Iperconnessione digitale e le possibili implicazioni psicopatologiche

Internet, smartphone e social network occupano porzioni sempre maggiori nella nostra vita con effetti posiitivi ma anche nuove implicazioni psicopatologiche
Iperconnessione digitale e le possibili implicazioni psicopatologiche

La tecnologia, in particolare internet e i social network, hanno consentito di andare al di là dei confini geografici e di prendere parte, anche ad elevate distanze, a ciò che accade ad amici, parenti o conoscenti, in qualsiasi momento della giornata, ma può anche portare in alcuni casi allo sviluppo di psicopatologie.

Se fino a poco tempo fa Internet rappresentava un’ambiziosa risorsa oggetto di desiderio, oggi risulta invece essere percepita come scontata ed ovvia.

La tecnologia, infatti, non può essere più intesa semplicemente come uno strumento, ma è diventata un ambiente da abitare, un’estensione della mente umana, un mondo virtuale che si intreccia con il mondo reale e che determina vere e proprie ristrutturazioni cognitive, emotive e sociali capaci di ridefinire la costruzione dell’identità, delle relazioni e del vissuto da esperire.

Come afferma il filosofo Levy, con il termine “virtuale” non si intende esprimere il contrario di “reale”: un oggetto virtuale non è qualcosa di inesistente, ma esiste senza esser là, senza avere delle coordinate spazio-temporali precise.

Il cyberspazio, tuttavia, attrae e cattura. Ha il seducente potere di rendere l’utente attivo grazie alla sua smisurata potenzialità interattiva che rende la comunicazione caratterizzata da ipertestualità, ipermedialità ed elevata velocità. A rendere allettante il contesto della comunicazione digitale è l’ulteriore possibilità di nascondersi restando in anonimato o di interagire nelle vesti di molteplici identità, di superare i confini spaziotemporali, di sperimentare emozioni inedite ed inaspettate, di allineare o annientare le diversità individuali.

È in atto una vera e propria rivoluzione digitale del Terzo millennio che ha già provocato una modificazione delle potenziali capacità mentali e sensoriali dell’uomo definito homo tecnodigitalicus.

L’uso delle nuove tecnologie è ormai sempre più oggetto di interesse ed ha spalancato le porte a numerosi studi rivolti alle sue possibili conseguenze. Esistono infatti ricerche che mettono in evidenza una positiva associazione tra l’uso di internet e livello di interazione sociale, la possibilità di consolidare vecchi rapporti e crearne nuovi (Gross 2004), favorendo un effetto vantaggioso dal punto di vista personale e sociale (Leung e Wei 2000, Mathews 2004). Di contro, altri studi sottolineano gli effetti negativi collegati all’uso della rete. Uno studio ha rilevato che la reperibilità così facile e immediata di informazioni costituirebbe un fattore di rischio per lo sviluppo di condotte disfunzionali, tanto che il 100% di un campione di soggetti consumatori di sostanze, avrebbe consultato internet per ricevere informazioni sui rischi e sulle modalità di consumo (Boyer et al. 2005). In aggiunta, tra gli aspetti negativi influenti, sono emersi il cyberbullismo, la condivisione di comportamenti a rischio e i confronti auto-denigratori con gli altri.

I dati di una ricerca, condotta su tutto il territorio nazionale dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza nel 2017, su un campione di circa 8000 ragazzi, ci informano che il 98% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni possiede uno smartphonepersonale a partire dai 10 anni d’età. Lo studio dimostra come i giovani si siano avvicinati all’uso delle tecnologie precocemente, senza aver ricevuto una preliminare preparazione volta ad educare e sensibilizzare il ragazzo di fronte ai pericoli del web. Sono oltre 3 adolescenti su 10, infatti, ad aver avuto modo di interfacciarsi con lo smartphone sin dalla prima infanzia, già a partire dal primo anno e mezzo di vita. A confermare questi dati, una recente ricerca condotta da AVG Digital Skills Study, dove si afferma che le capacità dei bambini dell’odierna generazione sono notevolmente cambiate rispetto ai bambini di 20-30 anni fa: se da un lato non sono in grado di svolgere mansioni comuni come nuotare, allacciarsi le scarpe o fare colazione in autonomia, dall’altro mostrano elevate abilità nell’accendere il computer, nel giocare ai videogiochi e nel gestire lo smartphone dei genitori.

