I capricci dei bambini

I capricci dei bambini possono apparire privi di motivazioni, ma analizzare cosa li ha generati può aiutare a comprenderli e a capire come farvi fronte

I capricci dei bambini

Comunemente considerati come comportamenti oppositivi di ‘non obbedienza’ i capricci rappresentano qualcosa di più profondo, un tentativo del bambino di comunicare il suo malessere nell’hic et nunc, e come tali vanno indagati per darvi il giusto significato.

Cos’è un capriccio?

Normalmente si utilizza il termine capriccio per intendere un comportamento non consono o, comunque, non desiderabile, esibito in una data situazione: ecco allora che capriccio diventa per un genitore il pianto disperato del bambino durante il momento della spesa, le urla incontenibili, il buttarsi a terra per strada, il non obbedire alle richieste dell’adulto, specie in contesti sociali, dove la preoccupazione principale di quest’ultimo diventa quella di non fare brutta figura o, comunque, l’essere classificato come cattivo genitore.

Questo è cosa rappresenta un capriccio per un adulto!

Ma cos’è davvero il capriccio? Cosa rappresenta per il bambino?

Il capriccio è generato da un forte momento di frustrazione che il bambino non riesce a gestire con i mezzi e gli strumenti a sua disposizione: il pianto, gli scatti d’ira non sono altro che richieste di aiuto che il piccolo invia all’adulto. Tutto ciò che per l’adulto risulta ‘una scenata senza motivo’, un comportamento immotivato da non esibire, magari perché ciò che il bambino vuole lo si farà in un secondo momento, per il bambino non è che una richiesta di attenzione.

Un bambino non piange senza motivo. Il problema è che, troppo spesso, tale motivo sfugge all’occhio di un adulto, immerso nella freneticità dell’agire quotidiano.

Di fronte all’adulto il bambino è disposto all’obbedienza fino alle radici dello spirito.

Ma quando l’adulto gli chiede che egli rinunci, in favor suo, al comando del motore che sospinge la creatura secondo norme e leggi inalterabili, il bambino non può obbedire. Sarebbe come pretendere di fargli interrompere lo spuntare dei denti nel periodo della dentizione.

I capricci e le disobbedienze dei bambini non sono altro che aspetti di un conflitto vitale fra l’impulso creatore e l’amore verso l’adulto, il quale non lo comprende.

Quando, invece di trovare obbedienza, insorge un capriccio, l’adulto deve pensare sempre a cotesto conflitto e individuarvi la difesa di un gesto vitale necessario allo sviluppo del bambino (Montessori, 1938).

I capricci sono normalmente esibiti dai bambini ma essi si intensificano in particolare nella fascia 2/3 anni, non a caso nota come ‘i terribili 2 anni’. Spiegamone il motivo: il bambino raggiunge, a partire da tale età, una maggiore consapevolezza nello sviluppo cognitivo, linguistico, motorio, sfinterico, nonché una maggiore indipendenza; proprio in virtù di ciò, egli ama sperimentarsi, non sottostando alle regole imposte dall’adulto, che spesso rappresentano un freno verso la scoperta del mondo e di se stesso.

A questa età i piccoli si esprimono spesso con il ‘no’, rigettando le richieste del genitore (dell’adulto in generale), anche solo per il gusto di non compiacere, perché ora iniziano a percepirsi come unità separate dal caregiver, sviluppando una propria identità. Ecco come l’espressione del capriccio diventa affermazione di sé: per mezzo di parole quali ‘no’, ‘io’, ‘mio’ il bambino sperimenta la propria libertà, modellando la sua personalità. L’obiezione traduce il pensiero individuale e come tale fa parte del normale processo di crescita.

Come far fronte al capriccio

Nel momento in cui il bambino fa i capricci occorre soffermarsi ad analizzare cosa li ha generati: bisogna indossare le lenti del bambino per leggere la situazione dal suo punto di vista.

È molto importante precisare come il bambino non sia un adulto in miniatura ma un soggetto in costante sviluppo. Da sottolineare come esista un rapporto inversamente proporzionale tra regolazione emotiva ed età, ovvero più si è piccoli meno si riesce a controllare le proprie emozioni.

