Disturbi alimentari della sfera maschile: una riflessione storica su pregiudizi e stereotipi di genere

I disturbi del comportamento alimentare sono considerati ancora oggi patologie tipicamente femminili

Disturbi alimentari della sfera maschile: una riflessione storica su pregiudizi e stereotipi di genere

I disturbi del comportamento alimentare sono stati considerati per lungo tempo patologie prevalentemente femminili, sia dall’opinione pubblica, che ancora oggi li reputa ‘malattie da femmine’, sia dalla ricerca psicologica, come testimoniato dall’enorme asimmetria di genere che si può trovare all’interno della ricerca scientifica e dal fatto che la maggior parte dei protocolli clinici e diagnostici siano standardizzati sulla popolazione femminile. Si consideri che solo con il DSM-5 (2012) è stato eliminato il criterio diagnostico di amenorrea (la mancanza del ciclo mestruale per almeno 3 cicli consecutivi) dell’anoressia nervosa, una variabile altamente genere-specifica che non aveva riscontro in altre patologie psichiatriche e che, per forza di cose, portava a limiti diagnostici con i pazienti di sesso maschile. Un pregiudizio, quello del ‘femminocentrismo’ dei disturbi alimentari, che ancora oggi resiste, come testimoniato dai target delle campagne di sensibilizzazione e dei servizi per la salute mentale.

Tuttavia negli ultimi anni si assiste a un crescente interesse verso i disturbi alimentari della sfera maschile, quasi a testimoniare un aumento delle suddette patologie e una deviazione dalla loro normale espressione clinica. In realtà, quasi paradossalmente, le prime descrizioni storiche del comportamento alimentare patologico riguardavano nello specifico individui di sesso maschile.

Le prime testimonianze

La più antica descrizione di quella che presumibilmente era anoressia risale all’XI secolo a.C. ad opera del medico persiano Avicenna, dove viene descritto il trattamento di un giovane principe che aveva smesso di alimentarsi in assenza di cause organiche (Balottin et al. 2003). Un altro esempio proveniente dalla storia antica, che sembra rimandare a comportamenti alimentari patologici che coinvolgono persone di sesso maschile, è quello descritto da Senofonte nell’Anabasi (429-354 a.C.):

L’indomani, per l’intera giornata, marciarono nella neve e molti caddero in preda alla bulimia. Senofonte, che era in retroguardia, si imbatteva nella gente crollata a terra, ma non riusciva a capire la causa del loro male. Poi un soldato, esperto di cose del genere, gli disse che erano chiari segni di bulimia.

Lo storico ateniese, con il termine bulimia (letteralmente fame da bue), descrive una condizione di fame estrema accompagnata da malessere, uno stato più simile al binge eating piuttosto che alla bulimia patologica vera e propria.

Si è parlato molto di ‘Sante Anoressiche’, donne religiose che dal decimo secolo in avanti divennero note per i lunghi digiuni a carattere mistico a cui si sottoponevano, come Santa Caterina da Siena e Beata Angela di Foligno, vicende che sono state interpretate come antesignani delle attuali forme di anoressia restrittiva. Meno conosciuta è la controparte maschile di tali comportamenti: i Padri del deserto, monaci anacoreti, che si narra trascorressero anni in condizioni di enormi restrizioni di cibo e acqua con la finalità di rinunciare ai desideri del corpo.

Leggendo queste testimonianze è necessario tenere conto che la nozione di patologia riferita a un fenomeno psicologico dipende sempre dal contesto storico e culturale, ma è comunque interessante vedere come tali condotte abbiano coinvolto l’interesse degli osservatori di quell’epoca.

Artisti della fame

Al fine di comprendere meglio il fenomeno delle condotte alimentari patologiche nei maschi, si considerino altri esempi, questa volta provenienti dal mondo della letteratura in epoca più moderna:

Poteva digiunare quanto voleva … ed egli lo faceva; ma nulla lo poteva più salvare, nessuno più si curava di lui. Si provi qualcuno a spiegare l’arte del digiuno! A chi non la conosce, non si può darne un’idea.

