“FEMMINE CONTRO MASCHI”: Uno sguardo all’intimità emotiva nella post-modernità.

“I maschietti sono forti, le femminucce sono più emotive”. 

Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase con estrema nonchalance come se si trattasse di un indiscutibile e assoluto assioma inscrivibile nella stessa biologia umana?

Ebbene, a differenza di come si possa pensare, le storiche differenze presenti tra educazione emotiva nell’uomo e nella donna sono correlati squisitamente culturali.

I cambiamenti sociali che stanno investendo la post-modernità iniziano, per fortuna, a spargere i semi per un crollo degli antichi stereotipi di genere, alla ricerca di un nuovo equilibrio e di un’acquisizione di “diritti emotivi” fino a poco tempo fa perfino impensabili.

Oggi l’emotività, la sessualità e la visione strutturale e culturale di cosa è da maschio e cosa invece da femmina inizia a vacillare, e con essa i confini che determinano cosa sia un ruolo di genere.

Nel seguente articolo, si cercherà di analizzare brevemente il modo in cui l’intimità emotiva del maschile e del femminile si stia via via modificando alla ricerca di un riconoscimento emotivo nell’uomo e di uno slancio alla legittimazione di un’aggressività positiva nella donna.

Il diritto dell’uomo ad un’intimità emotiva

L’educazione alle differenze nasce nel momento stesso della nascita del bambino: si fanno distinzioni sui colori della cameretta adatti al maschietto o alla femminuccia, sui giochi adatti ai bambini e alle bambine; si costruisce un ground in cui le femminucce sono empatiche, mentre i maschietti giocano a fare la guerra. Eppure, come spiega la dottoressa Valentina Alice Tomaselli, psicoterapeuta dell’età evolutiva, anche i maschi “piangono, sono tristi o hanno paura, ma queste esperienze emotive vengono soffocate”. Questo, prosegue la dottoressa, comporta un rimanere indietro da parte dei “maschietti” per tutto ciò che riguarda l’educazione emotiva, storicamente riconosciuta come appartenente esclusivamente all’educazione femminile.

La sensibilità diventa una vergogna, una condanna, qualcosa da nascondere e da reprimere. Ciò crea una sorta di alessitimia legittimata, quasi ricercata nel bambino che via via perde contatto con le proprie emozioni.

Per il sociologo Kimmel, è la prospettiva sulla questione a dover essere modificata. Anziché domandarsi che cosa significhi essere un vero uomo, infatti, bisognerebbe chiedersi che cosa significhi essere un brav’uomo.

La dottoressa Tomaselli aggiunge che la conquista dell’eguaglianza di genere rappresenti un dono non soltanto per le donne, ma anche per gli uomini: abbandonando un’arcaica idea di mascolinità egemone, ci azzarderemmo a definire perfino tossica, gli uomini possono sentirsi maggiormente liberi di esprimere le proprie emozioni, di vivere la propria sfera emotiva con spontaneità… semplicemente, di essere sé stessi.

Nel suo articolo Infrangere il codice Maschile, il dottor Garfield afferma che anche gli uomini con ottime competenze emotive siano ancora oggi parecchio reticenti nell’esprimerle pubblicamente. Garfield parla di codice maschile caratterizzato da un’ostentazione al machismo, alla forza e alla virilità. Dall’altra parte, però, ci sono i bisogni emotivi e relazionali: in questa cornice, gli uomini si muovono “in bilico tra due mondi”, alimentando quello che già nel 1995 Pleck definiva stress connesso al ruolo di genere.

L’Uomo teme la donna e la sua emotività?

Riguardo alla paura che gli uomini provano nei confronti delle donne, appare subito chiaro che queste ultime godono di un innegabile vantaggio: la capacità di dare alla luce un figlio e di allattarlo. Un patriarcato di migliaia di anni, la condanna al rogo delle streghe o la proclamazione dell’invidia del pene non possono bilanciare il fatto che le donne (e solo loro) possono vantare una capacità molto più esistenziale del sollevamento pesi o del parcheggiare perfettamente. (…) Non c’è però bisogno che la donna sia madre, perché l’uomo impari a temerla. 

La fondamentale paura degli uomini per l’altro sesso è una conseguenza di quella nei confronti delle emozioni. L’uomo teme l’emotività, la pone lontano, spesso la proietta e la tiene a debita distanza. Un uomo, idealmente non si lascia governare dalla “debolezza” delle emozioni, ma ciò lo pone in una situazione disfunzionale ed arcaica.

Oggi un uomo che non dedica il giusto tempo alla definizione del proprio stato emotivo risulta sicuramente poco connesso e funzionale alle dinamiche psicologiche di ciò che è l’amore, l’essere amati e il creare emotività.

