Timidezza: caratteristiche, differenze con la fobia sociale e strategie per diventare dei “timidi di successo”

Nella timidezza si ha timore del giudizio negativo da parte di altri e un’intensa sofferenza rispetto alla sensazione di inadeguatezza in contesti sociali.

Timidezza: caratteristiche, differenze con la fobia sociale e strategie per diventare dei “timidi di successo”

Per superare la timidezza è importante innanzitutto non opporsi ad essa o contrastarla. Piuttosto è molto più efficace accettare il fatto di essere timidi, capire le dinamiche della propria timidezza e modificare ciò che si fa e non ciò che si è.

 

Introduzione e definzione

La timidezza è definita come l’incapacità di rispondere in modo adeguato alle situazioni sociali: in particolare, le persone timidehanno difficoltà ad incontrare altre persone ed avviare una conversazione con loro, a creare amicizie ed innamorarsi (Henderson, Zimbardo, Carducci, 2010).

La timidezza può creare un insieme di barriere personali, sociali, professionali e creare un disagio significativo per la persona. Tuttavia, nonostante la tendenza diffusa nell’opinione comune a medicalizzare la timidezza, essa non è né un disturbo, né un tratto di personalità, può essere invece intesa appunto come un fallimento nell’affrontare situazioni sociali, caratterizzata da componenti affettive, cognitive e comportamentali. Va sottolineato inoltre che la timidezza è un fenomeno comune e piuttosto diffuso. In una ricerca di Carducci (2000), il 50% del campione intervistato ammette di essere timido, l’89% delle persone timide dichiara di esserlo stato fin dall’inizio della propria vita, solo l’11% del campione dichiara di non essere mai stato timido nell’arco della vita. La timidezza colpisce in forma lieve circa il 60% degli italiani (Coles et al., 2001). Relativamente ad altri paesi e culture, secondo gli studi di Zimbardo (1977) la timidezza sarebbe più diffusa in Giappone e a Taiwan rispetto ad altre culture studiate, come ad esempio la cultura israeliana.

La timidezza non corrisponde con l’introversione, poichè nella timidezza si ha il timore del giudizio negativo da parte dell’altro, mentre nell’introversione è presente la preferenza per situazioni meno “sociali” senza necessariamente presentare timore del giudizio dell’altro. Inoltre, la timidezza è spesso accompagnata da intensa sofferenza mentale rispetto alla sensazione di inadeguatezza nelle situazioni sociali. La timidezzanon va confusa una bassa autostima generalizzata: l’autostima invece può essere alta a livello globale nel timido (pensiamo alle numerose star o persone di potere che di fatto sono timide) ma risultare bassa solo in specifici domini, primo tra tutti il dominio delle competenze sociali.

Timidezza: eziologia e caratteristiche

La timidezza è caratterizzata da una componente cognitiva, da una componente affettiva e da una componente comportamentale.

Riguardo la componente cognitiva, le persone timide presentano spesso il timore del giudizio dell’altro e sensazioni di inadeguatezza. Uno dei tratti più caratteristici delle persone timide è quello di un’estrema coscienza di sé, con un’eccessiva tendenza a focalizzare l’attenzione sul proprio mondo interiore fatto di pensieri, emozioni e comportamenti e un’eccessiva precoccupazione del giudizio degli altri.

A livello emotivo possono essere presenti le emozioni di paura e imbarazzo con sintomi di attivazione fisiologica tipici di queste emozioni tra cui: aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, aumento della sudorazione, aumento della tensione muscolare, rossore del volto, balbettio, etc. Il rossore è l’indizio tipico dell’emozione dell’imbarazzo e della timidezza. L’imbarazzo è uno stato emozionale vissuto in seguito ad un’azione socialmente inaccettabile compiuta sotto gli occhi di terzi e ha la funzione di segnalare l’infrazione reale o temuta di norme sociali. L’imbarazzo è un’emozione esclusivamente sociale perché si manifesta soltanto in situazioni di interazione sociale. Mentre l’imbarazzo è uno stato emotivo temporaneo che spesso accompagna la timidezza, la timidezza è invece considerabile una caratteristica più stabile.

A livello comportamentale, similmente a quanto accade per l’ansia sociale, può esserci la tendenza all’evitamento di situazioni sociali che creano disagio, cosi come se esposte a certe situazioni sociali può esserci l’evitamento del contatto oculare.

