Il trauma del bambino abbandonato

Il trauma dell’abbandono. Prima di parlare del trauma da abbandono è necessario definire cosa sia il traumaCos’è il trauma? Il termine trauma (dal greco τραύµα = ferita) in psicoanalisi viene utilizzato con tre significati presi in prestito dal linguaggio medico: violento shock, lacerazione e conseguenze sull’organismo nel suo insieme.

Secondo la teoria psicoanalitica il trauma consiste in un’esperienza che causa alla vita psichica un aumento di stimoli tanto forte da renderne impossibile l’elaborazione nel modo abituale, producendo disturbi legati all’energia utilizzata dalla psiche. La mole di stimoli (che può essere prodotta da un unico evento o da un accumulo di più eventi) che arriva alla mente è eccessiva perché questa possa tollerarla adeguatamente e si produce quindi una sorta di cortocircuito.

Secondo Freud, l’effetto dell’evento traumatico (di carattere sessuale) sulla psiche consiste nel suscitare nell’Io la creazione di una difesa patologica, prima fra tutte la rimozione, che agisce secondo il processo primario.

Con il termine trauma, secondo la Teoria Individual-psicologica che si è sviluppata a partire dalla teoria di Adler (che tuttavia nei suoi scritti non dà una definizione precisa e netta di trauma), ci si riferisce a esperienze relazionali ed emotive caratterizzate da assenza di risonanza emotiva con l’adulto nelle prime fasi di vita oppure a un vissuto abbandonico percepito come destrutturante. Questa teoria tiene conto dell’insieme delle caratteristiche psicologiche dell’individuo e del suo stile di vita, delle caratteristiche dell’ambiente e della sua storia, è quindi importante osservare il quadro completo per poter valutare gli effetti delle esperienze vissute dalla persona e di conseguenza anche degli effetti di esperienze traumatiche di vario genere. Non è l’evento in sé a risultare traumatico, ma come viene vissuto dall’individuo e quali significati inconsci vi vengono attribuiti.

Il trauma ha effetti sull’immagine di sé e sulle modalità inconsce con cui il soggetto guarda il mondo e vi si relaziona; nel caso di traumi infantili, compreso quello abbandonico, si aggiunge anche la difficoltà di attribuire alla famiglia delle colpe, che vengono quindi attribuite a sé.

L’esperienza traumatica si manifesta in varie forme, per esempio, come potenziale minaccia alla propria sopravvivenza o come vissuto di impotenza e inattuabilità di richiedere aiuto o di affidarsi a qualcuno in grado di ridurre la paura di morte che l’evento può suscitare.

Cos’è il trauma da abbandono?

Il trauma da abbandono (o Sindrome di abbandono) si manifesta con insicurezza affettiva di base, collegata a esperienze precoci di deprivazione nei primi anni di vita del bambino che ha vissuto l’assenza di rassicurazione o affetto da parte dei genitori. Ciò produce nel bambino una compromissione della vita relazionale che si può osservare nel gioco oppure, crescendo, in comportamenti antisociali, mancanza di impegno nello studio e nel lavoro, sfiducia di base e via dicendo.

A differenza del trauma vissuto in età prescolare o scolare, ciò che accade nell’abbandono in età neonatale non è riconducibile a un preciso ricordo, ma rimane impresso nella psiche a livello emozionale come rifiuto, senso di colpa e fantasia di cattiveria.

L’abbandono è un evento emotivo che interferisce con l’integrazione degli stati mentali del bambino e che impedisce l’accesso alla strutturazione di una mente coesa e coerente. In alcune situazioni non è necessario un abbandono fisico per innescare nel bambino il meccanismo traumatico, infatti anche l’abbandono emotivo e affettivo ha un peso importante nello sviluppo e nella cronicizzazione del trauma e dei vissuti ad esso collegati.

Il trauma dell’abbandono, particolarmente forte nel caso di bambini adottati, lascia cicatrici emotive molto profonde anche quando non vi è ricordo esplicito. Spesso in questi bambini si possono riscontrare vari sintomi comportamentali riconducibili a quadri oppositivo-provocatori e di iperattività.

Poniamo, ad esempio, il caso in cui un padre abbandoni sia la compagna o moglie sia il bambino, questo evento potrebbe avere conseguenze sulla relazione madre-bambino?

Secondo le teorie dell’attaccamento, nelle primissime fasi di vita del bambino, è fondamentale che la madre riesca a sintonizzarsi con i vissuti e i bisogni del neonato in modo da rispondervi coerentemente, rimandando al bambino un senso di rassicurante contenimento.

Nel caso di una madre che vive l’abbandono del compagno, il processo di sintonizzazione è a rischio e, qualora la madre si trovi a vivere lei per prima il dolore connesso al trauma abbandonico, le conseguenze potrebbero essere quelle di un’interazione discontinua, emotivamente fredda e poco ricettiva o al contrario troppo ansiosa e controllante. In entrambi i casi, l’immagine della madre che il bambino immagazzina nella sua mente, prende la forma di un oggetto primario non coerente e vengono interiorizzati dal bambino vissuti negativi nei suoi confronti, introiettando un’immagine di sé “cattiva”. Queste immagini negative condizionano lo stile relazionale sia nei confronti della madre sia del mondo esterno, mantenendo attivo il circolo disfunzionale e traumatizzante.