All’età di due anni la personalità del bambino inizia a plasmarsi ed in virtù delle maggiori competenze linguistiche siamo erroneamente portati a considerarli più maturi rispetto a quanto non siano. Nella prima infanzia il cervello cambia rapidamente, sviluppando assai rapidamente nuove connessioni cerebrali ed eliminando quelle non necessarie, processo noto come pruning sinaptico e da Edelman (1987) ribattezzato come darwinismo sinaptico. La corteccia prefrontale, area del cervello deputata ai più complessi compiti cognitivi, tra cui l’autoregolazione, non è ancora matura, continuando il suo sviluppo fino all’inizio dell’età adulta (Lenroot, Giedd, 2006; Giedd, 2004).

Nella pratica se un bambino vuole un gelato e l’adulto gli dice che lo compreranno dopo aver terminato la spesa, è molto probabile che il primo inizi a piangere perché il suo bisogno in quel dato momento non è stato soddisfatto. Il bambino non possiede appieno la visione della temporalità, e la concezione del posticipare non è contemplata nella sua mentalità, al contrario, ogni bisogno, desiderio ed emozione riguarda il qui ed ora.

Nei più piccoli, il carattere egocentrico, ossia immediato e irreversibile, del pensiero è un ostacolo ad ogni introspezione: la presa di coscienza dell’azione propria inizia dunque con quella dei suoi risultati e soltanto in seguito si risale con un duplice sforzo di inversione rispetto a questo orientamento iniziale e di decentramento o confronto, alla coscienza del meccanismo stesso di tale azione (Piaget, 1979, p. 266).

Come si fronteggia un capriccio?

Partiamo dal presupposto che le regole sono importanti, per cui il genitore non deve avere né un atteggiamento troppo lassista, accondiscendendo ad ogni richiesta del bambino, né troppo autoritario tappando l’espressione del piccolo. La giusta soluzione sta nel mezzo per cui occorre saper essere autorevoli, spiegando le motivazioni per le quali ci si aspetta un determinato comportamento in una data situazione, utilizzando sempre un linguaggio consono e comprensibile al piccolo.

Urlare non serve a nulla ed arrabbiarsi a propria volta col piccolo, imprecando, ordinandogli di smetterla non farà altro che incrementare la sua frustrazione, stabilendo un circolo vizioso.

Occorre ‘calmarsi per calmare’ sintonizzarsi empaticamente col bambino, fargli sentire la nostra presenza, parlargli, spiegandogli che capiamo la sua rabbia, cercare una soluzione. In tal modo egli si sentirà accolto e compreso.

L’adulto possiede proprie strategie di coping e problem solving, acquisite negli anni, per rilassarsi e ritrovare la serenità interiore (ad esempio c’è chi conta fino a dieci, chi fa dei respiri più lunghi, chi intrattiene un dialogo interiore…): fermiamoci a pensare a come il bambino, al contrario, non può contare solo su se stesso e tramite il capriccio egli ci sta comunicando che non riesce a comprendere e far fronte ad una situazione, anzi, ci sta chiedendo di aiutarlo, per capirla, etichettarla e, quindi, fronteggiarla.

In conclusione è propedeutico immedesimarsi col piccolo al fine di decodificare il capriccio e, anziché sgridarlo, donargli gli strumenti per comunicare nel giusto modo.

Capiamo allora come le giuste strategie utilizzino l’empatia, favorendo una connessione tra adulto e bambino su base emotiva: mettendoci mentalmente nei suoi panni potremmo realmente aiutare il piccolo ad etichettare, comprendere e gestire la situazione, in un primo momento per nostro tramite e via via in modo sempre più autonomo. La capacità di mentalizzare, espressione ultima dell’autoregolazione favorisce, secondo Bateman e Fonagy (2006), la comprensione esplicita ed implicita dei propri e degli altrui comportamenti, giungendo a dare significato agli stati mentali che li sottendono.

Il tutto favorisce lo sviluppo della comunicazione assertiva, portando l’individuo a saper esprimere senza remora i propri bisogni, libero da inibizioni ed insicurezze.

Fonte: https://www.stateofmind.it/2020/01/capricci-bambini/

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