L’ansia in un’ottica interdisciplinare: il corpo prigioniero della mente

Nei disturbi d’ansia il corpo è percepito come malato, non più fonte di benessere e i sintomi come unici compagni di vita: il corpo prigioniero della mente

L’ansia in un’ottica interdisciplinare: il corpo prigioniero della mente

Il Pilates, disciplina volta a stimolare il benessere, ha ripercussioni importanti sia sulla mente sia sull’organismo dell’individuo. Si dedica prevalentemente alla rieducazione della respirazione: questo rappresenta una grande risorsa negli stati d’ansia.

L’esperienza clinica fin qui accumulata mi ha insegnato che la valigia dello psicoterapeuta deve contenere tanti strumenti che coadiuvano gli interventi che ognuno di noi può mettere in campo come aiuto per i pazienti che incontriamo.

Nell’ottica della interdisciplinarietà e della lettura teorica, dove mente e corpo sono un’unità inscindibile, e nelle situazioni in cui i pazienti portano un carico di ansia riconoscibile nella mente, con fissazioni e pensieri ricorrenti, nel fisico, con blocchi muscolari, ho sempre pensato che la soluzione fosse, oltre ad un sostegno psicoterapeutico, anche un lavoro attraverso il corpo.

Non tutti i pazienti sono stati disponibili ad accedere allo stesso tipo di intervento sul corpo: per alcuni era assai complicato partecipare a delle sedute di training autogeno; per altri ancora era impensabile rilassarsi e concentrarsi sulla respirazione. Altri hanno addirittura raccontato di un’amplificazione dei sintomi in situazioni che avrebbero dovuto invece aiutarli nel cambiamento.

L’incontro con questi pazienti e l’uso delle indicazioni contenute nel libro di Greenberger, mi hanno permesso di identificare alcuni sintomi comuni alle persone ansiose. L’autore sostiene che ai pensieri che caratterizzano il paziente ansioso, si susseguono, come in una catena, specifici stati d’animo, funzioni fisiche e comportamenti.

I pensieri di cui i pazienti raccontano hanno dei contenuti dai quali si evincono convinzioni di una sopravvalutazione dei pericoli e\o al contrario una sottovalutazione della propria capacità di affrontarli, nelle più articolate situazioni; una predisposizione a leggere tutto o quasi in termini di preoccupazione e\o catastrofismo. Gli stati d’animo, che possono anche raggiungere un’elevata intensità, vanno su un continuum che va dal nervosismo, all’agitazione, passando per l’ansia fino a raggiungere situazioni di vero panico. A questo si aggiungono i campanelli fisici come le mani sudate, la tensione muscolare, l’accelerazione cardiaca, i capogiri che influiscono sia sui pensieri sia sugli stati d’animo in senso assolutamente peggiorativo, in un vortice senza via d’uscita.

Infine arrivano tutti quei comportamenti atti a evitare situazioni che generano ansia o ad abbandonarle, atteggiamenti di perfezionismo o di controllo e l’adozione di misure di protezione, come l’evitamento di situazioni di socialità.

Per i pensieri e gli stati d’animo, il lavoro psicoterapeutico si è centrato sulla loro identificazione e registrazione quotidiana anche attraverso un diario giornaliero. Si ritrovavano dal nervosismo generalizzato, fino al completo panico, passando per stati di agitazione. I pensieri più frequenti erano le preoccupazioni contenenti situazioni catastrofiche, come l’imminente infarto dopo aver salito le scale, o l’incapacità a fronteggiare “pericoli” vissuti come eccessivi rispetto alla realtà (un cane che sembra una tigre).

Veniamo ai comportamenti. Propri del soggetto ansioso sono quei comportamenti di evitamento delle situazioni e\o protezione dai presunti pericoli, in modo che il soggetto possa sentirsi al sicuro e stare apparentemente meglio.

Come dice Greenberger:

quando usiamo comportamenti protettivi, spesso crediamo di fronteggiare bene l’ansia ma, di solito i comportamenti protettivi ci fanno concentrare sul pericolo e rinforzano l’idea che le situazioni siano altamente rischiose anche quando in realtà non è detto che lo siano (Greenberger, D. Padesky, C.A. p. 290).

E allora i racconti dei pazienti erano di evitamento delle scale per salire, ma anche l’ascensore che mette ansia; non si pratica più attività fisica per non incorrere in malesseri tipo la tensione, i dolori e il bruciore ai muscoli, la facile stanchezza, la respirazione difficile, l’accelerazione cardiaca, il tremore, le palpitazioni e gli spasmi.

Tutto questo finisce per avere un peso anche in termini di socialità fortemente impedita: abolizione dei viaggi e degli incontri con gli amici; non si possono frequentare luoghi pubblici poiché sempre in “pericolo di vita”. In aggiunta a questo, anche l’impossibilità di trovare persone sempre disposte ad ascoltare i racconti di malesseri e guai che colpiscono questi soggetti.

