Il diritto di soffrire: quando a lasciarci è un animale domestico

Illustrazione: Aeppol

Oggi è sempre più facile trovare luoghi dove la presenza dei nostri amici animali è accettata, sono aumentati gli hotel che li accolgono e spesso forniscono pacchetti e iniziative per la loro cura, quasi tutti i ristoranti permettono l’ingresso ai cani e si sono moltiplicati i servizi dedicati a cani, gatti e animali non convenzionali.

Ma cosa succede quando l’animale muore? Il lutto provato dai padroni è compreso e accettato dalla società? Cosa avviene a livello psicologico in chi perde un animale?

In questo articolo vorrei condividere alcune riflessioni che spero possano aiutare sia chi sta vivendo il lutto per la perdita del proprio animale sia chi gli sta accanto.

Cosa succede nella persona in lutto per un animale domestico?

Attualmente è condivisa e accettata l’idea che una persona in lutto per la perdita di una persona amata provi una complessità di emozioni. Questa consapevolezza è stata raggiunta anche grazie a studi come quello di Elisabeth Kubler-Ross, che ha individuato la presenza di 5 fasi del lutto: rifiuto e isolamento, collera, venire a patti, depressione e accettazione.

È ormai riconosciuto e socialmente accettato, nella grande maggioranza dei casi, che ogni individuo vive queste fasi con intensità, ordine e tempi differenti. Ma cosa succede nell’individuo che perde un animale domestico e nell’ambiente sociale che lo circonda?

Come avviene per il lutto derivante dalla rottura di un rapporto affettivo, anche nel lutto per la perdita di un animale da compagnia si attivano, a livello psicologico, le stesse dinamiche con intensità, durata e tempi che variano da persona a persona e che spesso sono indipendenti dalla quantità di anni vissuti con l’animale. Questo perché non è tanto la morte vera e propria, quantol’esperienza di perdita a innescare il vissuto del lutto.

Il lutto, come accennato sopra, è un evento emotivo molto complesso e quello per la perdita di un animale domestico non è da meno.

Possiamo osservare alcune emozioni e vissuti peculiari che i padroni in lutto si trovano a vivere. Spesso emerge un sentimento di vergogna per la propria sofferenza. Tale vissuto è in genere legato alla difficoltà di sentirsi legittimati a soffrire per la perdita di qualcosa che non è umano ed è legata all’immagine interna del “lutto” che è veicolata dall’ambiente socio-culturale e dai miti e credenze familiari. Tale emozione può esprimersi con frasi del tipo “Non è normale che io stia così per il mio cane!”, “Mi sento stupido a stare male perché è morto Fuffi, eppure non posso farci niente”, e così via.

La tendenza a minimizzare

Quando poi la persona in lutto si confronta con il suo ambiante sociale, può capitare che trovi risposte che minimizzano e svalutano l’emozione vissuta, producendo nell’individuo la sensazione o il timore di essere giudicato per il proprio dolore.

Frasi come “Ma dai stai su, era solo un gatto!”, “Mi spiace, ma alla fine si sa che i criceti vivono poco” producono in chi le riceve la sensazione, non solo di non essere capito, ma anche di provare la cosa sbagliata, di essere sbagliato e alimentano un conseguente senso di solitudine per l’impossibilità di parlare di ciò che si sta provando.

Il lutto, come detto più volte, viene vissuto in modo diverso da persona a persona e anche tra chi ha subito la perdita di un animale ci sono reazioni differenti. Spesso capita che chi prova emozioni molto forti si trovi a fare il confronto con amici o conoscenti che, come lui, hanno perso un animale caro, ma che hanno vissuto in modo diverso il loro lutto.

Un confronto di questo tipo può alimentare il pensiero di essere diverso, sbagliato, debole: “Mia nonna ha perso molti cani in vita sua, ma non è mai stata male come sto male io. Cos’ho che non va? Non è normale stare male così!”.

Elaborazione del lutto

La morte di un animale che ha fatto parte della propria quotidianità e del proprio spazio produce un inevitabile vuoto fisico. Alcune persone possono faticare a gestire tale vuoto e possono reagire in modi molto diversi: “Non posso togliere la sua gabbietta così presto! Non ce la faccio a vedere quello spazio vuoto” o al contrario “La prima cosa che ho fatto tornato dal veterinario dopo aver detto addio a Lilly è stato togliere tutte le sue cose! Averle ogni giorno sotto gli occhi è troppo difficile!”.

Quando poi l’animale muore in giovane età o per cause non naturali, per esempio perché ha ingerito o inalato qualcosa che gli ha prodotto una reazione avversa, può innescarsi nel padrone un vissuto di colpa che si può manifestare con pensieri come il credere di non aver prestato abbastanza attenzione, di non aver agito nel modo giusto, di non essere stato un bravo padrone.

Questo senso di colpa può rendere ancora più difficile il processo di elaborazione del lutto: “Non riesco a togliermi dalla testa l’idea che se non avessi risposto al telefono mentre eravamo in passeggiata non avrebbe mangiato quel boccone, è colpa mia!”, “Dovevo accorgermi che c’era qualcosa che non andava da come mangiava i suoi semini”.

Un altro elemento da sottolineare è che spesso si notano difficoltà di comprensione anche tra padroni di animali di specie diverse, questo perché siamo stati abituati a credere che il cane sia il migliore amico dell’uomo ed è diventato normale vedere nel gatto un animale domestico. Inoltre, si attribuisce a cani e gatti una maggior capacità di provare emozioni il che, però, non rende meno doloroso il lutto di chi perde volatili, roditori, rettili e altri animali non convenzionali. Questo alimenta ancora di più la sensazione di solitudine e di incomprensione in chi si trova a vivere tale esperienza.

Fonte: https://psicoadvisor.com/il-diritto-di-soffrire-quando-a-lasciarci-e-un-animale-domestico-22447.html

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