Hikikomori, la propria stanza diventa un bunker in cui rifugiarsi

L’adolescenza rappresenta la fase del ciclo vitale adibita alla ridefinizione del sé: tutto ciò che l’infante è stato fino alla pubertà viene deliberatamente messo in discussione. Lo scombussolamento ormonale, da cui originano le trasformazioni corporee, condurrà l’adolescente ad abitare un corpo nuovo, sconosciuto, generativo. Il senso di onnipotenza che costellava l’infanzia lascia il posto ad incertezze, senso di inquietudine, smarrimento, ma soprattutto alla constatazione che il proprio Sé ha numerosi limiti.

L’unico modo per cercare la propria identità diventa l’allontanamento dal nucleo familiare, al fine di testare i propri limiti e le proprie possibilità. Il gruppo dei pari si erge a punto di riferimento indiscusso, tale da costituire un diretto rispecchiamento della propria autostima: essere popolari, venir accettati dai coetanei risulta l’obiettivo ultimo di un adolescente, tanto che tra accettazione da parte dei coetanei ed accettazione di sé si evidenzia un rapporto direttamente proporzionale.

La repulsione sociale: Hikikomori

A tali condizioni l’unica soluzione ravvisabile dal soggetto, nel caso di repulsione dalla cerchia delle amicizie, diviene il ritiro sociale, fenomeno denominato Hikikomori, da “hiku” (tirare indietro) e “komoru” (ritirarsi).

Descritto per la prima volta dallo psichiatra Saito Tamaki negli anni Ottanta, a cui si deve la paternità del termine, il fenomeno è apparso in Giappone un decennio prima, per poi diffondersi progressivamente in Corea e in Cina ed in tempi più recenti in Australia, Stati Uniti ed Europa (Ricci, 2014; Li, Wong, 2015).

Eziopatogenesi

Gli Hikikomori sarebbero, per il 90% dei casi, giovani maschi, primogeniti o figli unici, di estrazione sociale medio-alta (Saito, 1998; Aguglia, Signorelli, Pollicino, 2010; Teo, 2015).
Tra i fattori eziologici è emersa l’elevata correlazione con il rapporto di “amae” tra madre e figlio, un sistema scolastico altamente competitivo, nonché l’aver subito episodi di bullismo e/o cyberbullismo.

La madre del giovane adolescente investe in maniera totalizzante nel rapporto col figlio, in risposta ad un compagno quasi totalmente assente dalla scena familiare, assorbito dal lavoro. Ciò determina un eccessivo attaccamento materno, orientato in senso depressivo, in virtù del quale la figura materna cerca di scongiurare fin dall’infanzia ogni manifestazione “maschile”, vissuta come inadeguata.

Il sistema di valori nel quale il ragazzo cresce nella nicchia familiare è sfumato in termini narcisistici, dove l’ideale dell’Io si impone, affiancato da grandiosità e soggettività. A tali condizioni trovare una propria identità e distaccarsi dalle aspettative nutrite negli anni dai genitori diviene un’impresa ardua(Pietropolli Charmet, 2013).

La propria stanza diventa un bunker in cui rifugiarsi

Ogni ipotetico fallimento è scongiurato e il vero debutto in società, segnato dall’ingresso nella scuola secondaria di primo grado, rappresenta l’ingresso nel bunker del ripiegamento domestico. L’entrata in Hikikomori determina dapprima il ritiro dalla scena scolastica, quindi, gradualmente l’abbandono dei contatti sociali, fino a determinare l’autoreclusione nella propria stanza.

La crisi adolescenziale, declinata nei termini del ritiro, è inquadrata come una situazione di stallo, arresto evolutivo: insicuro, incapace di rapportarsi con nuove modalità ai coetanei, l’unica strategia attuabile è l’evitamento.

L’adolescente costruisce una visione paranoicizzata del corpo, che è altro da sé e che in qualche modo deve essere eliminato o, almeno nascosto. Alcuni studiosi (Ricci, 2008; Saito, 1998; Li, Wong, 2015) correlano il rapporto madre-figlio con gli episodi di violenza domestica messi in atto nei confronti delle madri: agiti violenti che dipenderebbero dal fatto che i figli ritirati considererebbero i genitori, in particolare la madre, responsabili del proprio dolore e dello stato di autoreclusione.

Hikikomori ed Internet Addiction

Nell’immaginario collettivo il fenomeno del ritiro sociale sarebbe direttamente imputabile ad una dipendenza da Internet, Internet Addiction, tale da condurre l’adolescente ad abbandonare la vita reale, virando a favore di una vita virtuale.

Ciò che emerge dalle più recenti indagini mette in luce un quadro differente: Internet, laddove utilizzato, è in questi casi l’unico contatto che il giovane preserva con il mondo. Attingendo informazioni dalla rete, utilizzando i devices per giocare, offline e/o online, instaurando rapporti virtuali, grazie a chat e forum, egli preserva quell’importante filo vitale, tale da evitargli cadute psicotiche(Lancini, 2019).

Tale lettura del fenomeno, non favorita dai mass-media, non viene compresa dai genitori, i quali si muovono per “eliminare” ogni contaminazione digitale presente all’interno delle mura domestiche. Le scelte virtuali dell’adolescente hikikomori rappresentano la chiave d’ingresso nel suo mondo.

Trattamento: «la terapia senza paziente»

Almeno inizialmente, si assiste ad una “terapia senza paziente”, dal momento in cui convincere il ragazzo ad abbandonare il sicuro rifugio domestico per recarsi nello studio di un professionista, imbattendosi negli sguardi riflettenti dei pari, rappresenta un’esposizione eccessiva.

In tal modo il primo passo spesso consiste in una psicoeducazione genitoriale. Centrale risultano le informazioni fornite dal sistema scolastico, ambiente elettivo d’espressione di tutte le difficoltà e sofferenze dell’hikikomori. Fino al momento del ritiro, infatti, il discente si è sempre dimostrato un eccellente studente, perseguendo traguardi ed obiettivi col massimo dei voti: facile comprendere come lo stallo e l’incapacità di rispondere agli elevati standard cui tutti sono stati abituati, conduca al drop out. Per incontrare l’autorecluso occorre, il più delle volte, recarsi nella sua tana, adottando tutte le precauzioni del caso: bisogna ricordare come l’insight nell’adolescente in Hikikomori sia basso, per cui dal suo punto di vista egli non ha bisogno di alcun aiuto.

L’egosintonia rispetto alla propria condizione può portare ad accettare un incontro solo perché i genitori ne hanno bisogno per essere tranquillizzati. Il processo di ri-socializzazione sarà lento e graduale.

Continua a leggere l’articolo fonte: https://psicoadvisor.com/hikikomori-la-propria-stanza-diventa-un-bunker-25302.html

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