I racconti dei pazienti sono centrati sulla chiusura sociale; a causa dei sintomi che si ritrova anche nell’impedimento, a volte, a svolgere qualsiasi attività fisica, anche in chi ne aveva sempre praticata. E’ così che anche il fisico, la muscolatura, la postura ne risente.

Il corpo vissuto e percepito come “malato” e non più fonte di benessere e i “sintomi” come unici compagni di vita: il corpo prigioniero della mente.

Ogni segnale è trasformato subito in sintomo e di lì s’inizia il percorso medico e specialistico. I medici spesso diventano amici, ai quali il paziente si rivolge per qualsiasi cosa, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Chiede indagini approfondite che portano alla scoperta dell’assenza di un qualsivoglia problema organico. Non basta, oggi internet consente alle persone un’autodiagnosi, che nel caso dei soggetti ansiosi funziona esattamente come uno di quei comportamenti che incidono amplificando, in senso negativo, pensieri, stati d’animo e azioni, intorno all’ansia.

Fortunatamente i pazienti che ho incontrato si sono poi imbattuti in medici e\o amici che, esclusa qualsiasi causa organica o individuata e curata, hanno invitato le persone a rivolgersi a uno psicologo.

Ma lo psicologo poco può fare se non si attiva anche un lavoro attraverso il corpo. Molti dei pazienti, refrattari a qualsiasi tecnica di rilassamento proposta, li ho inviati presso un personal trainer, per intraprendere con lui un percorso centrato sul corpo e sulla sua riscoperta come fonte di benessere, attraverso due discipline sportive, il pilates e la ginnastica posturale.

Il Pilates, disciplina volta a stimolare il benessere, ha ripercussioni importanti sia sulla mente sia sull’organismo dell’individuo. Si dedica prevalentemente alla rieducazione della respirazione: questo rappresenta una grande risorsa negli stati d’ansia. Si lavora sull’uso corretto del diaframma che oltre ad apportare una migliore ossigenazione al cervello, stimolando aree fino allora quiescenti, controlla anche le nostre paure e angosce. Sappiamo che di fronte ad un pericolo c’è un aumento dell’ansia, e che questo corrisponde anche a un aumento della respirazione: controllare la respirazione significa trasformarla da un sintomo passivo ad uno strumento per aiutare lo scioglimento dell’ansia stessa.

E’ una pratica fisica e mentale che aiuta a sviluppare consapevolezza di se stessi, del corpo e della mente, ma in termini di sano e piacevole, di potenziale da sviluppare e non come gabbia da cui dover fuggire.

Joseph Pilates affermava che la forma fisica era il primo requisito per la felicità, pensando che mente e corpo non potevano essere separati nel raggiungimento dell’obiettivo del benessere, poiché si influenzano a vicenda.

L’altra disciplina, cui si sono avvicinati molti dei pazienti con una sintomatologia ansiosa, è la ginnastica posturale. Tra gli obiettivi della ginnastica posturale c’è quello di migliorare la percezione del corpo per poterlo usare al meglio.

Durante le mie ricerche bibliografiche spesso ho sentito definire la ginnastica posturale come una disciplina dolce, dove gli esercizi sono eseguiti ponendo l’attenzione a ogni singolo movimento e la respirazione deve mantenere un ritmo regolare e continuo, scandendo tempi e pause per immaginare il corpo come fonte di benessere. Considerando che per molti pazienti la sintomatologia ansiosa porta alla percezione del proprio corpo come una prigione, la disciplina in sé li aiuta a modificare, passando attraverso l’esperienza del sentire, il costrutto mentale distorto.

Cosa i pazienti si sono portati via da questa esperienza e che li aiuta nella quotidiana gestione dell’ansia?

Sicuramente l’esercizio nella “rieducazione alla respirazione”. In entrambe le discipline è fondamentale, ma questo insegnamento è ciò che poi può essere applicato negli stati d’ansia, di paura e di stress, quando la nostra respirazione diventa più ampia del normale e può essere letta come un segnale di pericolo imminente per la nostra incolumità. La gestione dell’ansia passa anche attraverso il controllo della respirazione: un lungo respiro ci permette di calmarci, di non entrare in confusione, di ridimensionare quanto sta accadendo e prendere una decisione.

Altro elemento importante è il cambio di costrutto mentale circa il proprio corpo: da malato a fonte di benessere e soddisfazione. Questo aspetto, trattato in psicoterapia, ha permesso ai soggetti di migliorare l’idea ma anche l’immagine di se stessi, nella dimensione relazionale. Chi soffre d’ansia ha la tendenza a chiudersi, a limitare il più possibile i rapporti sociali: questa è una delle conseguenze più difficili da vincere.

Un modello di riferimento e di azioni centrato sul paziente e sull’interdisciplinarietà, e la possibilità per i pazienti di riprendere una vita dove sono padroni di se stessi e del loro corpo, deve necessariamente prevedere una sinergia d’incontri, che ha come obiettivo alleviare la sofferenza e le paure e allo stesso tempo imparare tecniche fruibili per la gestione quotidiana dell’ansia.

FONTE: https://www.stateofmind.it/2020/06/ansia-intervento-mente-corpo/

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