È importante anche tener conto delle possibili differenze legate al periodo in cui avviene l’abbandono (se, ad esempio, avviene appena dopo la nascita o con la scoperta della gravidanza), ciò risulta rilevante in quanto anche la madre subisce una forma di trauma abbandonico. L’esperienza che questa vive può portarla a riversare inconsciamente la rabbia provata verso il compagno sul figlio, vissuto come causa di tale abbandono, oppure può rendere faticoso il processo di accoglienza del bambino nella propria mente a causa della profonda angoscia che vive come donna abbandonata. In entrambi i casi, il bambino si trova a vivere un doppio abbandono: quello fisico del padre e quello affettivo, emotivo e mentale della madre.

Quali differenze sono legate al momento in cui avviene l’abbandono di madre e bambino?

Come anticipato, ci si trova in condizioni diverse qualora l’abbandono avvenga appena dopo la nascita o con la scoperta della gravidanza stessa. Le due donne si troveranno a vivere diversamente le varie tappe della gravidanza e quelle successive e ciò avrà conseguenze diverse sul processo di attaccamento e sulle modalità di accudimento, nonché sulla memoria che il bambino avrà della relazione stessa.

Nel caso di abbandono dopo la nascita, la madre potrebbe produrre comunicazioni paradossali tali per cui, essendo assorbita dal proprio dolore potrebbe manifestare espressioni di assenza e vuoto che spaventano il bambino. Secondo la teoria dell’attaccamento, tale comportamento inconscio della madre mette il bambino in una condizione conflittuale irrisolvibile, in quanto il genitore rappresenta contemporaneamente fonte di conforto e di paura. Quello che si viene a delineare, in questi casi, è uno stile di attaccamento di tipo disorganizzato e nella memoria del bambino il ricordo dell’accudimento è associato ad emozioni di paura e confusione.

Nel caso di abbandono al momento della scoperta della gravidanza, la madre ha a disposizione un margine di tempo (rappresentato dalla gravidanza stessa) nel quale iniziare ad affrontare il proprio abbandono e quindi potrebbe arrivare a essere, nei primi mesi di vita del bambino, più responsiva nei confronti del neonato. Anche le caratteristiche personologiche della madre influenzano l’esito dell’attaccamento, per esempio nel caso in cui siano sul versante ansioso-depressivo, potrebbe esserci la possibilità che la madre risulti non sempre accessibile producendo nel bambino un’immagine non stabile della figura materna.

In situazioni simili, secondo la teoria dell’attaccamento, le comunicazioni e le modalità relazionali della madre risultano imprevedibili, arrivando a essere iper-vigili e iper-controllanti, impedendo al bambino l’esplorazione autonoma dello spazio e la sintonizzazione sui propri bisogni anche fisiologici (la madre, per esempio, può iniziare a seguire una sua rigida “tabella di marcia” per la nutrizione, senza aspettare che venga mostrato un bisogno reale da parte del neonato). La disponibilità della madre appare alternata e incoerente, il bambino si crea così un’immagine della madre come non disponibile e un’immagine di sé come non amabile e quindi viene percepita inconsciamente la paura dell’abbandono. Quello che si viene a delineare in queste condizioni è uno stile di attaccamento insicuro di tipo ansioso-ambivalente e nella memoria del bambino il ricordo dell’accudimento può essere associato ad emozioni di ansia, colpa e confusione.

Il trauma dell’abbandono negli adulti

Quindi tutti bambini che subiscono un trauma abbandonico sviluppano le stesse problematiche da adulti? Tutte le madri abbandonate dai compagni o dai mariti faticano nel processo di attaccamento?

La risposta è no per entrambi i quesiti! Pur potendo trovare delle caratteristiche comuni, ogni situazione è a sé e due storie simili possono produrre due effetti psicologici differenti. Questa discrepanza può essere spiegata, in ottica adleriana, dalle caratteristiche individuali che presentano un funzionamento, una creatività del Sé e uno stile di vita unico e irripetibile; secondo Adler “Le stesse esperienze non producono mai esattamente un effetto uguale in due diversi individui, poiché dalle esperienze si apprende solo quanto lo stile di vita consente.” (Ansbacher H.L, Ansbacher R.R., 1997, pag. 192). Così come non esistono due fiocchi di neve uguali, non esistono due individui psicologicamente uguali.

Inoltre, una notevole influenza è data anche dall’ambiente circostante, dall’aiuto e dal supporto esterno che queste donne possono ricevere. Più la rete affettiva e relazionale attorno a queste madri sarà solida, stabile, calda e accogliente e maggiore sarà la possibilità per loro di trovare uno spazio di elaborazione del proprio trauma abbandonico e di vivere la relazione madre-bambino in modo più sereno.

Si può superare un trauma da abbandono?

Non si possono eliminare gli eventi negativi o traumatici vissuti dall’individuo (purtroppo non è stata ancora inventata la macchina del tempo), ma lo si può aiutare, attraverso lo strumento della relazione terapeutica, a ridurne gli effetti, integrando quell’esperienza nel proprio bagaglio di vita e aiutandolo a trovare le energie che lo facciano sentire libero di cambiare le proprie mete e di determinare ciò che sarà (secondo la visione creativa di Adler l’uomo è fondamentalmente libero).

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