La dilagante diffusione delle nuove tecnologie sta oggigiorno rivoluzionando in maniera silente la nostra esistenza, dalle relazioni interpersonali all’intrapsichico. A modificarsi visibilmente sono soprattutto le abitudini, essendo l’uomo portato a plasmare il suo apparato psichico, adeguando le proprie funzioni cognitive a quelle dello strumento tecnologico.

Risulta pertanto essenziale approfondire i cambiamenti che avvengono nel funzionamento cognitivo legati alla diffusione della rete e le possibili ripercussioni psicopatologiche legate al suo uso, non ancora ufficialmente riconosciute nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentale – DSM-5.

La tecnologia, in particolare i social media, hanno consentito di andare al di là dei confini geografici e di prendere parte, anche ad elevate distanze, a ciò che accade ad amici, parenti o conoscenti, in qualsiasi momento della giornata. I social media, in tal modo, promuovono la socializzazione, rinforzando i legami e innescando un senso di appartenenza. La continua e costante partecipazione e condivisione, tuttavia, può indurre a generare atteggiamenti competitivi, specie se in un contesto narcisistico, in cui vengono messe a paragone le proprie esperienze con quelle degli altri, facilmente considerate più sensazionali delle proprie.
A tal proposito, la F.O.M.O., dall’inglese Fear of Missing Out, fa riferimento alla paura di essere tagliati fuori, una paura legata al pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di ciò che stiamo facendo noi. La paura di mancare l’opportunità porta coloro che sono affetti da FOMO a ricercare continuamente un contatto con gli eventi del cybermondo, costringendoli ad un compulsivo controllo degli aggiornamenti e dei messaggi di stato. La FOMO può anche scatenare disordini emotivi sotto forma di agitazione, rimpianti, invidia, secondo Sherry Turkle dell’Initiative on Technology and Self del MIT.

La FOMO compare quando non riusciamo ad apprezzare le esperienze offline che stiamo vivendo perchè il nostro pensiero si focalizza ossessivamente su quello che non stiamo facendo, spiega Arnie Kozak.

Andrew Przybylski (2013) dell’Università di Oxford è stato il primo, insieme ai ricercatori dell’Università della California, di Rochester e di Essex, a condurre una ricerca empirica su questo fenomeno. Dallo studio è emerso che i livelli di FOMO sono maggiormente elevati nelle persone giovani e, in particolare, negli individui di sesso maschile e derivano dalle differenti circostanze sociali. Bassi livelli di soddisfazione della propria vita corrispondono con alti livelli di FOMO.

Questo accade perché, tra i bisogni psicologici universali, dai quali dipende la salute mentale dell’essere umano, vi è la necessità di percepirsi in relazione con gli altri, cioè di sperimentare un senso di vicinanza e connessione (Decy e Ryan,1985).

Di fronte a queste dinamiche, ne consegue una drastica riduzione della propria intimità. È stato riscontrato, infatti, che circa 5 adolescenti su 10 percepiscono come normale la condivisione non solo di tutto ciò che fanno, ma anche di foto che ritraggono momenti della propria intimità. Stando ai dati riportati dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza, i ragazzi della fascia 14-19 anni scattano circa 5 selfie al giorno, fino ad un massimo di 100, contro i 2 selfie dei più piccoli che prediligono l’uso di video o messaggi audio.

Lo share, o meglio l’oversharing, ovvero la condivisione eccessiva di informazioni, diventa una modalità diffusa adottata dalla maggior parte degli attori dei social. Ciò sottende un forte desiderio di apparire e di mostrare il meglio di ciò che si è o di ciò che si vorrebbe essere, tanto da costruirsi una vita ideale, meritevole di approvazione. Tutto ciò che viene condiviso è indispensabile che venga sottoposto al giudizio altrui, espresso attraverso il “mi piace o non mi piace”. È stato rilevato che tanti like accrescono l’autostima, la popolarità ed il senso di sicurezza personale e, viceversa, un giudizio contrario condiziona l’umore e la percezione di sé in senso negativo.

Di conseguenza, pur di ricevere un feedback positivo, i ragazzi sono disposti, ad esempio, a mettersi a dieta per essere in linea alla tendenza del momento, o a fare selfie pericolosi mettendo a repentaglio la propria vita come dimostrazione di avere coraggio.

