Possiamo continuare senza legami?

Possiamo stare isolati? Siamo fatti per stare senza il contatto umano?

Riusciamo davvero a stare richiusi dentro quattro mura senza ciò di cui abbiamo più bisogno, ovvero la relazionalità? Possiamo resistere e a quale prezzo in questa dimensione di lockdown come amano definirla in questo periodo? Come ci sentiremo quando si potrà assaporare un po’ di libertà?

Maslow nel 1954 mise in ordine gerarchico i bisogni dell’essere umano e senza entrare dentro l’epistemologia di questa teorizzazione che può essere criticata su più fronti a partire dalla stessa definizione di bisogno, ci limitiamo a focalizzarci su un bisogno fondamentale dell’essere umano: il need to belong.  Esso viene definito da Maslow come il bisogno di appartenenza; la tendenza disposizionale, intrinseca a stare con altri essere umani (Maslow, 1954). Anche nelle forme più gravi di autismo notiamo come il bambino non riesca ad essere totalmente estraneo alla relazione. C’è sempre, anche nell’autistico, il bisogno della reazione con il proprio caregiver. La relazione è ciò di cui l’uomo non può fare a meno. Siamo filogeneticamente portati alla ricerca dell’Altro. Se prendiamo ogni disturbo psichico presente nel DSM-5 (2014), possiamo essere in grado di declinarlo in un’ottica relazionale. La relazione è ciò su cui si struttura la personalità umana. Nasciamo e siamo subito immersi dentro una relazione. Il nostro primo grande Altro è l’altro materno, in particolare il corpo della madre. Il primo oggetto verso cui si rivolge la pulsione del bambino è il seno ma ciò che conta in particolar modo non è solo il rapporto corporeo, bensì il contatto tra le due menti della diade madre-figlio . Il bambino nei primi mesi di vita si nutre di questo riconoscimento datogli dallo sguardo della propria madre. L’essere visto, l’essere riconosciuto, è un bisogno forte quanto il bisogno fisico del contatto.

Siamo “gettati” nel mondo e subito abbiamo bisogno che qualcun altro si prenda cura di noi. Che cos’è in fondo la psicoterapia se non la riedizione di questo bisogno primario dentro il qui ed ora della relazione terapeutica? La svolta relazione della Psicoanalisi ci mostra come la pulsione, a differenza di quanto sostenuto inizialmente da Freud, non può esistere senza un oggetto a cui essa è legata (Klein, 1945). Si tratta sempre di legare la pulsione ad una meta che può permettere il soddisfacimento della pulsione stessa. Siamo sempre, durante l’arco di tutta la vita, inseriti in una oscillazione tra legame e slegamento. Il legame per essere tale ha bisogno anche del non legame, del non essere in contatto. La vita si gioca tra queste due tendenze e ogni forma di sofferenza mentale possiamo concepirla come l’estremizzazione di uno dei due poli lungo un continuum che va dal contatto verso la separazione e viceversa. Vediamo bene nella clinica delle nevrosi come il nevrotico sia sempre spostato verso la dimensione del legame, del contatto, della relazione con l’Altro. Il nevrotico vive la propria vita in funzione dell’Altro. Il suo problema sta nell’entrare in contratto con la propria soggettività, con il proprio mondo interno. Egli non si pone il problema di riuscire a soddisfare il proprio desiderio perché vive in balia del desiderio dell’Altro. Non entra mai in relazione con il proprio desiderio.  Al contrario nella psicosi è evidente come lo psicotico sia spostato verso l’altro polo, quella del non legame, dello scollamento, della dispersione di ogni relazione con il mondo esterno. È talmente assorbito dal suo mondo interno, dalla propria realtà fantastica, che entrare in relazione con la realtà vera, concreta, quella che noi tutti condividiamo vorrebbe dire sprofondare in un’angoscia disintegrante, in ciò che Bion chiama “terrore senza nome” (1962). Lo psicotico rifiuta la relazione perché non riesce ad entrare in contatto con un mondo che non sia il mondo che lui stesso è in grado di controllare, il suo mondo interno. In qualche modo lo psicotico è solo in relazione asimmetrica con la propria realtà interna. Vive in una dimensione di fusionalità, di non separazione tra interno ed esterno. È l’esasperazione del non contatto da un lato e del rapporto con il proprio desiderio dall’altro. La psicosi è l’anarchia del proprio desiderio. La vita dello psicotico è vita che si svolge dentro il caos. Egli non ha problemi con il desidero dell’Altro perché neanche riesce neppure a rappresentarsi un Altro dentro di sé. Vive solo il rapporto con il proprio desiderio. Questa in fondo è la follia: “un’orchestra senza direttore” come la chiamava Kraepelin (1919). Nessuno che dia un limite, una legge, un confine, nessuna funzione super-egoica di distanza dall’eccesso. Lo psicotico non vive all’ombra dell’Altro ma all’ombra di se stesso.

