Essere davvero se stessi: vero sé e falso sé

Essere davvero se stessi – paradossalmente –  può risultare molto complicato.

Ma quanto può arrivare ad essere doloroso vivere la propria vita senza essere davvero se stessi?

L’obiettivo invece è quello di farti riflettere sul fatto che è sempre possibile lavorare su di sé per arrivare ad esprimere quelle tue parti interne che finora hai potuto coltivare meno delle altre, e che per questo contribuiscono a farti sentire incompleto, distante dalla tua natura più intima.

La psicoterapia rappresenta l’opportunità per costruire lo spazio sicuro per iniziare un lavoro di libera espressione di tutto te stesso.

Ciò che potrai trovare, proseguendo a leggere, è una spiegazione semplice e comprensibile della teoria del vero sé e del falso sé, dello psicoanalista britannico Donald Winnicot.

Si tratta della traduzione di questo video*.

Una delle spiegazioni più sorprendenti e influenti del perché potremmo, da adulti, sviluppare dei disturbi mentali è che nei nostri primi anni di vita potrebbe esserci stata negata l’opportunità di essere pienamente noi stessi: potrebbe non esserci stato permesso di essere ostinati, difficili, esigenti, aggressivi, intolleranti e senza limiti egoistici, come avremmo dovuto essere. Poiché i nostri caregivers erano preoccupati o fragili, abbiamo dovuto essere prematuramente in sintonia con le loro richieste, abbiamo dovuto conformarci ad essi per essere amati e tollerati; abbiamo dovuto “essere falsi” prima di avere la possibilità sentirci pienamente vivi. E di conseguenza, molti anni dopo, senza capire del tutto il processo, rischiamo di sentirci non ancorati, interiormente abbandonati e in qualche modo non del tutto presenti. Questa teoria psicologica, del vero e del falso sé, è opera di uno dei  grandi pensatori del novecento, lo psicoanalista e psichiatra infantile inglese, Donald Winnicott.

In una serie di articoli scritti negli anni ’60, basati sull’attenta osservazione dei suoi pazienti bambini e adulti, Winnicott ha avanzato l’opinione che lo sviluppo sano richieda invariabilmente di fare l’esperienza dell’immenso e vitale lusso di vivere un periodo in cui non è necessario preoccuparsi dei sentimenti e delle opinioni di coloro che hanno il compito di prendersi cura di noi. Poter essere completamente e senza colpa il nostro vero sé, poiché coloro che stanno intorno a noi – per un po’ – si sono adattati interamente ai nostri bisogni e desideri, per quanto scomodi e ardui questi possano essere stati. Il vero sé del bambino, nella formulazione di Winnicott, è per natura asociale e amorale. Non è interessato ai sentimenti degli altri, non è socializzato. Urla quando è necessario, anche se è notte fonda o il treno è affollato. Può essere aggressivo, pungente e – agli occhi di un pignolo per le buone maniere o di un amante dell’igiene – scioccante e un po’ disgustoso. Vuole esprimersi dove e come vuole. Naturalmente può essere dolce ma alle sue condizioni, non per incantare qualcuno o contrattare amore.

In modo che una persona possa sentirsi pienamente e veramente un individuo adulto, allora, deve aver vissuto l’immenso privilegio emotivo di poter essere vero in questo modo, di disturbare gli altri quando ne ha voglia, lottare quando è arrabbiato, urlare quando è stanco, mordere quando si sente aggressivo. 

Il vero sé del bambino deve avere l’opportunità immaginativa di distruggere il genitore quando è in preda alla rabbia – e quindi assistere alla sopravvivenza stabile del genitore stesso, cosa che fornisce al bambino una sensazione vitale e immensamente rassicurante, relativa al fatto di non essere in realtà onnipotente e che il mondo non crollerà semplicemente perché a volte lo desidera o ha paura che accada.

Quando le cose vanno bene, gradualmente e volontariamente, il bambino sviluppa un falso sé, una capacità di comportarsi secondo le esigenze della realtà esterna. Questa è la cosa che gli consente di sottomettersi ai rigori della scuola e – man mano che si sviluppa in un adulto – anche della vita lavorativa. Quando ci è stata data l’opportunità di essere il nostro vero sé, non c’è bisogno, in ogni occasione, di ribellarsi e imporre i nostri bisogni.

Possiamo seguire le regole perché per un certo periodo siamo stati in grado di ignorarle del tutto per un po’. In altre parole, Winnicott non era un nemico assoluto del falso sé; ha capito bene il suo ruolo, semplicemente ha insistito sul fatto che è un attributo di un modo di essere sano, a condizione che sia stato preceduto dall’esperienza senza restrizioni, del vero sé. Sfortunatamente, molti di noi, non hanno avuto la possibilità di trarre vantaggio da questo inizio ideale. Forse la madre era depressa o il padre era spesso in preda alla rabbia, forse c’era un fratello maggiore o minore che era in crisi e questo ha richiesto tutta l’attenzione. Il risultato è (la possibilità) di aver appreso a conformarci troppo presto: essere diventati obbedienti a spese della nostra capacità di sentirci autenticamente noi stessi. Nelle relazioni, ora possiamo essere educati e adattati alle esigenze dei nostri partner, ma non per questo essere (sentirci) in grado di amare in modo appropriato. Al lavoro, possiamo essere rispettosi, ma non creativi e originali. In tali circostanze, la psicoterapia ci offre una seconda possibilità.

Nelle mani di un buon terapeuta, ci è permesso regredire prima del momento in cui abbiamo iniziato ad essere falsi, tornando al momento in cui avevamo un disperato bisogno di essere veri. Nello studio del terapeuta, possiamo sperimentare il contenimento sicuro del processo di cura, imparare – ancora una volta – ad essere reali, possiamo essere intemperanti, difficili, non preoccupati per nessuno tranne che per noi stessi, egoisti, insensibili, aggressivi e scioccanti. E il terapeuta accoglierà questo e quindi ci aiuterà a provare un nuovo senso di vitalità che avrebbe dovuto essere lì fin dall’inizio. La richiesta di essere falsi, che non scompare mai, diventa più sopportabile perché ci vieneregolarmente concessonella privacy della stanza del terapeuta, una volta a settimana o giù di lì, di essere essere veri

Winnicott era notoriamente calmo e generoso nei confronti dei suoi pazienti quando stavano tentando di ritrovare il loro vero sé in questo modo. Uno di loro ha distrutto il suo vaso preferito, un altro gli ha rubato dei soldi, un terzo lo ha insultato sessione dopo sessione. Ma Winnicott non si è scomposto, sapendo che questo faceva parte di un viaggio di ritorno verso la salute, lontano dalla micidiale falsità che affligge questi pazienti nel resto dei loro vite. […] Dobbiamo essere veri prima di poter essere utilmente un po’ falsi – e se non ci è mai stato permesso, allora la nostra malattia e la depressione sono lì per ricordarci che abbiamo bisogno di fare un passo indietro e la psicoterapia è lì per permetterci di farlo.

Fonte: http://psiche.org/articoli/essere-davvero-se-stessi-vero-se-falso-se/

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