Giovani e suicidio: fattori di rischio

In adolescenza, quando un giovane arriva a pensare di mettere in atto l’idea del suicidio, sta sperimentando un dolore mentale insopportabile e non riesce a trovare altre valide alternative alla morte.

Giovani e suicidio: fattori di rischio

Emerge un pensiero dicotomico: o il dolore si risolve immediatamente e completamente oppure l’unica scelta possibile è il suicidio.

L’ adolescenza è una fase della vita molto particolare, segnata da conflitti, insicurezze e un forte bisogno di autonomia. L’ adolescenza può essere considerata come il tempo della scoperta degli altri, di se stessi e del mondo intero; un periodo importante della maturazione della propria personalità. Durante l’ adolescenzadiventano fondamentali i giudizi e le valutazioni dei coetanei e, in generale, del mondo esterno alla famiglia. L’immagine di Sé che ognuno struttura negli anni è frutto delle informazioni che riceve dagli altri e da se stesso in relazione con gli altri.

La comprensione del sistema complesso della personalità implica l’analisi del comportamento, la valutazione delle caratteristiche disposizionali (tratti e temperamento), la comprensione dell’esperienza vissuta e i suoi modi di essere, l’attenzione alle interazioni cognitive e affettive che si sviluppano nel nostro ambiente interpersonale e sociale. È possibile affermare che la personalità è “la costruzione sociale di un’organizzazione interna”. Lo sviluppo della personalità è la storia delle relazioni dell’individuo nel corso delle varie fasi dell’infanzia, della fanciullezza, dell’età scolare, della preadolescenza e dell’ adolescenza. L’età adulta o maturità corrisponde al coronamento di quanto ha caratterizzato le fasi precedenti (Gennaro, 2014).
L’ adolescenza costituisce un test importante, in cui il ragazzo mette alla prova le proprie risorse, ossia, ciò che ha ereditato dalle esperienze familiari fin dall’infanzia.

Appare importante precisare che l’ adolescenza è caratterizzata da una ricerca della propria identità, dalla scoperta degli altri, dal bisogno di autonomia e dalla necessità di sperimentare; quindi il ragazzo, in questa fase di vita, cerca di mettere alla prova i propri limiti, sia a livello emotivo, sia a livello fisico e ciò potrebbe portare il giovane a sottoporsi a prove eccessive o estreme (Carbone, 2005). Il corpo del ragazzo attraversa una fase di grandi trasformazioni, vi è nell’ adolescente la necessità di sperimentarsi nelle relazioni, nella sessualità. Si accentuano i conflitti con i genitori e si è affascinati dalla trasgressione delle norme e si passa dal bisogno di dipendenza a quello di indipendenza. Tali cambiamenti, generati durante la pubertà, mettono in discussione l’equilibrio del ragazzo.

Il suicidio in adolescenza

Il suicidio può essere definito non come desiderio di morte, ma come cessazione del flusso d’idee, come risoluzione del dolore psicologico insopportabile. Shneidman (2006) considera il suicidio come un movimento di allontanamento da emozioniintollerabili, dolore insopportabile o forte angoscia e non come un movimento verso la morte. Il suicidio non è un atto impulsivo, come spesso si crede, la persona non decide improvvisamente di mettere fine alla propria esistenza, ma spesso è un atto meditato nel tempo. Il soggetto non riesce più a trovare uno scopo di vita, percepisce il proprio disagio interiore come intollerabile e arriva, quindi, a sentirsi “in-aiutabile”. La persona ritiene che la sua situazione sia immodificabile e non riuscendo più a tollerare il dolore, decide che il suicidio sia l’unica scelta possibile. Inoltre, la decisione di togliersi la vita caratterizza ciascun individuo con motivazioni uniche e diverse dagli altri (Pompili, 2009).