Si pensi ad un recente fenomeno social degli ultimi tempi, le cosiddette “Challenge”, una catena in cui i ragazzi sono chiamati a postare un video o un’immagine inerente alla moda del momento e a nominare, a loro volta, amici o conoscenti. Trovano massimo riscontro le sfide che potrebbero comportare conseguenze rischiose, in una fase di crescita nella quale si struttura la propria personalità ed identità, anche attraverso modelli esterni e ideali da raggiungere.

Facendo riferimento ai dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, 1 ragazzo su 10 ha preso parte a sfide alcoliche e 5 ragazze su 10 seguono mode legate all’ispirazione del magro. Le ragazze sono disposte a fare sforzi enormi, in termini di dimagrimento pur di mostrare una perfetta forma fisica, rischiando di ammalarsi.

Cosa spinge l’essere umano a condividere le proprie esperienze con gli altri? È stato dimostrato che comunicare i propri pensieri, emozioni, riflessioni è fortemente correlato con l’attivazione di aree cerebrali deputate alla percezione del senso di gratificazione e di piacere. Diana Tamir e Jason Mitchell, studiosi di Harvard, hanno sottoposto alcuni soggetti ad un’indagine con risonanza magnetica funzionale nel momento in cui raccontavano di sé, delle proprie idee e riflessioni; questa sperimentazione ha dimostrato l’attivazione del nucleo accumbens che è integrato nelle vie del sistema limbico e riceve afferenze dalla corteccia prefrontale e dai neuroni dopaminergici dell’area tegmentale ventrale. Tale nucleo svolge un ruolo di rilievo nei circuiti di rinforzo, i quali provocano un aumento della concentrazione di dopamina, neurotrasmettitore del piacere. Parlare di sé agli altri, in definitiva, dà un piacere simile a quello intrinseco al cibo e al sesso, definito primario.

Di contro, non avere la possibilità di monitorare il web o di essere raggiungibili, può portare a sperimentare sensazioni di paura, disagio ed inadeguatezza. A delineare le caratteristiche più specifiche di questo fenomeno è la nomofobia, da No-mobile-Phone, detta anche sindrome da disconnessione, che fa riferimento alla paura di restare senza telefono o senza connessione ad Internet o al 4G. Tale condizione può essere vissuta in modo talmente angosciante al punto da sperimentare effetti fisici collaterali simili all’attacco di panico, come mancanza di respiro, vertigini, tremori, sudorazione, battito cardiaco accelerato, dolore toracico, nausea.

Come affermato dall’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo, ad evidenziare una distinzione tra la dipendenza ed un’attività controllata e ponderata di utilizzo dello smartphone, sono caratteristiche psicologiche e comportamentali, quali:

  • l’uso regolare del telefono cellulare ed il trascorrere molto tempo su di esso;
  • l’avere sempre con sé uno o più dispositivi ed il caricabatteria, per evitare di restare senza batteria;
  • il mantenere sempre il credito;
  • l’esperire vissuti di ansia e nervosismo al solo pensiero di perdere il proprio portatile o quando il telefono cellulare non è disponibile o non utilizzabile;
  • il monitoraggio costante dello schermo del telefono, per vedere se sono stati ricevuti messaggi o chiamate, o della batteria, per controllare se il telefono è scarico;
  • il mantenere il telefono cellulare acceso sempre (24 ore al giorno);
  • l’andare a dormire con cellulare o tablet a letto;
  • l’uso dello smartphone in posti poco pertinenti.

La Nomofobia è una patologia attualmente poco indagata e scarsamente delineata. Essendo composta dal suffisso fobia, dovrebbe essere ascrivibile ai disturbi d’ansia, caratterizzati da uno stato di attivazione che risulta eccessivo e pervasivo e limita il funzionamento della persona.

Tuttavia, uno studio condotto da King, Valença, Nardi (2010), ricercatori del Panic and Respiration Laboratory dell’Università Federale di Rio de Janeiro, sembra indicare che la Nomofobia sia da considerare una dipendenza patologica piuttosto che un disturbo d’ansia.

