Victim blaming: la colpevolizzazione della vittima

E’ dannatamente difficile avere a che fare con i manipolatori perché sono dei veri maestri nel rigirare la frittata e nello scaricare la colpa sugli altri.

colpevolizzazione della vittima victim blaming

 

Quando vi è un legame affettivo, poi, il manipolatore lo sfrutta per convincere la vittima che è responsabile di qualsiasi fatto accaduto. Questo meccanismo prende il nome di colpevolizzazione della vittima e si tratta di un fenomeno molto diffuso in ambito sociale, non solo di una tattica manipolativa.

I crimini e le ingiustizie che più di frequente vedono l’innescarsi di questo fenomeno sono:

  • Abusi sessuali
  • Violenze domestiche
  • Abusi emotivi
  • Stupri
  • Violenze a sfondo razziale
  • Isolamento (emarginazione della vittima)
  • Bullismo
  • Casi di misoginia

Il victim blaming è sì una tattica manipolativa usata dagli abusatori ma è anche un fenomeno sociale dai drammatici risvolti.

Il victim blaming come fenomeno sociale

Qualche anno fa, fu reso pubblico il video di una ragazza adolescente abusata sessualmente. La ragazza era probabilmente ubriaca ma questo non è un attenuante, ne’ una giustificazione per ciò che ha subito. Il suo presunto stato di ubriachezza non ha legittimato gli stupratori ad approfittare della sua condizione, ne’ tantomeno li ha legittimati a girare un video e renderlo pubblico nel web.

La società avrebbe dovuto “sostenere la vittima” e non condannarla affermando che “in fondo se aveva bevuto doveva aspettarselo…”. La vittima fu colpevolizzata a tal punto che decise di farla finita. Questo fatto di cronaca terminò con il suicidio della giovane e nessuna notizia sugli aggressori.

Nel sentire casi di violenza sessuale e stupro di gruppo, tra la gente c’è sempre qualcuno che afferma “se l’è cercata!” oppure “ha avuto quello che meritava”. Queste affermazioni sono un altro caso eclatante di victime blaming operato da una parte della società.

  • Chi è stato truffato “doveva essere più sveglio!”
  • Chi ha subito violenza sessuale, probabilmente se l’è cercata.
  • La vittima di violenza domestica “ce l’ha voluto lei, perché si è cacciata da sola in quella situazione...”.

Diciamo che la società, in quanto a empatia, lascia davvero molto a desiderare.
L’attenzione e la colpevolizzazione vengono spostate dal vero cattivo della situazione alla vittima. La stessa vittima, talvolta, decide inconsapevolmente di abbracciare la croce della colpa… così come la ragazza che nel fatto di cronaca citato, non ha riconosciuto il suo ruolo di vittima ed è stata assalita dalla vergogna per ciò che le hanno fatto.

La vergogna della vittima

Si chiama “Victim blaming” (colpevolizzazione della vittima) ed è quel fenomeno che si verifica quando chi ha subito un danno viene ritenuto in parte o completamente responsabile del trauma che ha vissuto.

Non solo chi osserva da fuori può colpevolizzare la vittima per ciò che ha subito, ma la stessa vittima può non riconoscersi il ruolo di vittima. Come accade questo pasticcio?

Pregiudizi, credenze e dinamiche disfunzionali: la vittima (e chi osserva dall’esterno) ha la percezione che, in qualche modo, possa essere responsabili delle azioni del maltrattatore / manipolatore / criminale. 

Studi di settore hanno dimostrato che le persone tendono ad associare la “colpa” alla vittima quando si tratta di crimini sessuali come lo stupro o come violenze domestiche ma non quando si tratta di furti o truffe.

La vergogna sperimentata della vittima genera un secondo trauma in uno scenario che è già di per sé traumatico. Quando poi il danno subito non viene convalidato, la vittima non si riconosce in questo ruolo.

Cosa succede? Che la vittima inizia ad autocolpevolizzarsi. In questi casi, esaminare il danno subito, per la vittima, porta solo a ulteriore colpa e incertezza sull’esperienza vissuta (Williams 1984, Ahrens, 2006). La vittima può iniziare a dubitare di ciò che ha vissuto (forse l’ho immaginato, forse non è andata esattamente così… forse io ho sbagliato…).

Proteggersi dal Victim blaming

Sia se si tratta di una tattica manipolativa, sia quando si parla di un fenomeno sociale, bisognerebbe sempre guardarsi bene dal colpevolizzare una vittima (o dal non riconoscersi tale ruolo!).

Quando una persona subisce un danno, il torto subito deve esserle riconosciuto. E’ necessario legittimare il dolore della vittima soprattutto quando è vulnerabile come un’adolescente, un bambino o un adulto che si porta dietro determinate fragilità.

I bambini vittime di abusi fisici e/o emotivi, possono crescere e diventare adulti senza mai aver compreso i soprusi subiti. Anche un adulto “fragile” può subire (o continuare a subire) abusi emotivi ed essere sommerso da tutte le conseguenze del caso* senza mai notare che…. sta subendo ed è vittima di qualcuno!