In adolescenza, quando un giovane arriva a pensare di mettere in atto l’idea del suicidio, sta sperimentando un dolore mentale insopportabile e non riesce a trovare altre valide alternative alla morte. Emerge un pensiero dicotomico: o il dolore si risolve immediatamente e completamente oppure l’unica scelta possibile è il suicidio. Gli adolescenti a rischio di suicidio presentano una forte ambivalenza sia sul vivere o morire, sia sul farsi aiutare o negare tale aiuto, quindi, i repentini cambiamenti di idea tra il farsi aiutare e rifiutare il sostegno creano evidenti difficoltà a chi cerca di dare loro un appoggio (Pompili, 2009).

Incidenza e fattori di rischio

Il suicidio è la seconda causa di morte tra i dieci e i diciannove anni e risultano più a rischio i maschi tra i dieci e i vent’anni. Da una ricerca è emerso che in adolescenza un ragazzo su tredici ha tentato il suicidio, invece, la pianificazione o l’ideazione suicidaria comprende il 30% dei giovani (Kolves e De Leo, 2016). Gli adolescenti che hanno già tentato il suicidio hanno un’alta probabilità di ripetere l’atto suicidario, questo perché hanno sviluppato in precedenza pensieri negativi e hanno la convinzione che il suicidio possa essere l’unica soluzione (Beck, 1996). Il soggetto non riuscendo a soddisfare i propri bisogni prova un forte senso di frustrazione e ciò genera uno stato “perturbato” in cui la persona non ha più interesse per la vita e anche le relazioni interpersonali, gli affetti e il lavoro perdono di significato (Pompili, 2009).

I fattori di rischio maggiormente riscontrati sono: fattori genetici, basso livello socio-economico, problemi familiari, abuso fisico, depressione e abuso di sostanze (Clerici et al., 2016).

Un aspetto da prendere in considerazione in questi ultimi tempi in cui la società è notevolmente cambiata rispetto al passato, è il concetto di solitudine, che non riguarda solo i giovani, ma anche gli adulti. Tuttavia, in questo contesto si fa riferimento prevalentemente agli adolescenti. Innanzitutto, bisogna fare una distinzione tra solitudine, loneliness e isolamento sociale: per solitudine s’intende lo stare da soli senza la percezione d’isolamento, il soggetto ricerca uno stato di riflessione e tranquillità; l’isolamento sociale è caratterizzato dall’assenza dell’interazione con gli altri, proprio come aspetto comportamentale; invece, per loneliness s’intende il sentimento “dell’essere solo”: percezione soggettiva di discrepanza tra le relazioni desiderate e quelle vissute, mancanza di prospettive, chiusura in se stessi, incapacità di dare significato alle cose, sentimenti primitivi di dolore, noia (Siracusano, 2017a). Come Janet (1926) affermava già un secolo fa: la noia è una condizione affettiva che esprime l’impulso di ricerca interminabile di distrazione; una ricerca di qualche azione che possa riuscire a salvare il soggetto dalla sua depressione e dal suo stato di vuoto.

Solitudine e noia sono alla base di una serie di possibili disturbi: depressione, disturbi di personalità, dipendenze comportamentali (cibo, internet, etc.), psicosi e psicopatia. Spesso la loneliness porta a sviluppare stati depressivi ed è difficile che gli altri si accorgano di tale condizione. Il soggetto si sente “senza speranza”(hopelessness), non crede più di poter ricevere aiuto dall’altro, e soprattutto, non spera più in se stesso. È possibile ipotizzare, quindi, il passaggio da una condizione di loneliness a uno stato depressivo; in particolare, si può parlare di “inermità” depressiva, in cui il soggetto non si ritiene più in grado di far fronte ai problemi, inizia a sprofondare nell’impotenza, è privo di risorse, si sente apatico e inerme. La percezione di sentirsi solo è correlata a un incremento del rischio di condotte autolesive (Siracusano, 2017b). I mediatori psicopatologici che portano più spesso al suicidio sono: la depressione, la paranoia e i disturbi di personalità.