Le donne, infatti, rappresentano il loro mondo emotivo e in particolare quelle emozioni che gli uomini tendono a dissociare da sé: dolore, paura, impotenza, ma anche dedizione, passione, tenerezza. In genere le emozioni si avvicinano all’uomo tramite la figura della donna. (…) Agli uomini le donne appaiono creature così sconosciute e imprevedibili perché hanno reazioni emotive che loro non riescono a capire immediatamente.

I tempi per fortuna cambiano ed oggi l’emotività, il sesso, i ruoli risultano essere sempre meno strutturati e definiti.

Oggi gli uomini stanno piano piano imparando a lasciarsi andare alle proprie emozioni, legittimando un’intimità emotiva che non è altro se non un’esperienza piena, completa di connessione con l’altro.

In un passaggio molto bello di Infrangere il codice Maschile, Garfield racconta di quanto spesso, nel corso delle sedute terapeutiche, gli uomini scoppino a piangere pensando ai loro padri, appartenenti a generazioni precedenti e, in generale, maggiormente coartati sul versante emotivo. Citando le parole dell’autore:

“… E dietro quelle lacrime si scopre che non è tanto una mancanza di amore ciò che sentono, quanto un fortissimo desiderio di contatto. La maggior parte degli uomini crede che il proprio padre li abbia amati e si sia preso cura di loro a modo suo, che insomma ci abbia provato”.

Questa consapevolezza, certamente dolorosa, è un passo fondamentale per la nascita di generazioni future in cui il rispetto delle proprie emozioni e la legittimazione del proprio sentire possano rappresentare un grande punto di forza nel proprio processo di vita e non più un segno di debolezza e uno stigma sociale.

Il diritto della donna alla propria aggressività

Per prima cosa, per evitare di creare fraintendimenti, è bene fornire una definizione di aggressività intesa in termini squisitamente gestaltici.

Dal latino aggressus, indica “l’andare verso” inteso come azione finalizzata a raggiungere l’altro e non a distruggerlo. Si tratta di una spinta vitale, un’energia positiva legata alla capacità di destrutturare la realtà per crearne una nuova. Non ha nulla a che fare con la violenza.

Intesa in questi termini, l’aggressività femminile è stata per secoli scoraggiata e soffocata al punto da venire repressa dalle stesse donne sotto strati e strati di sensi di colpa. La dottoressa Valcarenghi, a tal proposito parla di aggressività femminile malata perché incapace di essere vissuta spontaneamente: “i sintomi di questa artificiale repressione si esprimono in comportamenti deficitari o eccessivi come autolesionismo… senso di colpa, dipendenza, insicurezza o ansia di controllo, prepotenza e atteggiamenti insofferenti o collerici”. E l’aggressività repressa si trasforma in autopunizione.

Anche la sana aggressività relativa alla sfera sessuale è stata storicamente repressa ed etichettata come amorale. Per secoli, la donna ha vissuto la sessualità secondo fantasie e modalità dettate da regole maschili. I disturbi della sfera sessuale, primo fra tutti l’anorgasmia, ma anche la frigidità e il controllo del desiderio venivano considerati come virtù femminili da incoraggiare.

Il dottore Proietti, psicoterapeuta della Gestalt, afferma che in terapia è fondamentale riuscire a far riconnettere la donna con la propria aggressività repressa, al fine di reindirizzare questa energia sopita verso l’ambiente.

Ma come per gli uomini, anche per le donne le cose stanno cambiando nella società contemporanea.

Oggi la donna è maggiormente propensa ad esprimere la propria rabbia ad-gredendo l’ambiente circostante. Gli stereotipi di genere, per fortuna, iniziano a vacillare, permettendo di osservare una controtendenza di dati. La donna oggi vive (o per meglio dire, inizia a vivere) la propria sessualità liberamente, abbandonando gli antichi pregiudizi relativi al piacere, alla masturbazione, alla promiscuità. Oppure, è sempre meno raro incontrare famiglie con padri casalinghi e donne in carriera.

Ciò, tuttavia, ha comportato anche il rovescio della medaglia. Spesso accade, infatti, che gli uomini, maggiormente sensibili rispetto al passato, si sentano inibiti da queste donne “potenti”, libere e non sappiano come approcciarsi.

Probabilmente, ciò è dovuto al periodo storico che stiamo vivendo. Le fasi di transizione comportano sempre dei momenti di crisi, quasi una sorta di apocalissi culturali che scuotono la società fin dalle sue fondamenta. Ma prima di ristabilire un equilibrio, è necessario affrontare le scosse di assestamento che ogni cambiamento inevitabilmente comporta.

Per concludere, sarebbe troppo ottimistico pensare che oggi le cose funzionino perfettamente. Ci sono ancora troppe realtà in cui gli stereotipi legati al genere rappresentano delle catene difficilmente scioglibili. C’è da dire che senz’altro sono stati fatti degli enormi passi avanti rispetto al passato e che la direzione presa dalla modernità fa ben sperare per le future generazioni.

Continua a leggere l’articolo fonte http://psiche.org/articoli/i-maschietti-sono-forti-le-femminucce-sono-piu-emotive/

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