Sebbene vi siano una serie di ricerche empiriche che evidenziano l’influenza dei fattori genetici, biologici e temperamentali nell’eziologia della timidezza, vi è comunque accordo in letteratura nel considerare i fattori genetico-biologici come fattori di rischio per lo sviluppo delle forme di timidezza, in cui giocherebbero un ruolo fondamentale invece i fattori ambientali. La timidezza dunque può essere appresa e mantenuta da specifiche credenze che la persona ha riguardo se stessa e gli altri. Similmente possiamo riscontrare casi di timidezza generalizzata diversi contesti oppure casi di timidezza specifica in termini situazionali e contestuali (sentirsi timidi soltanto in determinate e specifiche situazioni e/o in relazione a specifici interlocutori).

Le dinamiche della timidezza e le strategie di coping funzionali e disfunzionali

Bernardo J. Carducci fu professore di psicologia presso la Indiana University Southeast e fu uno dei massimi esperti in tema di timidezza e delle sue dinamiche. Riguardo al costrutto della timidezza mise a punto un modello cognitivo rigoroso e diffuso in un libro pubblicato nell’anno 2000 con Susan Golant. Nel 1997 fondò lo “Shyness Research Institute”, nella sede dell’Indiana University Southeast, per promuovere la comprensione psicologica della timidezza.

Secondo i suoi studi vi sarebbero tre dinamiche principali coinvolte nella timidezza:

  1. Conflitto tra avvicinamento-allontanamento: il timido vuole entrare in iterazione con gli altri, ma si blocca, preferisce aspettare che siano gli altri a fare la prima mossa. La motivazione è presente ma non sufficiente dunque.
  2. Lento meccanismo di riscaldamento: i timidi hanno bisogno di tempi più estesi per rapportarsi agli altri, ed è anche questo che li blocca, vorrebbero velocizzare le relazioni ma non ci riescono.
  3. Zona di comfort limitata: i timidi si lasciano coinvolgere nelle uscite, nel partecipare a situazioni sociali, ma tendono a ripetere sempre le stesse cose, mostrano un limitato repertorio di azioni che cercano di non modificare, perché per loro il cambiamento significherebbe minaccia e pericolo.

Inoltre i timidi sembrano presentare alcuni bias attentivi e cognitivi che si riscontrano anche nelle forme di disturbo d’ansia sociale. Ad esempio, l’eccessiva attenzione e automonitoraggio di se stessi durante le interazioni sociali e la tendenza all’autocriticismo e autovalutazione negativa di sé nei contesti sociali.

Come affrontare la timidezza

Molto spesso le persone timide utilizzano una serie di strategie per affrontare la loro timidezza. Le principali strategie utilizzate sono: estroversione forzata, estroversione mentale (parlare della timidezza), estroversione educativa (ricercare informazioni sulla timidezza), estroversione liquida (bere alcolici per rilassarsi ed eliminare l’ansia), estroversione assistita (ricercare un aiuto professionale di uno psicologo o psicoterapeuta) (Carducci, 1999). Spesso le strategie sopra descritte, ad eccezione dell’utima, si rivelano disfunzionali e agiscono contro la timidezza stessa.

Carducci (1999) affermava che la strategia migliore di cui ci si può appropriare è quelle dell’intelligenza colloquiale, ossia la capacità di coinvolgere gli altri in una conversazione al fine di sviluppare una relazione sociale. Ciò è utile in quanto ogni tipo di relazione inizia con una conversazione e quindi è importante imparare come connettersi con gli altri, capacità che è deficitaria nelle persone timide. Per l’appropriazione della strategia dell’intelligenza colloquiale e del deficit nell’iniziare una conversazione, ad esempio l’approccio di Carducci propone un approccio step-by-step utile ad iniziare e proseguire una conversazione e a connettersi con le altre persone (Carducci, 1999). Innanzitutto viene insegnato come iniziare una conversazione, come mantenerla, come coinvolgere altre persone in una conversazione avviata e infine come terminare con successo una conversazione creando opportunità future di contatto.

In generale, la visione di Bernardo J. Carducci prevede che sia importante lavorare con la timidezza anziché contro la timidezza. È importante accettare il fatto di essere timidi, capire le dinamiche della propria timidezza e modificare ciò che si fa e non ciò che si è. Il modello di Bernardo Carducci si muove nell’area della psicologia dell’accettazione – anche se la terminologia che lui usava era più tradizionale – e infatti il suo scopo era di aiutare i timidi a diventare “successful shy”, timidi di successo, ovvero senza negare la loro natura ma valorizzandola. Valorizzando quindi la tendenza all’introversione come sensibilità introspettiva e la difficoltà a relazionarsi come capacità di stabilire contatti intimi e profondi, sebbene meno abbondanti rispetto agli estroversi.