Gioco d’azzardo e rischio di suicidio

Un’altra causa di suicidio è il gioco d’azzardo. I giocatori problematici e patologici hanno un rischio maggiore nell’ideazione suicidaria e nei tentativi di suicidio, quest’aspetto riguarda la popolazione in generale, ma, ovviamente, prende in considerazione anche i giovani giocatori (Moghaddam et al., 2015).

Il gioco d’azzardo problematico fa parte di un comportamento psicopatologico più ampio, infatti, si è riscontrato che la dipendenza dal gioco ha una comorbidità con diversi disturbi: disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, abuso di sostanze e disturbi di personalità. Una persona che soffre di un disturbo depressivo, attraverso il gioco, può provare una sorta di stimolo, di piacere che il soggetto sente come necessario e forse risolutivo, ma che, in realtà, risulta effimero (Kulkarni et al., 2013).

Da uno studio su 442 soggetti è emerso che l’ideazione suicidaria è significativamente associata all’età d’insorgenza dei primi sintomi del disturbo dadipendenza dal gioco d’azzardo, dall’abuso di sostanze e dai disturbi dell’umore. Le persone che mettono in atto tentativi di suicidio spesso sono donne e possono soffrire di un disturbo dell’umore e/o di un disturbo di personalità (cluster B). Ovviamente bisogna fare una distinzione tra i tentativi di suicidio e il suicidio vero e proprio.

I disturbi dell’umore rappresentano il fattore di rischio più importante per le condotte suicidarie nei pazienti con problemi di dipendenza dal gioco d’azzardo (Bischof et al., 2015).

Bullismo e rischio suicidio

Un altro fattore di rischio di suicidio è legato al vissuto di bullismo o cyberbullismo. Il bullismo è un atto di oppressione psicologica o fisica, ripetuta e continua nel tempo perpetrata da una o più persone nei confronti di un soggetto percepito come debole, questo tipo di aggressività è definita diretta, invece, il cyberbullismo è una forma di aggressività di tipo indiretto, poiché mediato dai contatti elettronici (social network, e-mail, whatsapp, etc.).

Gli adolescenti che subiscono episodi di cyberbullismo tendono a cercare aiuto meno frequentemente rispetto a chi subisce episodi di bullismo diretto; infatti, in questo caso, i sintomi depressivi e il rischio di suicidio sono maggiori (Wang et al., 2010). Un aspetto importante che caratterizza le vittime di bullismo è il senso di umiliazione che esse stesse subiscono. Le ragazze, rispetto ai ragazzi, hanno maggiore possibilità di essere vittime di cyberbullismo. Quest’aspetto è molto studiato negli ultimi anni, poiché può essere un precursore della depressione in queste vittime e può aumentare il senso di disperazione (Stratta et al., 2014).

Sostanze stupefacenti e rischio suicidio

Un altro aspetto importante da prendere in considerazione riguardo al suicidio in adolescenza è il consumo di sostanze stupefacenti; infatti, l’uso di sostanze è fortemente correlato al rischio di suicidio, in particolare l’utilizzo di nuove sostanze psicoattive. Bisogna specificare che, in alcuni casi, la persona è alla ricerca di un’esperienza forte, che altera la realtà, in cui si rischia la vita, ma non vi è la volontà di suicidarsi: questi vengono definiti falsi suicidi. Alcuni soggetti cercano di vivere delle esperienze extra-corporee definite Near-Death-Experience (NDE), in cui la persona vive esperienze dissociative, esperienze di separazione dal corpo o esperienze di visione della luce. Purtroppo le morti associate alla ricerca di NDE sono piuttosto frequenti nelle persone che fanno uso di sostanze. Queste sostanze inducono delle esperienze abnormi che portano a degli apparenti suicidi, ma che nei fatti sono esperienze psicotiche, dissociative che possono essere interpretate come suicidi, ad esempio le cadute dal balcone, in cui la persona, essendo sotto l’effetto di sostanze, crede di poter volare e quindi si lancia dal balcone; fenomeno molto diffuso tra i giovani.

