Disturbo di panico e gravidanza: decorso nel peripartum e nel post partum

Il disturbo di panico (DP) è uno dei disturbi psichiatrici più diffusi e invalidanti, le cui stime di prevalenza sono doppiamente superiori nel genere femminile, rispetto a quello maschile (Jacobi et al., 2015). 

L’età d’insorgenza del disturbo di panico si colloca mediamente prima o durante gli anni riproduttivi (età media: 30,3 anni; nel range 26,1-34,6). Pertanto, l’indagine del decorso del disturbo di panico durante il periodo peripartum e il relativo impatto sullo sviluppo del figlio costituisce un obiettivo di ricerca di primaria importanza (Martini et al., 2020). Precedenti studi hanno mostrato che il decorso del disturbo di panico peripartum è variabile: alcuni hanno riscontrato una diminuzione dei sintomi o tassi piuttosto bassi (Bandelow et al., 2006; Hertzberg e Wahlbeck, 1999; Klein et al., 1994; Northcott e Stein, 1994), mentre altri hanno riportato peggioramenti o alterazioni del disturbo (Cohen et al., 1994; Griez et al., 1995; Wisner et al., 1996). Ulteriori dati suggeriscono esiti eterogenei anche durante il periodo post-partum: riduzione della sintomatologia, andamento stazionario o esacerbazione del disturbo (Cohen et al., 1996).

Gli attacchi di panico possono implicare l’esposizione del feto agli ormoni dello stress: i figli di genitori con disturbo di panico, infatti, presentano un maggior rischio di sviluppare un disturbo d’ansia (Yonkers et al., 2017). È emerso, inoltre, che i figli di madri con disturbi d’ansia tendono a manifestare livelli più elevati di attaccamento insicuro (Kraft et al., 2017). Comportamenti genitoriali specifici (ad es. manifestazioni di ipercontrollo/rabbia, ipo-iper vicinanza emotiva) sono stati collegati a livelli più elevati di ansia nel bambino (Drake e Ginsburg, 2012;), ma solo pochi studi hanno indagato il comportamento genitoriale nelle madri con disturbo di panico prima che i bambini sviluppassero una psicopatologia manifesta (Warren et al., 2003).

Nel complesso, dalla letteratura precedente sul tema, non è possibile trarre conclusioni valide sul decorso del disturbo di panico nel periodo peripartum, motivo per cui il seguente estratto si focalizza su uno studio prospettico longitudinale che confronta specificatamente gli esiti di donne con disturbo di panico peripartum con quelli di altre senza sintomatologia ansiosa e/o depressiva (Martini et al., 2020). Dallo studio sono emerse differenze riguardanti: gli esiti gestazionali, la durata dell’allattamento al seno, lo stile genitoriale e i disturbi regolatori nei neonati. In linea con altri studi che hanno riportato uno sviluppo variabile del disturbo di panico, durante il periodo peripartum (Northcott & Stein, 1994), anche in questo studio sono stati osservati decorsi eterogenei. La maggior parte dei casi di disturbo di panico è stata identificata durante le prime fasi della gravidanza e un numero relativamente basso di donne ha riferito sintomi da disturbo di panico dopo il parto.

Una caratteristica peculiare dello studio in questione è stata il reclutamento di partecipanti già durante il primo trimestre di gravidanza: periodo spesso mancante in studi precedenti (Martini et al., 2020). Si può presumere che i cambiamenti fisici legati alla gravidanza, l’adattamento del sistema cardiovascolare e le sensazioni corporee associate possano assumere la valenza di stimoli interocettivi che provocano attacchi di panico durante questo periodo (Winkel et al., 2015). A tal proposito, il disturbo di panico durante la gravidanza risulta essere piuttosto transitorio nella maggior parte dei casi, al contrario molteplici donne con disturbo di panico peri-partum hanno presentato un decorso persistente con attacchi di panico frequenti dopo il parto. In merito al rapporto diadico madre-bambino, in linea con studi precedenti, è emerso che le mamme con disturbo di panico post-partum hanno più frequentemente riportato un legame caratterizzato da attivazioni rabbiose e da un’educazione più rigida e strutturata, rispetto ad altre donne senza sintomatologia ansiosa (Asselmann et al., 2018). Questi fattori implicano spesso maggiori livelli di ansia infantile e possono essere cruciali per la trasmissione familiare dei disturbi d’ansia (Drake e Ginsburg, 2012). Infine, le donne con disturbo di panico post-partum hanno riportato una durata minore della fase di allattamento al seno, rispetto alla tempistica raccomandata di 6 mesi (WHO, 2018). Pertanto, in questi casi, sarebbe necessaria un’assistenza specifica per poter mantenere l’allattamento al seno (Martini et al., 2020).

Nel complesso, i risultati di questo studio sono in linea con i risultati di Warren e colleghi, secondo cui le madri con disturbo di panico mostrano comportamenti genitoriali (es. manifestazioni di attivazioni rabbiose/ansiose) che potrebbero essere associati ad avversità precoci nei figli. Infatti, i bambini di madri con disturbo di panico hanno maggiormente mostrato problemi regolatori (Warren et al., 2003), i quali possono essere percepiti come fattori di rischio per una successiva psicopatologia (Hemmi et al., 2011). Tali comportamenti genitoriali disfunzionali possono risultare particolarmente problematici in combinazione a vulnerabilità avverse dello sviluppo neurologico (prematurità, basso peso alla nascita ecc.), quando si identificano bambini con alto rischio di esordio psicopatologico (Bilgin e Wolke, 2017). In conclusione di tale estratto, è possibile evidenziare il ruolo cruciale di un’adeguata diagnostica, psicoterapia e psicofarmacoterapia durante il periodo peripartum e post-partum (Martini et al., 2020). Gli specialisti dovrebbero valutare approfonditamente la storia psichiatrica delle pazienti, per poter adeguatamente rilevare un eventuale disturbo di panico durante il periodo peripartum o post-partum. A tal proposito, risulta, però, doveroso ribadire che una corretta diagnosi di disturbo di panico peripartum viene spesso complicata dalla sovrapposizione clinica tra i sintomi del panico e quelli fisiologici della gravidanza (es: mancanza di respiro, sensazione di svenimento, nausea ecc.). Una recente revisione di Marchesi et al., ha riportato che la terapia cognitivo-comportamentale, congiunta al trattamento farmacologico a base di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), costituisce il trattamento di prima linea per ottenere miglioramenti significativi del disturbo di panico in gravidanza e nel periodo post-partum

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO FONTE https://www.stateofmind.it/2021/10/disturbo-panico-gravidanza/

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