La differenza tra timidezza e ansia sociale/fobia sociale

È imporante tenere presente che, nonostante molte similarità, vi sono delle differenze rilevanti tra timidezza e ansia sociale o fobia sociale. Timidezza e ansia sociale(o fobia sociale) sono due condizioni di “discomfort sociale”, la prima frequente e non clinicamente rilevante, la seconda appartenente alla più ampia categoria dei disturbi d’ansia.
 Secondo molti autori entrambe le condizioni si collocano lungo un continuum a intensità crescente e sono connotate da emozioni di imbarazzo e vergogna che si manifestano in contesti interpersonali. Non sempre tali condizioni risultano immediatamente distinguibili.

Pensare alla timidezza necessariamente come un difetto o, ancor peggio come una malattia, è quindi profondamente errato. Il luogo comune non distingue infatti la timidezza dalla fobia sociale, disturbo ansioso caratterizzato da una costante e sproporzionata paura nelle relazioni sociali, uno stato di intenso malessere psicofisico che costringe l’individuo a evitare situazioni sociali per il timore di essere giudicato inadeguato dagli altri. Il più delle volte questo timore si autoalimenta dando vita a una sorta di circolo vizioso, in cui il soggetto fobico, per paura che gli altri scoprano le sue preoccupazioni, arriva al punto di avere paura della paura stessa, sviluppando un’ansia anticipatoria che lo costringe di conseguenza a perpetuare i suoi comportamenti di evitamento.

La fobia sociale, o ansia sociale, è quindi di fatto un disturbo d’ansia caratterizzato da ansia significativa indotta dall’esposizione a determinate situazioni interpersonali o prestazionali in pubblico (come parlare o mangiare insieme ad altre persone, firmare un documento davanti a degli osservatori, utilizzare un bagno pubblico, conoscere nuove persone, esprimere la propria opinione in gruppo, prendere la parola in una riunione), spesso associata ad evitamento di situazioni, comportamenti, luoghi, contesti, persone che possono elicitare le situazioni temute. La sua caratteristica principale è la paura di essere criticati dagli altri durante azioni o compiti di vario genere o essere soggetti alla valutazione di altre persone. Le persone con fobia sociale temono che le loro prestazioni o azioni appariranno agli occhi degli altri inadeguate e/o ridicole. Il concetto di paura del giudizio altrui è l’aspetto centrale della fobia sociale, oltre ad essere considerato fondamentale anche nell’eziologia e nel mantenimento del disturbo (Clark, Wells, 1995).

La fobia sociale, spesso, si accompagna ad altri disturbi come la depressione e la dipendenza da sostanze (Kessler, Stang, Wittchen, Stein, Walters, 1999). Le persone con fobia sociale tendono ad abusare di sostanze o di alcool per fini autoterapeutici: infatti, grazie alla loro azione “disinibente”, queste sostanze aiutano ad alleviare l’ansia che origina dal confronto con le situazioni temute. I soggetti che soffrono di fobia sociale presentano una significativa disfunzione sociale e professionale e scarsa qualità della vita (Fresco, Erwin, Heimberg, Turk, 2000).

I modelli cognitivi comportamentali che cercano di spiegare l’origine e il mantenimento della fobia sociale evidenziano il ruolo dell’ansia anticipatoria (generata da preoccupazioni, pensieri, ricordi, immagini, aspettative, conseguenze catastrofiche fantasticate prima di esporsi alla situazione temuta, come la possibilità di essere criticati dagli altri o giudicati negativamente in una determinata situazione sociale), dell’attenzione focalizzata e della valutazione a posteriori dell’evento (PEP) che riguarda sia la valutazione dei comportamenti tenuti al termine della performance, sia delle emozioni, dei pensieri, e dei ricordi esperiti, nonché il giudizio relativo alla propria performance e alle sue future conseguenze su di sé e sul proprio futuro (Clark e Wells, 1995; Rapee, Heimberg, 1997)
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Diversi contributi in letteratura evidenziano quindi che la timidezza e la fobia sociale, seppur presentando aspetti di similarità, sono di fatto costrutti diversi. In particolare, alcune evidenze empiriche dimostrano che la depressione giocherebbe un ruolo chiave per comprendere il rapporto tra timidezza e ansia sociale. Secondo questi studi il rapporto tra la timidezza e la fobia sociale sarebbe mediato dalla depressione, anche se non dal processo cognitivo della ruminazione. Questi risultati hanno implicazioni in ambito clinico in termini di screening per la depressione nelle persone timide e la gestione della depressione, attraverso la CBT, al fine di poter eventualmente prevenire l’insorgenza di fobia sociale.

 

Fonte: https://www.stateofmind.it/2019/06/timidezza-fobia-sociale/

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