettive e comportamentali.

Se i meccanismi di difesa ci proteggono, in modo più o meno adattivo, da condizioni interne/esterne troppo difficili da sostenere, quelli di coping rappresentano soluzioni con cui fronteggiare o addirittura gestire le sfide del quotidiano. Sono meccanismi che, in relazione sia al pericolo percepito sia alla nostra struttura di personalità, possono rivelarsi più o meno maturi, più o meno patologici. Come abbiamo visto in tempo di pandemia, ma anche in tempo di guerra, le nostre difese, per quanto strettamente individuali, possono aggregarsi in comportamenti collettivi. Lo spiegava Freud, più di un secolo fa, in Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Mi preoccupa l’effetto sulla psiche degli “incubi reali” che ci circondano: soprattutto per chi li vive direttamente, ovvio, ma anche per chi li vive in modo riflesso. Mi preoccupa la trasformazione psichica, che subito diventa politica, che le emergenze possono portare con sé in termini di paure aggressive, disumanizzazioni, radicalizzazioni religiose, inibizione della prosocialità e della capacità di immaginare convivenze nuove. Mi sembra onesto provare a dire quali sono le mie difese. A volte l’isolamento emotivo, lo devo riconoscere. Girare lo sguardo. Succede di staccare la testa dal cuore. Ma poi provo a ragionare tornando intero, toccando la mia coscienza e quella di chi mi sta vicino. Coltivo il principio speranza, a cui spesso, in questa “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”, non credo più. Imparare a vivere nell’incertezza. Soffermarsi sui singoli gesti di pace, non solo sulle azioni di guerra. Provare a umanizzare la modernità, come dicono due filosofi, Francesco Bellusci e Mauro Ceruti, in un nuovo libro. Chiedendosi se è ancora possibile un agire razionale che non sia solo strumentale e tecnocratico, ma capace di accogliere la coscienza ecologica ed etica. Provo a capire, rompendomi la testa, come è il mondo visto con gli occhi degli altri, non solo i miei.

fonte https://www.repubblica.it/venerdi/2023/11/10/news/psychoapocalipse_come_difendersi_dai_nuovi_incubi-420012737/

Un pensiero riguardo “Psychoapocalipse: come difendersi dai nuovi incubi

  1. Avatar di emcquadro

    La psicoapocalisse è partita anni fa: oggi siamo all’epilogo, e sarà dura recuperare.
    Nel mio piccolo, tengo la TV spenta e provo a parlare con le persone, ma solo di persona, dal vivo. Lascio la tecnologia, che, tra l’altro amo, a chi ha voglia di semplificazione e non di semplicità.

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