Dagli studi di David Greenfield, professore di psichiatria all’Università del Connecticut, è emerso che l’attaccamento allo smartphone è molto simile a tutte le altre dipendenze, per il fatto che causa delle interferenze nella produzione di dopamina che, essendo il neurotrasmettitore che regola il circuito celebrale della ricompensa, non fa altro che facilitare le persone a svolgere attività che ritengono piacevoli. In tal modo, l’arrivo di una notifica sul cellulare innalza i livelli di dopamina poiché si è portati automaticamente a credere che contenga contenuti interessanti. Dal momento però che non è possibile prevedere l’effettiva desiderata ricezione di notifiche, si sviluppa il costante impulso a controllare, tipico del giocatore d’azzardo che, sperando di ricevere una grande quantità di denaro, continua a giocare.

Strettamente legato alla Nomofobia e riferito ugualmente all’abuso dello smartphone è il Vamping. Il termine viene comunemente tradotto con “vampireggiare” poiché, proprio come i vampiri, i ragazzi attendono la notte per rimanere svegli fino alle prime ore del mattino per socializzare, chattare e tenere contatti con gli altri utenti della rete. I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza rilevano che il 62% degli adolescenti resta sveglio fino a tarda notte per chattare, parlare o giocare con gli amici e partner, a guardare video o serie TV in streaming, e un 15% si sveglia, anche dopo essersi addormentato, per controllare le notifiche sui social network.

Il Vamping permette di partecipare ad una sorta di cybercomunità notturna, dove ritrovarsi e darsi degli appuntamenti virtuali grazie a degli hashtag ben specifici (come #Vamping). Tale fenomeno ha origine negli Stati Uniti ma ha preso rapidamente piede anche in Italia.

Il vamping ha notevoli ripercussioni negative sulla quantità e la qualità del sonno. Tale condotta comporta delle conseguenze estremamente nocive, andando ad interferire nella quotidianità dei ragazzi poiché provoca difficoltà di concentrazione e di attenzione, funzioni cognitive indispensabili per il rendimento scolastico. È stato ulteriormente dimostrato che favorisce l’insorgenza di stati ansiosi, influenzando l’umore e il controllo degli impulsi, con manifestazioni di aggressività, comportamenti antisociali e predisposizione all’uso di sostanze.

In linea più generale, parliamo della “Social Network addiction”, ovvero una sorta di dipendenza legata ad un bisogno di connettersi, aggiornare il proprio profilo e controllare la propria pagina web. Come ogni dipendenza, anche in questo caso, sono presenti sintomi di tolleranza relativa alla sensazione di appagamento quando si è in collegamento; sintomi di astinenza manifestati da sensazioni di disagio psico-fisico provate quando non si ha la possibilità di collegarsi per un certo periodo di tempo; e i sintomi di craving, desiderio irresistibile.

La dipendenza dai Social Network sembra derivare dal forte senso di sicurezza che apparentemente offrono in maniera immediata e agevole.

Oltre a tale dipendenza, tuttavia, non è da trascurare che l’uso eccessivo dello smartphone, può favorire conflitti interpersonali minacciando il benessere relazionale. Di recente è stato coniato il termine phubbing, dalla fusione delle parole “phone” (telefono cellulare) e “snubbing” (snobbare), per definire il comune atto di ignorare o trascurare il proprio interlocutore in un contesto sociale concentrandosi sul proprio smartphone.

In uno studio, condotto dall’Università di Baylor, pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior, è stato evidenziato che tale fenomeno può incrementare i conflitti di coppia, particolarmente nelle persone con un attaccamento ansioso, ed avere un impatto diretto sullo sviluppo di disturbi depressivi. Un’ ulteriore ricerca, condotta dall’Università del Kent, mostra risultati simili sottolineando come il phubbing sia una forma di esclusione sociale, capace di “minacciare bisogni umani fondamentali come l’appartenenza, l’autostima, il senso di realizzazione e il controllo”.

In definitiva, la partecipazione ai Social Network consentirebbe di mascherare le personali ansie e preoccupazioni legate alla percezione di sé attraverso il rafforzamento del proprio ego e meccanismi neuropsicologici di immediata ricompensa e soddisfazione. Di contro, favorirebbe un’alterazione delle principali sfere di vita personali, causando una tendenza all’isolamento sociale.

Rischia, inoltre, di essere alterata la personale visione dei rapporti affettivi e sociali, dal momento che le “amicizie” possono essere vissute come “mezzi” per il soddisfacimento del proprio bisogno di apparire.

Fonte: https://www.stateofmind.it/2020/06/internet-smartphone/

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