Questo breve estratto è tratto dal racconto Un digiunatore di Franz Kafka (1922), dove viene narrata la vita di un uomo che esprime il digiuno estremo come forma d’arte, seppur nascondendo gravi conflitti interiori. La vicenda narrata dallo scrittore boemo è storicamente accurata, in quanto effettivamente, dalla fine del XIX secolo fino agli anni 30, gli ‘artisti della fame’ erano soliti esibirsi in spettacolari digiuni prolungati mettendo in mostra i propri corpi scheletrici. Inoltre secondo alcuni autori le vicende narrate nel racconto sono in parte biografiche, probabilmente lo stesso Kafka ha sofferto di una forma di anoressia nervosa atipica, come testimoniato dall’ossessione per il corpo del digiunatore e la particolare capacità dell’autore di descriverne la personalità:

‘Perché io sono costretto a digiunare’ disse il digiunatore…’perché io non ho mai potuto trovare il cibo che mi piacesse. Se lo avessi trovato, credilo, non avrei fatto tante storie e mi sarei rimpinzato come te e tutti gli altri’ Furono le sue ultime parole, ma nei suoi occhi spenti si leggeva ancora la ferma, anche se non più superba, convinzione di continuare a digiunare.

Un altro grande autore che in tempi recenti è stato ‘diagnosticato’ come portatore di un disturbo alimentare è Lord Byron. Sembra infatti che il poeta inglese fosse ossessionato dall’apparire magro:

Oggi per la prima volta da sei giorni ho mangiato normalmente anziché prendere i miei sei biscotti con il tè. Come vorrei non averlo fatto! Un po’ di vino e di pesce e ora la pesantezza, gli incubi e il torpore mi stanno uccidendo. Non sarò schiavo del mio appetito.

Jeremy Hugh Baron e Arthur Crisp (2003) hanno analizzato il carteggio del poeta concludendo che quest’ultimo ha probabilmente sofferto per almeno metà della sua breve vita di un disturbo alimentare (morì all’età di 36 anni), alternando periodi di anoressia e bulimia. Per quanto riguarda il caso di Lord Byron è interessante notare come abbia alcuni aspetti in comune con i dati epidemiologici provenienti dalla ricerca moderna sui disturbi alimentari nei maschi, come ad esempio l’esordio tardivo e la presenza di obesità pre-morbosa. Lord Byron, secondo le testimonianze dell’epoca, era un bambino ‘grassottello’ che, raggiunta la maggiore età, ha iniziato a essere insoddisfatto del suo corpo e a dimagrire molto velocemente:

Ho perso otto chili negli ultimi tempi usando ogni mezzo, mi vedo troppo grasso. Vorrei pesare 76 chili, poi smetterò di digiunare e fare esercizio.

I primi pazienti furono maschi

Il termine anoressia nervosa è stato per la prima volta usato nel 1870 da William Gull a Londra, tuttavia è possibile trovare descrizioni di tale patologia nella letteratura medica precedente e vi sono interessanti casi che riguardano proprio pazienti maschi. Quella che per molti è la prima descrizione medica dell’anoressia risale al 1689 ad opera del medico inglese Richard Morton e riguardava un ragazzo di 16 anni che:

[…] cadde gradualmente in una totale mancanza di appetito, provocata dal suo troppo studiare e dalle passioni della sua mente. Arrivò ad un’atrofia universale, struggendosi sempre di più di anno in anno, senza che ci fossero tosse, febbre o altri sintomi […] Ritengo che questa consunzione sia di natura nervosa pur coinvolgendo l’intero corpo.

75 anni dopo un altro medico britannico, Robert Whytt (1764), riprendendo il lavoro di Morton, descrisse il caso di un altro ragazzo questa volta di quattordici anni:

Un ragazzo di costituzione sottile e delicata, di vivace sentimento, il cui polso in salute batteva oltre 70 e 80 volte al minuto. Nel giugno 1757, è stato osservato di umore deflesso e pensieroso, con perdita dell’appetito e cattiva digestione[…] a metà luglio, quando ormai era ridotto a pelle e ossa, il suo polso in posizione orizzontale non superava i 39 battiti. A fine agosto, il suo malessere prendeva una svolta inaspettata: ha cominciato ad avere uno smodato desidero di cibo, che lo costringeva a mangiare ogni due ore per non sentirsi debole […] il suo polso batteva tra i 96 e i 110 battiti. Non ho potuto scoprire né la causa delle prime lamentele del paziente, né della svolta improvvisa e contraria, ma ho pensato che meritasse di essere menzionato come buon esempio di consunzione nervosa.

Un altro esempio degno di attenzione è quello pubblicato nel 1790 da Robert Willan, con il titolo Uno straordinario caso di astinenza, in cui l’autore descrive il lungo digiuno di un giovane uomo in inglese e il suo tragico epilogo con la morte:

Un giovane uomo dalla mente studiosa e malinconica, ha sviluppato diverse volte sintomi di indigestione negli anni 1784 e 1785. Il 21 gennaio del 1786, ha intrapreso un severo percorso di astinenza presumibilmente nella speranza di alleviare le sue spiacevoli lamentele. […] Si ritirò improvvisamente dagli affari, lasciando la società dei suoi amici, e prese alloggio in una strada isolata dove attuò il suo piano, che consisteva nell’astenersi da qualsiasi cibo solido e ogni tanto inumidirsi le labbra con acqua aromatizzata all’arancia.

