Monogamia e tradimenti: investimenti diversi

Per capire le diversità di genere nel rapporto con la riproduzione occorre tenere conto del diverso investimento, con conseguenze sulla monogamia

Monogamia e tradimenti: investimenti diversi – Una serie di Roberto Lorenzini

Oggi pubblichiamo il quarto lavoro della serie di Roberto Lorenzini, dedicata al tema della monogamia e delle sue implicazioni psicologiche, affettive, relazionali e, perché no, sessuali. Lorenzini propone una tesi forte: la monogamia non funziona. E prosegue il suo racconto esplorando le diversità di genere rispetto alla monogamia.

MONOGAMIA E TRADIMENTI – (Nr. 4) Investimenti diversi

 Per capire le diversità di genere nel rapporto con la riproduzione occorre tenere conto del diverso investimento che l’uomo e la donna fanno per avere un figlio che è una replica dei loro geni e costituisce per entrambi una motivazione ugualmente forte. Il problema sta tutto qui: per ottenere lo stesso scopo di avere tanti figli che proseguano la propria discendenza, i comportamenti utili da mettere in atto sono diversi per maschi e femmine.

La donna fa un investimento molto maggiore: intanto ci mette una preziosa cellula uovo ricca non solo di geni ma di tutte le altre strutture cellulari che ne permetteranno lo sviluppo, in più tale cellula è a tiratura limitata, prima o poi finiscono, e ne è disponibile una soltanto al mese. L’uomo investe solo uno dei trecento milioni di minuscoli spermatozoi che produce ad ogni eiaculazione a getto continuo dall’adolescenza alla tomba.

Ma non basta. La donna porta con sé in grembo il bambino per i nove mesi della gravidanza e poi resta impegnata nell’allattamento e nello svezzamento per almeno un altro paio d’anni: si è calcolato che al tempo dei cacciatori raccoglitori (ambiente in cui tutto ciò si è selezionato) una donna impegnava grosso modo quattro anni per portare a termine la produzione di un figlio ed essere pronta per ricominciare. Questo significa che in quei quattro anni non poteva avere altri figli (il numero di figli possibile per una donna in tutta la vita è comunque limitato) e dunque ciascun figlio rappresenta un bene assolutamente prezioso.

Per gli uomini la situazione è decisamente diversa: per perseguire lo stesso scopo di riprodursi possono mettere in cantiere molti figli contemporaneamente o in rapida successione con più donne diverse.

Questa è la madre di tutte le differenze tra uomo e donna come pure tra i maschi e le femmine nel mondo animale. Vediamone alcune evidenti conseguenze.

Il collo di bottiglia che limita la riproduzione, la risorsa limitata con la quale fare i conti, sono le femmine. I maschi possono fecondare contemporaneamente o in rapida successione molte femmine e dunque la competizione per la risorsa limitata avviene tra maschi e saranno infatti loro a sviluppare maggiormente l’apparato muscolare per sopraffare i rivali. I maschi hanno un successo riproduttivo variabile a seconda della loro capacità di competere per le femmine: i maschi vincenti possono avere una grande quantità di figli, i maschi perdenti possono non averne neppure uno. Naturalmente un tempo la partita si giocava tutta a muscoli e mazzate, mentre oggi si può essere vincenti in modi lievemente più sofisticati e non è soltanto (per fortuna mia) una questione di bicipiti. Per le femmine non è così: non devono competere perché un maschio disposto ad accoppiarsi lo trovano sicuramente, almeno fino a quando sono in età fertile, semmai per loro sarà importante scegliere un compagno che garantisca risorse sufficienti per allevare la prole.

Mentre per i maschi il successo riproduttivo è direttamente proporzionale al numero di femmine con cui si accoppiano, per le femmine non è affatto così, a cosa servono tanti accoppiamenti se poi il figlio può essere uno solo ogni quattro anni? I maschi hanno tanti più figli se si accoppiano con molte femmine, ma le femmine hanno sempre lo stesso numero di figli se si accoppiano con più maschi perché il vincolo è dato dalla durata della gravidanza e dell’allattamento e non dai partner disponibili.

Si aggiunga che l’investimento necessario per garantire la sopravvivenza del figlio e dunque dei propri geni è molto maggiore nella specie umana che in tutte le altre specie, in quanto i piccoli sono del tutto incapaci di cavarsela da soli per un tempo lunghissimo; non sono dotati di meccanismi istintuali che li guidino alla ricerca del cibo o gli consentano di fronteggiare i pericoli e sono infatti definiti ‘prole inetta’ in quanto assolutamente bisognosi di adulti che se ne facciano a lungo carico. Gli adulti svolgono un ruolo non soltanto di protezione ma soprattutto di insegnamento.

Questa peraltro è la debolezza e la forza della specie umana che essendo povera di meccanismi istintuali fissi e stereotipati è invece dotata di una enorme capacità di apprendere. Ciò le conferisce una estrema adattabilità alle situazioni più varie e dà inizio ad un’altra modalità di trasmissione transgenerazionale che non è più soltanto quella genetica ma quella culturale, per cui ogni generazione non riparte da capo ma fa tesoro delle acquisizioni delle precedenti: ai figli si trasmette un patrimonio genetico ed un patrimonio di informazioni enorme, un hardware potente ma anche un ricchissimo software.

Fonte: https://www.stateofmind.it/2020/10/monogamia-tradimenti-04/

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