Lo sviluppo del linguaggio nel bambino

Ricercatori dello sviluppo del linguaggio nel bambino hanno formulato una teorie sulla scoperta di regole che facilitano lo sviluppo del linguaggio

Lo sviluppo del linguaggio nel bambino

Lo sviluppo del linguaggio assume grande importanza, soprattutto nell’ambito clinico, per la diagnosi di disturbo del linguaggio nello sviluppo infantile, oltre che per l’applicazione delle pratiche terapeutiche su di questi.

Il feto dopo 35 settimane possiede un già ben sviluppato sistema uditivo e risponde alla voce della madre, che viene sentita attraverso il liquido amniotico (Querleu 1981). A 36-40 settimane il feto reagisce al cambiamento delle caratteristiche fisiche dei suoni. Questo è stato confermato da parte di alcuni esperimenti fatti su bambini nati prematuramente a 35-40 settimane, che già discriminavano diverse sillabe (Dehaene-Lambertz,1998). Si è notato come già a 2 giorni dalla nascita il bambino, grazie ad una predisposizione innata, riesca a percepire i suoni e a discriminare la voce materna rispetto a quella di altre persone. Infatti, è noto che il neonato preferisca la voce della mamma ad altre voci (Mills, Meluish,1974). A pochi giorni di vita il neonato sa distinguere le voci umane (il linguaggio) rispetto ad altri stimoli sonori, manifestando una grande preferenza per la voce umana rispetto ad altri tipi di rumori o al silenzio (Sigh, Morgan, White, 2004). A 1-2 mesi è in grado di fare astrazione dalla variabilità dell’eloquio di parlanti diversi. A questo punto si è visto come tutto il periodo di gestazione sia importante per lo sviluppo della capacità uditiva, ed in seguito linguistica del bambino.

Dalla nascita fino al raggiungimento del 4°mese di vita, l’apparato fonatorio del bambino è poco sviluppato ed è molto simile a quello di altri primati. Solo dopo i 4 mesi di vita l’apparato fonatorio cambia: la laringe discende, si allunga e allarga la cavità orale e si presentano altri diversi tipi di cambiamenti a livello organico: a 5 mesi il bambino sviluppa e acquisisce la capacità di poter produrre i primi suoni vocali, di modulare le proprie vocalizzazioni, manipolando l’altezza e l’intensità.

Al raggiungimento del sesto mese il neonato è in grado di coordinare i movimenti fonatori e inizia a produrre suoni simili a quelli del linguaggio; tra il sesto e l’ottavo mese ha inizio la lallazione, una produzione che consiste nella ripetizione continua di sillabe; ad esempio “mamama”, “bababab”. La lallazione non possiede alcun significato, è formata da un sottoinsieme di suoni presenti nelle lingue. La lallazione è distinta in: canonica e variata.

La prima consiste nella ripetizione della stessa sillaba, così da presentare la struttura consonante-vocale (es. “babababa”). Nella lallazione variata si presenta la variazione tra le diverse sillabe (es. manamanaman”). Queste tipologie di lallazioni possono coesistere (Oller,1980;Vihman,1993). Dagli 8-10 mesi la lallazione assume le caratteristiche della lingua a cui verrà esposto il bambino.

Quindi, a partire dagli 8 mesi, sia la percezione dei suoni sia la produzione iniziano a essere influenzate dall’ambiente linguistico: nel bambino si forma un repertorio di categorie sonore specifiche della lingua. La sensibilità dei suoni si specializza in questo periodo e i suoni hanno un valore distintivo in base alla lingua di esposizione. Quindi la lallazione permette al bambino di ascoltarsi mentre produce i suoni che sente nell’ambiente linguistico. Verso i 12 mesi la produzione delle parole è un processo continuo che ha inizio con le protoparole, o parole inventate, alle quali possono affiancarsi le parole collegate al contesto. Infine compaiono le parole vere che verranno usate in contesti diversi. In ogni caso, il bambino si specializzerà su di un tipo di lingua, grazie al continuo contatto con l’ambiente. Esaminando e prendendo come veritiera la tesi proposta da Chomsky (1965), i maggiori ricercatori e studiosi dello sviluppo del linguaggio nel bambino hanno formulato una serie di teorie incentrate sulla scoperta di eventuali regole che facilitino lo sviluppo precoce del linguaggio. Gli studi sul linguaggio infantile condotti da Braine (1963), nei primi anni della metà degli anni 60 negli Stati Uniti, hanno esaminato 3 bambini per un periodo di 4 mesi a cominciare dal periodo in cui hanno iniziato ad utilizzare espressioni verbali di due parole; l’analisi da parte dello studioso riguarda tutte le espressioni verbali interpretabili, tranne quelle che sembrano essere imitazione di espressioni adulte immediatamente precedenti.