Attraverso queste due dimensioni, contatto e separazione, possiamo riflettere sul periodo che noi tutti stiamo vivendo. Da un giorno all’altro abbiamo dovuto privarci del contatto con l’esterno, della relazione, della dimensione dello “stare con”. Se togliamo la relazione dall’essere umano, togliamo l’umano che c’è dentro ognuno di noi. Spesso sentiamo di violenze domestiche in questo periodo, addirittura di persone che vogliono tornare in carcere per non stare più ogni giorno con la propria pena l’omicidio. Siamo stati catapultati da un mondo dove ognuno poteva vivere, forse anche in maniera eccessiva, la relazione con l’Altro, verso il mondo del suo estremo opposto, quello del non rapporto. Oggi siamo imprigionati dentro un confine, dentro il limite. L’unica legge che abbiamo è quella della separazione tra noi e l’Altro che sta fuori dalla nostra casa. Chiediamoci: Dov’è che la libertà prende vita? La libertà non si fonda forse sulla legge, sullo stare dentro un perimetro di azione? Agire dentro un limite è la forma più alta di libertà. Non c’è libertà se non dentro un confine altrimenti vivremmo nell’anarchia, nella totale assenza di leggi e ciò che regnerebbe non sarebbe la regola di cui noi tutti abbiamo bisogno ma l’unica legge sarebbe quella del caos. Ma cosa succede quando lo spazio dentro cui la libertà si manifesta diventa così stretto? È qui che la libertà cessa di essere tale. Siamo sicuri che possiamo resistere ancora per molto? Uno dei grossi problemi del post quarantena oltre alla situazione economica sarà anche quello del ritorno alla relazione, del ripristino del contatto che non sarà più (per molto tempo almeno) come prima. Purtroppo non possiamo fare previsioni esatte su come questo evento inciderà sulla psiche delle persone ma possiamo immaginarci che quando sarà il momento di uscire da questo situazione, ci potrebbero essere delle complicazioni non indifferenti. Siamo ovviamente dentro un campo ipotetico ma se pensiamo al sentimento che domina in questo periodo, la paura, non ci è difficile immaginare che l’angoscia del contatto con l’Altro, del salutare qualcuno per strada e dello stare sempre a distanza minima di un metro, possa segnare la nostra futura quotidianità. L’Altro non sarà più un semplice passante per il marciapiede ma sarà colui che può recare danno alla mia persona e a cui devo per forza tenermi a debita distanza.

Fin dai primi giorni del lockdown abbiamo assistito a spot di personaggi famosi che ci dicevano di riscoprire quanto è bello stare a casa, di stare a contatto con noi stessi, di fare le cose che non facciamo mai. Molti l’hanno definita come una possibilità di riscoperta. Questa riscoperta è assolutamente impossibile se prima non facciamo il lutto di ciò che abbiamo perso. Fare il lutto non significa ritirarsi dentro un mondo fantastico, a tratti delirante, che questa situazione sia positiva, perché il principio di realtà ci impone di aprire gli occhi e di vedere che essa non lo è. Solo riuscendo a fare il lutto del “prima”, inteso come elaborazione psichica della perdita, possiamo arrivare ad una dimensione di cambiamento, di scoperta e non di riscoperta. Scoprire ciò che prima non eravamo in grado di rappresentarci psichicamente, lavorare su noi stessi, sui nostri pensieri, sulle nostre passioni ci permette di crearci una nuova libertà dentro i confini che oggi ci vengono imposti dall’esterno. Ma ancora una volta dobbiamo chiederci: quanto possiamo resistere senza stare in relazione con le altre persone di cui sentiamo la mancanza? Il lockdown improvviso ha provocato una spaccatura tra il passato e il presente, tra il prima e il dopo, tra il vecchio e il nuovo, tra il legame e il non legame. Ogni persona a questa spaccatura reagisce in modo puramente soggettivo, come del resto ogni reazione ad un evento improvviso ed inaspettato è del tutto singolare. Il nostro trauma, quello con cui tutti abbiamo dovuto fare i conti in questi giorni di quarantena, ha spaccato la linearità della nostra vita favorendo vissuti angosciosi, di paura e di sconcerto di fronte all’incertezza. Ognuno a modo suo sta cercando di elaborare la spaccatura ma molte persone che già prima erano in difficoltà, potrebbero non riuscire a ricucire lo strappo e a ritrovare la linearità della loro vita. Questo è forse il compito che ognuno di noi dovrebbe cercare di assolvere in questo periodo: provare a rendere definibile e lineare, attraverso un processo di cambiamento e di elaborazione psichica, il nuovo che si è manifestato di fronte a noi ed anche ciò che si manifesterà nei prossimi mesi. Sperando che il 4 Maggio si possa finalmente uscire da questo recinto costrittivo per tornare in contatto con l’esterno, l’unica cosa che possiamo ricordarci nei momenti in cui sentiamo di essere messi a dura prova, è che nessuno nella vita si salva da solo. Piaccia o no, siamo fatti per ricercare e per stare dentro le relazioni umane.

FONTE: http://psiche.org/articoli/possiamo-continuare-legami/

2 pensieri riguardo “Possiamo continuare senza legami?

  1. mi sono chiesto che differenza ci sia tra “distanziamento sociale” e “dissoluzione sociale”… e non ho ancora risolto l’enigma

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    1. A volte… si fa un uso “improprio” delle parole, e il risultato è un significato “erroneo” e/o diverso… della stessa terminologia… o viceversa… usare termini diversi… per poi dare lo stesso significato…

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