Un padre è sempre un modello, che lo voglia o no

Le statistiche vedono, ancora oggi, un maggior coinvolgimento maternonell’accudimento della prole. La mamma, infatti, ricoprirebbe ruoli primari non solo al fine del nutrimento (allattamento), ma anche per tutti gli apprendimenti del nuovo nato. Gli studiosi del linguaggio, nell’osservare come un bambino riuscisse ad apprendere -in così poco tempo- tutte le capacità linguistiche utili alla comunicazione, hanno coniato il termine motherese (da mother, madre) per indicare il primo linguaggio usato dalle mamme per favorire l’apprendimento dai bambini. Il termine, che in italiano suonerebbe un po’ come “madrese”, è stato poi rinominato, in chiave universale, «baby talk».

Per le statistiche, sono le madri a trascorrere la maggior parte di tempo con i figli. La situazione peggiora tragicamente in caso di separazione, anche quando l’affidamento è congiunto (nell’85,5% dei casi di separazione). Secondo un’indagine condotta nel 2015 dai sociologi dell’Università Cattolica di Milano, il 72,7% delle donne separata vede tutti i giorni i propri figli mentre ci riesce solo il 9,2% degli uomini. In particolare:

  • Il 41,9% dei papà separati vede i figli più volte a settimane
  • Il 14,2% dei papà separati vede i figli solo qualche volta al mese
  • Il 13,9% dei papà separati vedi i figli solo una volta all’anno
  • Il 9,2% dei papà separati vede i figli tutti i giorni

Secondo la risoluzione 2097/2021 del Consiglio d’Europa, i bambini dovrebbero avere la possibilità di trascorrere il 50% del proprio tempo con ciascun genitore. La psicologia, per anni, si è soffermata sul legame madre-bambino in quanto relazione più rappresentativa (e quindi anche più disponibile per lo studio). Oggi, psicologi e neuroscienziati, concordano nell’affermare che a essere prioritaria per il neonato è la relazione e non l’oggetto della relazione (madre, padre o altra figura di accudimento). Da ciò si comprende che qualsiasi figura di cura presente con costanza, può avere qualche influenza sullo sviluppo psico-affettivo e neurologico del bambino.

Se le attuali statistiche sembrano sbilanciate, è doveroso sottolineare che nel panorama attuale il rapporto tra genitori e figli sembra essere meno asimmetrico di quanto non fosse fino a qualche decennio fa.

Madre e padre: figure affettivamente salienti alla pari

Fino agli anni ’50, lo studio della famiglia interessava soprattutto l’ambito sociologico. Stando ai sociologi dell’Epoca (Talcott Parsons e Robert Bales), ripresi poi negli anni ’80 da Baldwin, il ruolo di madre e padre doveva rispondere a requisiti prestabiliti. In particolare, nella famiglia il ruolo paterno era di tipo strumentale (fornire supporto economico, pratico e materiale, fornire supporto cognitivo), mentre il contributo materno era di tipo espressivo (cioè teso agli aspetti emotivi e relazionali). Per fortuna queste teorie sono rilegate al passato.

In psicologia si parla di figure affettivamente salienti per indicare i soggetti attivi nelle cure parentali. Padre e madre sono le figure affettivamente salienti d’elezione e lo sono anche in termini sociali. Nel confrontarsi con il gruppo dei pari, un bambino si rapporta a coetanei che hanno una mamma e un papà, il confronto potrebbe evidenziare dolorose differenze in caso di un padre (o di una madre) assente.

Vari studi (sintetizzati in Berk, 2013) documentano come, nelle famiglie dove i ruoli non sono distribuiti in modo tradizionale tra madre e padre (per esempio, dove il papà mette a letto i bambini, gestisce la cucina e la mamma si destreggia in riparazioni idrauliche e porta l’auto dal meccanico) i bambini e bambini si mostrano meno attaccati agli stereotipi di genere. In particolare, quando la c’è una madre in carriera, le bambine sono più inclini a impegnarsi in attività stereotipate come maschili e divengono più ambiziose, impegnandosi di più anche in termini scolastici. E’ anche interessante notare che questi bambini ricercano l’amicizia di un coetaneo del sesso opposto con maggiore frequenza rispetto a quanto fatto dai bambini provenienti da famiglie dove i ruoli genitoriali sono “più tradizionali”.

La Teoria dell’Attaccamento

La teoria dell’attaccamento, fonda l’origine dei legami affettivi come un bisogno evoluzionisticamente programmato che si spinge ben oltre il bisogno di cure fisiche: si parla infatti di bisogni affettivi. In questo contesto, il padre può giocare un ruolo fondamentale. Il neonato, infatti, presenta un comportamento di attaccamento rivolto verso più persone e non una soltanto. Nei comportamenti successivi del bambino, si noterà una tendenza a ricercare una figura di attaccamento “primaria” alla quale rivolgersi in condizioni di stress, ma fin dalla nascita, il bambino sarà portato alla ricerca di molteplici figura di attaccamento.

