Dolore cronico: quando curare il corpo non basta

La problematica del dolore cronico affligge buona parte della popolazione mondiale, eppure vi è una certa difficoltà nel delimitare, attraverso una definizione univoca, tale costrutto.

Anzitutto, bisogna considerare che la condizione di dolore cronico si costituisce a partire da componenti sia fisiche che psichiche; questo è il motivo per il quale spesso trattamenti esclusivamente medici o farmacologi non contribuiscono alla sua eliminazione. L’Institute of Medicine Commettee on Pain, Disability and Chronic Illness Behavior definisce il dolore cronico come “una percezione complessa, che coinvolge livelli superiori del SNC, stati emozionali e processi mentali di ordine più elevato” (Khouzam, 2000). Esso può essere misurato attraverso strumenti standardizzati, tra cui ad esempio il Chronic Pain Acceptance Questionnaire (CPAQ) (McCracken, Vowles & Eccleston, 2004; Nilgen, Koster & Schmidt, 2007) o l’Affective Acceptance (Dijkstra et al., 2008).

Nonostante il grande impatto di questo fenomeno a livello mondiale, e considerando che il dolore cronico è una delle cause di maggiore impatto che conducono alla disabilità, le statistiche nazionali per questa condizione sono meno sviluppate di altre patologie, come cancro e problemi cardiovascolari (Von Korff et al., 2016). Ciononostante, diversi sono gli sforzi effettuati per fronteggiare tale problematica, ad esempio attraverso la creazione della National Pain Strategy con l’obiettivo di stimare la prevalenza e l’incidenza del dolore cronico nella popolazione, individuare metodi ed interventi standardizzati per la sua cura e valutarne l’efficacia.

Poiché, come si è già accennato, spesso la percezione del dolore in pazienti affetti da tale condizione non viene scalfita o indebolita dall’assunzione di farmaci o da trattamenti tradizionali, la domanda che ad oggi la ricerca scientifica si pone è come migliorare la condizione di vita di questi individui. Partendo dall’intuizione di Brakel (2014), secondo cui i processi psicologici attivati dal dolore cronico sarebbero gli stessi messi in campo per affrontare gli eventi negativi di vita, l’idea di base è dunque di lavorare sull’interpretazione che si fornisce a tale evento. In altre parole, laddove non sia possibile modificare un evento inteso in termini oggettivi, si può comunque modificare l’attribuzione di senso data all’evento, e dunque il proprio atteggiamento verso di esso.

Una lettura interessante rispetto alla gestione del dolore cronico viene fornita in uno studio trasversale di Orfgen & Dijkstra (2016). Gli autori individuano tre strategie, riconducibili a processi di relativizzazione del dolore, che consentono una riformulazione dell’attitudine del paziente con dolore cronico verso il dolore stesso:

  • Comparazione temporale;
  • Comparazione sociale;
  • Comparazione controfattuale.

Gli autori hanno infatti indagato come agisce ciascuno di questi tre meccanismi nel cambiamento di atteggiamento verso il dolore: dallo studio emerge una modificazione del 37% rispetto alla propria condizione. Più specificatamente, andando a lavorare sulla frequenza con cui i pazienti pensano al proprio passato, e confrontando questa percezione con quella attuale – dunque effettuando una paragone temporale -, vi sarebbero delle modificazioni nella percezione di sé. Il confronto con l’altro implicato nel processo di raffronto sociale va a lavorare sulle aree di identificazione e differenziazione con le altre persone, andando a facilitare l’accettazione della malattia, come accade anche in altri studi effettuati, ad esempio, sul diabete (Dijkstra et al., 2008). Infine, il confronto controfattuale, inteso come la prefigurazione mentale di come sarebbe stata la propria vita senza il dolore cronico, andrebbe a modificare l’influenza emotiva delle reazioni ed il significato stesso attribuito agli eventi (Orfgen & Dijkstra, 2016).

continua a leggere l’articolo fonte https://www.stateofmind.it/2021/09/dolore-cronico-trattamento/

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