Psicologia del denaro: riflessioni sul legame tra denaro e spiritualità

È la psicologia del denaro ciò che determina la relazione con la ricchezza, la quale dipende in particolare dalle nostre credenze.

Adriano Tilgher, giornalista e pubblicista dei primi del ‘900, nel suo saggio Homo Faber, scrive: ‘‘È facile deridere l’imprenditore o l’uomo d’affari, che da mane a sera si consuma in un lavoro senza tregua, accumulando ricchezze che non ha tempo né voglia di godere; è facile accusarlo di mancare di spiritualità. Ma intanto egli genera vita a torrenti intorno a sé; ma intanto egli gusta a volte la gioia divina del creatore e sempre, o quasi, la calma fresca e profonda delle energie disciplinate. Dopodiché, padrone chi vuole di trovarlo meno spirituale dell’asceta della Tebaide, assalito la notte dagli incubi dei sensi insoddisfatti, snervato il giorno dalla noia di un’esistenza inerte e monotona, che passa la vita a intrecciare stuoie, che poi, dopo averne fatto un bel mucchio, deve bruciare, mancandogli in quel deserto di pietre e di scorpioni clienti a cui vuole venderle’’. In questo passo l’autore esprime il concetto della conflittualità tra ricchezza e spiritualità. L’autore infatti espone le divergenze che possono nascere tra coloro che vivono di denaro(l’imprenditore) e coloro che vivono di spiritualità (l’asceta), tracciando tra di essi una netta linea di demarcazione.

Quello che risulta difficile da comprendere è se, appunto, questi due ‘status’ appartengano o meno ai due poli opposti di uno stesso continuum, o se al contrario possono trovare un punto d’incontro.

Secondo il dizionario Treccani il termine spiritualità è etimologicamente legato ad una particolare sensibilità e profonda adesione ai valori spirituali: la spiritualità del soggetto lo porta a disinteressarsi dei problemi concreti. Così ad esempio parliamo di un uomo, artista o scrittore di grande spiritualità.

Il denaro è invece, nel senso comune, legato ad un valore economico rispetto a determinati beni ed ottenibile attraverso l’attività lavorativa che in tal senso risulta essere il mezzo attraverso il quale raggiungere il fine: il guadagno. Questa visione meccanicistica (di causa-effetto) del lavoro svolto come modalità d’azione utile per raggiungere solo quel determinato scopo, genera uno dei primi pensieri limitanti rispetto a tale questione. Infatti, se si cambiasse prospettiva e ci si approcciasse all’impiego non come mezzo diretto ad una meta, ma come un’attività svolta per sé stessa, ecco che forse l’opinione corrente muterebbe. Cos’ha di diverso un artista che vende i suoi dipinti da un uomo d’affari che gestisce i propri capitali in un’attività economica?

L’inghippo è spesso collegato al binomio materiale-immateriale. Ciò che è materiale è definito come superficiale e consumistico, al contrario ciò che è immateriale è legato ad un’accezione considerata divina.

In realtà, si potrebbe dire che ciò che fa di un uomo un essere spirituale, inteso come non egoista e privo dei sensi di colpa legati al guadagno, è l’intenzione che esercita sull’azione che svolge. Nel momento in cui i soldi vengono concepiti come un flusso, e non come dei pezzi di carta finalizzati al consumo e/o all’arricchimento, ecco che la prospettiva cambia. Il flusso implica un continuo ciclo in cui il denaro circola in maniera continua, un po’ come il nostro respiro fa fluire l’ossigeno all’interno del nostro corpo.

L’ecosistema che verte intorno ai soldi è molto più complesso di quanto crediamo, e se facessimo un’analisi più accurata forse capiremmo anche che coloro che guadagnano e non risparmiano non sono necessariamente individui che amano ostentare la loro ricchezza, ma sono persone che attraverso i loro investimenti producono nuovi circoli di denaro producendo spesso occasioni lavorative. Quindi potremmo vedere gli investimenti come una forma di altruismo.

Denaro e spiritualità possono intendersi nel momento in cui il denaro non viene demonizzato come oggetto ‘del male’ dell’uomo, ma come aria che circola, come circola la stessa energia divina o universale che l’ascetico avverte nel mondo.

Marx Weber spiega, in una importante sua opera, le ragioni del ‘razionalismo economico’ e, citando Lutero, scrive che ‘‘il lavoro professionale è un compito o meglio il compito assegnato da Dio’’ e, pertanto, una ‘‘espressione esterna dell’amore verso il prossimo’’. Poi, citando Baxter (AChristian Directory,1678) scrive sempre Weber ‘‘Ciò che la morale veramente condanna è l’adagiarsi nel possesso, il godimento della ricchezza con la sua conseguenza di ozio e di concupiscenza e, soprattutto, con la conseguenza di deviare dal faticoso cammino verso la vita santa’’.

È la psicologia del denaro ciò che determina la relazione con la ricchezza, la quale dipende in particolare dalle nostre credenze. A partire dal 1951, con il lavoro di George Katona nella sua opera L’analisi psicologica del comportamento economico, si trova il primo tentativo di unire psicologia ed economia quando, ancora un decennio prima, si leggeva tra le righe di uno dei più importanti manoscritti di Marx: ‘‘Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua repulsività, è annullata dal denaro (…). E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che mi unisce alla società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaroforse il vincolo di tutti i vincoli, il vero cemento, la forza galvano-chimica della società?’’ (Karl Marx , Manoscritti economico-filosofici, 1844). Questa interpretazione del denaro è frutto di un’epoca in cui il guadagno sembrava essere l’unico generatore di senso, secondo quanto detto dall’autore, e quindi gli aspetti legati alla personalità e alla soggettività venivano spazzati via da questa forza egemone rappresentata dai soldi, che plasmavano in una dimensione prettamente quantitativa. Il denaro dunque è rappresentato come il metro di misura non solo della quantità, bensì anche del proprio modo di vivere e della propria essenza dinanzi agli altri.

Katona comincia invece ad affiancare la dimensione economica a quella prettamente psicologica, legata ad attività umane come il relazionarsi con gli altri, il pensiero e la capacità di elaborare idee. La comprensione dei processi economici muta nel momento in cui si focalizza l’attenzione sugli individui considerati in quanto tali e non come astrazioni, dimenticando o nascondendo le innumerevoli deviazioni e aberrazioni provocate dall’umana fragilità al solo scopo di poter fare raffronti utili e che si mantengano intatti (Katona,1951).

Quanto scritto sopra ha senso nel momento in cui l’attività economica è strettamente collegata al comportamento dell’uomo. E il comportamento è un fattore intrinsecamente collegato ad aspetti psichici dell’individuo. Si può dedurre come sia fondamentale lo studio della motivazione, delle credenze e delle aspettative dei singoli per facilitare la comprensione dei fenomeni economici.

Il ‘sentirsi ricchi’ è una percezione soggettiva, molto più spirituale di quanto si possa pensare. Non si può ridurre il guadagno ad una questione meramente oggettivistica e materialistica, altrimenti perché esisterebbero miliardari che in realtà sono spiritualmente poveri? Questa loro condizione rende conseguentemente anche il denaro che possiedono come privo di valore.

Il denaro può essere considerato zen perché può generare scambio, empatia e collaborazione.

Continua a leggere l’articolo fonte https://www.stateofmind.it/2021/11/psicologia-denaro-spiritualita/

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