Nel marzo del 1786 il medico visitò il paziente e rivelò quanto segue:

Era in quel momento emaciato in modo sorprendente, con i muscoli del viso completamente rimpiccioliti e con gli zigomi pronunciati, offrendo un’apparenza più che orribile. Il suo addome era concavo e l’ombelico ritirato per lo stato di collasso dell’intestino, la pelle e i muscoli addominali si restringevano sotto il bacino. I suoi arti si erano gravemente ridotti. Il suo corpo nel complesso suggeriva l’idea di uno scheletro.

Nei giorni successivi il giovane uomo sviluppò uno smodato desiderio di cibo e mangiò grandi quantità di pane con burro, per poi vomitare. Sembrò in un primo momento migliorare ma, alla fine dello stesso mese, riprese nuovamente a rifiutare il cibo e a diventare cupo e ritirato. Il paziente morì il settantatreesimo giorno di digiuno.

Problemi diagnostici

Le descrizioni in passato, seppur sporadiche, di disturbi alimentari della sfera maschile non sono state sufficienti a portare all’attenzione della ricerca psicologica gli uomini come portatori di tali patologie. Si consideri ad esempio che fino agli anni ’60 la teoria psicoanalitica aveva escluso gli uomini dalle riflessioni sulle condotte alimentari patologiche e solo successivamente li aveva considerati come casi ‘atipici’ (Dalla Ragione L. & Scoppetta M., 2009)

L’esclusione degli uomini dalla ricerca sulle condotte alimentari patologiche ha contribuito ad accrescere i pregiudizi di genere su questi disturbi e a escludere la possibilità di cure adeguate per i pazienti maschi. Resta da chiedersi quali siano le ragioni di tale asimmetria di genere e se questa sia effettivamente dovuta a un’incidenza maggiore dei disturbi alimentari nella popolazione femminile. Il fatto che gli uomini possano essere identificati come portatori di una patologia alimentare è da rimandare a molteplici fattori storici, sociali e culturali. Inoltre particolari caratteristiche dell’espressione clinica di tali disturbi renderebbero difficile l’inquadramento diagnostico. Alcune recenti evidenze provenienti dalla ricerca suggeriscono che i disturbi alimentari maschili potrebbero essere sottostimati in quanto:

  • Nei maschi manca un corrispettivo endocrinologico dell’amenorrea (Andersen, 1990); dati recenti supportano l’ipotesi di indagare nei ragazzi la perdita di interesse sessuale o l’abbassamento dei livelli di testosterone.
  • I ragazzi mascherano la restrizione alimentare con motivazioni socialmente accettabili come ad esempio il miglioramento della prestazione sportiva o evitare lo sviluppo di patologie mediche (Grabhorn et al., 2003).
  • L’indice di Massa Corporea (BMI) negli uomini non è un indicatore affidabile della gravità della patologia, in quanto negli uomini anche una condizione di normopeso può celare un disturbo alimentare (Mancini et al., 2018).
  • I maschi sono meno propensi a chiedere aiuto per un disturbo alimentare rispetto alla controparte femminile (Hay et al., 2005) e accedono ai percorsi di cura più tardi e per problematiche psicologiche correlate alla patologia alimentare (depressione, ansia, disturbi ossessivi) (Olivardia, 2007).

Prospettive future

In tempi recenti, come detto in precedenza, si è assistito ad un crescente interesse verso questi quadri clinici, tuttavia la diagnosi di disturbo alimentare nel maschio rimane tutt’oggi complicata: medici e psicologi tendono ancora ad associare i sintomi ad altre patologie, inoltre gli strumenti diagnostici non sono ancora adeguati all’inquadramento dei maschi portatori di disturbi alimentari. Di conseguenza, l’incidenza rimane sottostimata e i pazienti accedono a percorsi di cura adeguati con molto ritardo, accentuando la gravità della sintomatologia e i rischi ad essa connessi. In conclusione si evidenzia l’importanza di approfondire la comprensione dei disturbi alimentari nella popolazione maschile al fine di promuovere la messa a punto di strumenti diagnostici e percorsi terapeutici che tengano conto della prospettiva di genere.

Fonte: https://www.stateofmind.it/2019/12/disturbi-alimentari-uomini/

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