Soprattutto i nuovi oppiacei rappresentano una categoria a elevato rischio di suicidio e alcune overdose fortuite potrebbero nascondere suicidi reali.

Fattori protettivi al rischio di suicidio

Risulta importante anche fare un breve riferimento ai fattori protettivi riguardo al suicidio in adolescenza. Da alcuni studi è emerso che la resilienza è un fattore protettivo molto importante. La resilienza è la capacità di affrontare e tollerare eventi frustranti mantenendo un buon livello di adattamento ed equilibrio personale e psicologico (Luthar, 2006). La resilienza è un costrutto multidimensionale, caratterizzato da capacità personali, risorse sociali e familiari, quindi, questi aspetti possono ridurre il rischio di suicidio e proteggere la persona quando si trova in un momento difficile. La resilienza fa da mediatore tra fattori di rischio e depressione. Si è riscontrato che un basso livello di resilienza aumenta il rischio di suicidio (Rossetti et al., 2017; Johnson et al., 2011).

Fondamentali nella prevenzione del suicidio sono: lo sviluppo di una buona comunicazione tra i giovani e le persone di riferimento, il rafforzamento dell’autostima dei ragazzi e lo sviluppo dell’espressione delle emozioni (Pompili, 2009). Ovviamente, per prevenire il suicidio, oltre le caratteristiche personali e una forte motivazione, sono fondamentali anche la rete sociale, come la scuola e le istituzioni e un favorevole ambiente familiare.

Quindi, solo attraverso un approccio multidimensionale è possibile migliorare la qualità di vita dei giovani e durante l’ adolescenza. In tal senso, per ridurre lo stigma socialelegato ai comportamenti suicidari e, più in generale, ai disturbi psichiatrici possono essere utili: campagne di prevenzione del disagio giovanile, la collaborazione con le scuole, maggiori informazioni rivolte alla popolazione.

Fonte: https://www.stateofmind.it/2019/03/adolescenza-suicidio-rischio/

2 pensieri riguardo “Giovani e suicidio: fattori di rischio

  1. Cara Viviana,
    quando inizi l’articolo Vrote; “In adolescenza, quando un giovane arriva a pensare di mettere in atto l’idea del suicidio, sta sperimentando un dolore mentale insopportabile e non riesce a trovare altre valide alternative alla morte.” parti col piede sbagliato. La frase tua, proprio perché si rivolge ala salute menta
    le dovrebbe suonare tipo: “ non riesce a trovare valide entrate alla futura Vita”.

    Scusami se mi soffermo alla prima riga, non è analfabetismo funzionale il mio , altrimenti per il resto ti dovrei spedire un libro con Amazon fra un mese,.