Quando la relazione d’attaccamento madre-bambino non è sicura, il bambino può fare un’esperienza emotiva positiva legando in modo sicuro con suo padre. I bambini con attaccamento sicuro sia alla madre che al padre, sono quelli meglio equipaggiati nell’affrontare situazioni nuove e inquietanti (Main e Weston, 1981).

La scienza e la pratica clinica, negli ultimi anni, hanno evidenziato una realtà intuibile: la genitorialità condivisa e paritetica produce un maggior grado di soddisfazione coniugale e coadiuva lo sviluppo di bambini sani.

Quando entrambi i genitori lavorano, è più probabile che anche per la gestione domestica e della prole vi sia una maggiore divisione dei compiti. Oggi, i papà, oltre a svolgere più attività “materne” come il cambio dei pannolini e l’allattamento al biberon, diventano un supporto emotivo prezioso per il bambino.

Uno studio pubblicato nel 2018 (condotto su un campione di neo-papà americani) ha riportato che i giovani papà sentono il bisogno di stringere un legame padre-figlio e creare una maggiore genitorialità condivisa con il coniuge/partner. Tuttavia, lo stesso studio ha rilevato che questa scelta genere nel neo-papà un maggiore stress legato alle questioni dei ruoli tradizionali.

Il padre come care-giver primario e i danni legati agli stereotipi

Gli stereotipi di genere sono dannosi tanto per la donna quanto per l’uomo. Se la donna, ancora oggi, fatica a ritagliarsi un posto paritetico a quello dell’uomo nel mondo del lavoro, l’uomo esperisce difficoltà ad accettare il suo ruolo come caregiver principale.

La donna-madre che intraprendere una carriera lavorativa, dovrà fare i conti con i sensi di colpa per la disponibilità di una quantità inferiore di tempo da trascorrere con la prole. L’uomo-padre che ricopre un ruolo predominante in famiglia, nelle cure genitoriali e nella gestione domestica, tende a soffrire uno forte stress finanziario per non essere il percettore di reddito principale.

Un padre è un modello, che lo voglia o no

Statistiche e teorie a parte, nel complesso, una delle responsabilità più significative per un padre è quella di dare il buon esempio ai figli in modo che possano modellare se stessi in base ai tratti positivi che riscontrano nelle figure affettivamente salienti.

Se un bambino vede il suo caregiver reagire con compassione quando cade, imparerà a mostrare compassione ed empatia a se stesso e anche agli altri. Se un bambino vede il suo caregiver reagire con rabbia, imparerà a fare affidamento alla sua rabbia per gestire qualsiasi situazione frustrante.

Proprio come viene riferito per le madri, i padri che rispondono in maniera affettuosa e sensibile ai bisogni dei loro figli, fin dalla tenera età, forniscono ai bambini una base sicura che li sosterrà per tutta la vita.

I papà hanno una grossa responsabilità perché il modo in cui si prendono cura del partner e del figlio, avrà un enorme impatto sullo sviluppo psico-emotivo del bambino, lasciando un’impronta che durerà per tutta la vita.

I bambini sono affamati di attenzioni e di cure. Un papà attento può impegnarsi a conoscere il suo bambino, fin dalle cose che possono apparire banali agli occhi di un adulto: quali cibi gli piacciono, chi sono i loro amici preferiti a scuola, di cosa hanno paura…

Gli psicologi dello sviluppo sanno bene che i bambini imparano per modellamento, cioè per imitazione. I bambini, crescendo, tendono ad assumere risposte simili a quelle che hanno visto nei genitori.

In una famiglia vecchio stile, i bambini sentono di essere gli unici del nucleo familiare a dover “usare le buone maniere”, “dire grazie”, “condividere i giochi” e “fare a turno”. I genitori che usano le buone maniere, fanno a turno per la gestione domestica e condividono le proprie cose con il partner, danno un buon esempio.

Papà sta condividendo la sua bevanda preferita con la mamma…” – Sembra banale, ma condivisioni di questo tipo possono essere un buon esempio per il piccolo.

I bambini acquisiscono anche il modo che i genitori usano per calmarsi. Se per calmarsi a un genitore serve urlare e criticare, il bambino imparerà a fare capricci e offendere. Se un genitore parla spesso male del partner, il figlio capirà che essere irrispettosi e parlare male di una persona amata, sia del tutto naturale e accettabile.

Il padre è sempre un modello anche quando assente

I bambini impareranno cosa significa essere padre osservando il tipo di papà che hanno ogni giorno.

Continua a leggere l’articolo fonte: https://psicoadvisor.com/un-padre-e-sempre-un-modello-che-lo-voglia-o-no-25298.html

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