Quali sono le conseguenze del caso?
Per citarne qualcuna:

  • ansia,
  • depressione,
  • difficoltà nelle relazioni,
  • mancanza di autostima,
  • problemi di dipendenza,
  • autolesionismo,
  • ideazione suicidaria,
  • disturbi del sonno,

Per proteggerci dal victim blaming dobbiamo fare attenzione a… tutto! Perché se non abbiamo mai riconosciuto il nostro ruolo da vittima, vuol dire che c’è molto lavoro da fare e ancora non abbiamo iniziato a conoscerci davvero. La strada è lunga ma porta alla liberazione… quindi vale la pena percorrerla.

Ci sono alcune credenze errate che possono intensificare l’effetto dell’autocolpevolizzazione quando si è reduci di un abuso. Per proteggerti dal victim blaming prova a riflettere su questi punti.

#1. “Smettila di fare la vittima!”

Hai mai sentito questa frase? Sembra una banalità ma… spesso chi è vittima è incoraggiato a non “esserlo”. C’è una bella differenza tra vittime e vittimiste ma questa differenza, chi vive in una famiglia disfunzionale, farà fatica a comprenderla (è probabilmente circondato da vittimisti e non riconosce in se stesso il ruolo di vittima!).

Quando si parla di abusi emotivi cronici, violenze fisiche o abusi sessuali orribili, non esiste una “mentalità da vittima“: sei o sei stato una vittima e questo è un fatto, non un’idea o una mentalità!

Se non ti piace la parola “vittima” (probabilmente, se sei stato vittima di un abuso da parte di un caro… non riesci proprio a identificarti con questa parola!) puoi usare la parola “sopravvissuto“; l’importante è riconoscere il danno subito ed elaborarlo.

#2. Impara a guardare chi ti ha fatto del male

Legami familiari, vincoli di sangue, dipendenza economica, dipendenza emotiva, alienazione… sono fattori che purtroppo offuscano la tua obiettività. Per riconoscerti come vittima devi “riconoscere anche il carnefice”.

Se chi ti ha fatto del male è una persona a te molto cara, tale processo sarà difficilissimo. Non si può semplicemente “perdonare e andare avanti” se prima non hai elaborato bene ciò che è successo. Riconoscere chi ti ha fatto (o chi ti fa) del male è un passo fondamentale per iniziare un autentico cammino di “guarigione”.

#3. “Devi perdonare chi ti ha fatto del male”

Questa idea è sbagliata a metà. Tu non DEVI un bel niente a chi ti ha fatto del male. Il concetto di perdono nasce semplicemente per farti stare in pace con te stesso. Perdonare dovrebbe essere inteso come “lasciare andare” così da accettare quanto è successo e proseguire nel tuo cammino di guarigione.

Dai voce a tutte le tue emozioni. Non importi nulla.

#4. Giustificare chi ti ha fatto del male

Altra trappola molto comune. Spesso la vittima finisce per giustificare il suo carnefice.

Il motivo? Il maltrattatore sicuramente avrà avuto un’infanzia difficile, sarà stato anche lui vittima…. Forse è così, ma questo non giustifica le sue azioni. Il dolore subito non giustifica la mancanza di rispetto verso il prossimo, le violenze o gli abusi.

Un trauma subito non giustifica un comportamento abusante. Stando agli esperti, gli abusi emotivi e le violenze fisiche sono spesso operate da chi ha tratti narcisistici o addirittura antisociali di personalità. Cosa significa? Che queste persone possono attuare degli stratagemmi per tenerti intrappolato nel loro ciclo di abuso. Anche fare deliberatamente leva sulla tua compassione e pietà, significa che loro si vittimizzeranno, ai tuoi occhi si dipingeranno come vittime. Vittime del caso, di persone cattive, della vita, della luna storta…!

Il tuo amore, la tua comprensione o la tua compassione non possono, in nessun modo, cambiare dei modelli di comportamento che sono ormai conclamati nel tuo abusatore. Non puoi curare la mancanza di empatia di un’altra persona.

Ricorda, sono molte le persone che hanno una storia tragica alle spalle. Traumi, infanzia difficile, problemi di ogni genere… ma non hanno mai usato la loro storia come scusa per abusare di un’altra persona. Perché per il tuo abusatore dovrebbe essere diverso?

Chi vuole davvero cambiare il suo comportamento si impegna in modo costante, senza aspettarsi che sia una sua vittima a salvarlo. Se il tuo maltrattatore si aspetta questo da te, sappi che il “pretendere” è già un grosso campanello d’allarme, anzi, è un codice rosso!

#5. “Dimentica e vai avanti”

Un evento traumatico non si può semplicemente dimenticare. E’ vero, bisogna “lasciarsi tutto alle spalle” ma nel modo giusto, senza “lasciarsi alle spalle questioni irrisolte”. Il tuo viaggio di guarigione può essere lungo e tortuoso.

Piuttosto che tentare di dimenticare, è più salutare elaborare le tue emozioni autentiche e non reprimerle. La cosa più saggia che puoi fare è affrontare il tuo trauma con un professionista qualificato.

Fonte: https://psicoadvisor.com/victim-blaming-la-colpevolizzazione-della-vittima-16004.html

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