Lavorare per vivere o vivere per lavorare? Work Engagement & Workaholism

Data la grande quantità di informazioni derivanti dal mondo dei social media, siamo costantemente informati su tutto ciò che riguarda le old addiction(droghe, fumo e alcol), ma si sente molto poco parlare delle new addiction, ovvero le dipendenze dove non è implicato l’utilizzo di sostanze chimiche: dipendenze dal cibo, dal sesso, dalla televisione, da internet, dai videogiochi, da shopping e dal gioco d’azzardo. Tra queste c’è anche anche la dipendenza da lavoro (work addiction), un disturbo che si manifesta attraverso richieste auto-imposte, incapacità di regolare le abitudini lavorative ed eccessiva indulgenza nel lavoro, con l’esclusione di ogni altra attività (Lavanco-Milio, 2006).

Un aspetto non patologico del coinvolgimento lavorativo è invece il work engagement, termine coniato da Kahn nel 1990, un processo mediante il quale le persone regolano l’investimento delle proprie energie nel loro ruolo lavorativo.(Di Stefano-Gaudiino, 2019).
Più recentementeSchaufeli, Salanova, González-Roma e Bakker definiscono l’impegno lavorativo come uno stato mentale relativo al lavoro che consiste di tre dimensioni positive e che coinvolge affetti e cognizioni relativamente stabili (Ibidem):

  1. vigore: è il livello di energia che sostiene un intenso sforzo nel lavoro, permettendo alle persone di superare le difficoltà e le sfide nel loro lavoro;
  2. dedizione: si riferisce ai sentimenti e ai pensieri che identificano le persone e le rendono orgogliose, coinvolte ed entusiaste del loro lavoro;
  3. assorbimento: comporta un’intensa concentrazione nel lavoro nella misura in cui le persone hanno difficoltà a staccarsi da esso e sentono che il tempo passa più velocemente del normale.

Si evince quindi come il work engagement sia associato fortemente alle emozioni positive e alla regolazione affettiva. Inoltre i lavoratori con un alto impegno lavorativo portano maggiori rendimenti per le loro organizzazioni (Ibidem). 

Quali sono invece le caratteristiche dei lavoratori con workaholism? 

I soggetti con tale disturbo hanno bisogno di lavorare a scapito della loro felicità, delle loro relazioni interpersonali e del loro funzionamento sociale. Al contrario dei lavoratori con work-engagement sono felici di lavorare: non è una questione di bisogno, dato che trascorrono le ore lavorative impegnandosi con vigore, senza rinunciare alle altre attività nel tempo libero. 
La specificità di tale dipendenza è quella di non far riferimento ad un oggetto abituale di gratificazione immediata e diretta, bensì è un’attività che esige il compimento di uno sforzo per ottenere un prodotto o un servizio, in cambio del quale si riceve una remunerazione economica (Pani-Sagliaschi, 2010). 

Possiamo individuare tre fasi di sviluppo della patologia:

– Fase iniziale (uso-piacere-abuso);
– Fase critica (abuso-comportamento evasivo-assuefazione);
– Fase cronica (assuefazione-dipendenza).

Nella vita di un workaholic (Pani-Sagliaschi, 2010):

  • necessita di prove che attestino il suo operato, giudica in modo severo ogni suo minimo errore trasformando anche i giudizi positivi in un pensiero negativo;
  • ha la forte necessità di dedicare la sua vita ed il suo tempo al lavorotrascurando la sua vita relazionale, affettiva, familiare e personale;
  • vivendo per il suo lavoro si sente desolato, vuoto, angosciato o irritabile quando ne è lontano.

L’elemento che si altera più precocemente nella loro vita è il contesto familiare: questo porta ad un deterioramento della sfera affettiva che induce ad aridità, apatia, cinismo e indifferenza tra i coniugi, ma non solo, il rapporto con i colleghi e subordinati diviene ad esempio tirannico.

Le giustificazioni che il workaholic attribuisce al suo eccessivo assorbimento verso il lavoro sono il senso del dovere ed il piacere verso il proprio lavoro. 

Con quali modalità è possibile intervenire (e prevenire) sul workaholism?

I comportamenti messi in atto dai workaholic, almeno nel breve termine, sono accettati, se non addirittura ricercati, negli ambienti lavorativi e più in generale non vengono considerati come devianti da parte della società, come invece appaiono altre forme di dipendenza comportamentali. Robinson considera il workaholism come la dipendenza ben vestita (well-dressed addiction), in quanto il lavorare eccessivamente è spesso considerato più una virtù che un problema (Kravina, 2012).

Per tali motivi è necessario operare con piani di intervento che agiscano su due fronti: da un lato informare i giovani già in età scolastica in modo da renderli più consapevoli dei rischi che alcune condotte sociali ampiamente condivise possano celare e dall’altro creare una campagna sociale che informi la popolazione della sintomatologia di tale disturbo che spesso viene considerato come invisibile (Pani-Sagliaschi, 2010).
Il percorso volto alla cura di tale patologia dovrebbe includere un trattamento farmacologico con un modulatore del tono dell’umore, una psicoterapia cognitivo-comportamentale, oppure la psicoterapia di gruppo (ad esempio, lo psicodramma psicoanalitico). Inoltre, la terapia familiare e di coppia, può essere utile per ricostruire la comunicazione tra i membri della famiglia o col proprio partner. Infine, è utile partecipare a gruppi di auto-aiuto, in quanto consentono alla persona di sperimentare il senso di appartenenza e l’importanza di vivere le relazioni interpersonali (Ibidem).

Per chi abusa di droghe o di alcol l’astinenza è indispensabile per guarire ma per molti workaholics la completa astinenza non è un’alternativa possibile: essi dovrebbero infatti sviluppare una relazione più sana col proprio lavoro sin dall’inizio del trattamento. Inoltre, la work addiction è un disturbo che interessa anche il sistema in cui l’individuo è inserito. È quindi fondamentale adottare un approccio olistico che guardi all’aspetto fisico, emotivo e psicologico della persona. Chi abusa di lavoro spesso non è consapevole di avere un problema; sono solitamente la famiglia o i colleghi a richiedere un aiuto. Compito del terapeuta è aiutare il partner e i figli del workaholic a individuare le situazioni e le modalità in cui essi sono ripetutamente travolti dal processo abusante e insegnargli in che modo impedire che la dipendenza si mantenga (Lavanco-Milio, 2006).

Fonte: https://www.antrodichirone.com/index.php/it/2020/07/27/lavorare-per-vivere-o-vivere-per-lavorare-work-engagement-workaholism/

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