Sembra che i bambini raggruppino le parole in due classi: una consiste in un piccolo numero di parole che ricordano frequentemente e situate sempre nella posizione iniziale. Braine le definisce parole perno (P). L’altra classe di parole è molto più ampia: vengono ricordate meno spesso delle parole perno e non hanno una posizione fissa nelle espressioni di due parole, anche se di solito si trovano in seconda posizione. Braine le definisce parole aperte (A). Il modello più comune di espressione a due parole analizzate da Braine è costituito da una parola perno seguita da una parola aperta, cioè P+A . Tuttavia ci sono anche espressioni formate da una parola aperta seguita da un perno: queste non sono le stesse di quelle che occupano la posizione iniziale, ma appartengono a una classe più esigua essendo usate spesso e hanno una posizione fissa, Braine le chiama parole P2, per distinguerle delle parole perno che presentano una posizione iniziale (P1). Alcune delle altre espressioni dei bambini sono formate da due parole aperte e altre sono costituite da una sola parola aperta. In ogni caso le parole della classe perno non si trovano mai da sole. Di posizione contraria a quanto esposto da Braine è la posizione della studiosa Bloom. La Bloom (1970) definisce le ricerche sostenute da parte del collega come insufficienti, in quanto, non rappresentano un modo esauriente per spiegare la conoscenza grammaticale e sintattica che si forma nel bambino. Esse descrivono la struttura sintattica del linguaggio precoce ma ignorano la centralità del significato. Dalle ricerche condotte negli anni 70 dalla Bloom, secondo cui è importante registrare e osservare quello che dicono e esprimono i bambini, tali informazioni supplementari su questo contesto hanno permesso alle cercatrice di attribuire un’ampia varietà di significati ad alcune espressioni da parte dei bambini da lei esaminati.

La Bloom  (1970) ha osservato come i bambini utilizzano tre diversi significati della parola “no”:

  • rifiuto: cioè senso di non accettazione di qualcosa;
  • descrivere la non esistenza di un oggetto;
  • negare: cioè di riferimento a due oggetti diversi l’uno dall’altro.

La Bloom capisce come queste tre forme di negazione appaiano nel bambino attraverso lo sviluppo. Negli anni ’80 è stata sviluppata da parte dello studioso Mc Shane (1980) una ricerca condotta su sei bambini, durante il loro secondo anno di vita. Da questa ricerca si è potuto constatare che oltre ad imparare il significato precoce della negazione, il bambino attribuisce alla parola “no” anche il significato di commentare i suoi insuccessi nel compiere un’azione intrapresa. Tali ricerche aggiungono un nuovo significato alla parola “no” che già aveva scoperto precedentemente la studiosa Bloom. Interessante è stata la tesi proposta da Bever (1970) e la sua supposizione riguardo alla capacità da parte del bambino di tre anni di interpretare il significato di una frase in maniera passiva. La ricerca di Bever sulla comprensione da parte dei bambini di frasi attive e passive conferma la difficoltà di un’interpretazione delle frasi passive. Tuttavia, gli infanti di 3 anni e più, sono in grado di capire le frasi passive in cui un sostantivo è palesemente agente e l’altro oggetto.

Si è visto come l’acquisizione del linguaggio avvenga in modi e tempi identici, indipendentemente dalla particolarità della lingua a cui i bambini sono esposti e anche dalla modalità in cui è espressa tale lingua. Un ruolo importante nello sviluppo linguistico del piccino è attribuibile al tipo di ambiente in cui il bimbo è esposto, e alla ricezione più o meno varia degli stimoli che riceve da tale ambiente, che può provocare un anticipo o un ritardo sullo sviluppo linguistico. Inoltre deve riuscire a comprendere il significato arbitrario delle parole che deve scoprire, e una volta scoperto, formulare delle frasi che abbiano un significato. Anche se sembra impossibile questo processo avviene per ciascun piccolo.

fonte: https://www.stateofmind.it/2020/05/sviluppo-linguaggio/

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