    L’espulsione disciplinare dalla classe; l’espulsione dal corso per bocciatura; l’espulsione in famiglia; l’espulsione per divorzio dei genitori; l’espulsione dalle compagnie; dalle amicizie; l’espulsione dall’amore ecc. sono i peccati sociali cui un adolescente è sottoposto ininterrottamente impaurendosi di essere espulso o abbandonato in una età che non ha ancora portato a termine la crescita e che ha ancora bisogno di sussidio economico, affettivo, alimentare di luogo, di stanzetta, di letto ecc. quindi si crea e si accentua la sindrome “Orfana”.
    Quando i genitori o i superiori utilizzano tale sindrome per infierire sulla sua psiche e corpo che non hanno raggiunto lo sviluppo dell’autonomia, scatta il terrore nell’anima (o psiche) di essere considerarti un “rifiuto sociale” e peggio, prossimo al fallimento. La stabilità psicologica di un minore (perché gli adolescenti sono tutti minori) dipendono dal pessimo comportamento della società che li circonda. Questo pessimo comportamento degli adulti è stato costruito a priori e ad insaputa dei genitori stessi, i quali, non riescono a vedere i danni di cui sono i portatori e ne i danni che infliggono a terzi, specie sul lavoro e in famiglia. Possiamo dire chè questa società del secolo 2.000 d. C. è una società maleducata, percheè autodidatta, perchè ha la pretesa di insegnare attraverso i Media l’educazione agli altri, quando questi educatori sono in età ancora giovanile, quindi ancora in formazione; vedi: l’Arte, le arti Visive, la Musica la Politica e i Manager ecc. Abbassandosi l’età degli educatori, l’imperfetto genera imperfezioni, le quali hanno una ricaduta sempre al ribasso fino a toccare non solo gli adolescenti ma gli stessi bambini, esserini che crescono storti perché nati in una fissoia boschiva di insegnati minorenni (vedi le arti visive) divenuti esseri di successo e quindi faro giuda per minori più minori di loro.
    Tutto questo porta, anche al fatto che, i quarantenni che in altri popoli sono uomini, da noi sono ancora in fase adolescenziale di comodo e che vanno in discoteca a sculettare o a sbigolare mosse sessuali di richiamo verso le più giovani senza rendersi conto di essere “nonni” con tempie canute, e che si imprimono tattoo disordinando la testa alla poverina mirata e che verrà imitata dalle quarantenni sperando di portare a letto qualche partner minore, e via e via e via dicendo, siamo responsabili di una società in pieno decadentismo che abbassa l’onore dell’Homo Sapiens.
    Questo disordine di Vita che ha generato gli specchi falsificatori per un labirinto in cui ci siamo dentro tutti. E scusami, vogliamo far crescere (dentro) in questo labirinto gli operatori di salute mentale?

    Poverini…. non voglio essere nei loro panni a far da guardarobiere mentale la dove, i panni puliti e sporchi sono nello stesso armadio mentale dei pazienti che vi chiedono aiuto. Spesso e con ragione non lo trovano o fanno finta di essere guariti per non pagare la parcella dovuta. Ma una volta usciti dai lettini, quando si guardano intorno e tutto è rimasto come prima, a questo punto, quando la vita non ti vuole e ti emargina ai bordi sociali dove la dignità infantile viene calpestata, è la Bambina e il Bambino che è in noi, mai cresciuto a cercare una via di uscita da sta gabbia di matti.

    Quindi si guarda indietro verso il mondo delicato della placenta e che tutte le notti ci accoglie nel silenzio del sonno sotto le calde coperte e delicate lenzuola, dove le cose imprevedibili sono incubi e si sa , ma dove i sogni neri assoluti e ogni tanto i sogni belli ci rasserenano il risveglio, ma prontamente profanato da i genitori che li spingono a forza fuori dal letto e li buttano nelle classi reclusori delle scuole italiane per ricominciare la tragedia greco/italiana di eroi senza tempo e poeti illeggibili e non facilmente memorizzabili, li si comincia come Socrate a meditare una uscita di scena elegante, onorevole, e poco dolorosa. O forse, molto dolorosa per punire i tuoi carnefici.

    Si chiamano i Suicida del Nulla, dove studiosi come te si domandano … ma perchè?

    Allora dobbiamo sederci e parlare meditando come da Psicologa devi rimpossessarti dell’anima che ci hanno negato in cambio della psiche sciatta, quando la psiche sta nel nocciolo dell’anima , ed è Anima dell’Anima e se non guarisci prima l’anima, la psiche se non si sente protetta si autodistrugge. Liberandosi dell’anima e del corpo, crescendoli col detto che dopo la Vita non c’è più il mondo degli spiriti, restano doppiamente Orfani.

    Orfano: Privo di una guida, di un sostegno, di un affidamento, o, più genericamente, privato di qualche cosa.

    L’altro giorno mi è morto un amico , si è lasciato andare senza cure perché gli hanno chiuso Radio Radicale, ragione della sua vita; radio che seguiva da anni (per i medici non rientrerà nei suicidi ma è un suicidato di fatto) Era inconsolabile, inconsolabile. Ha smesso di prendere le medicine per il cuore malaticcio, il dolore, l’affranto ha decimato in due giorni. E’ morto in lettiga, rifiutando l’intervento medico al braccio.

    Vìvi… Il suicida è un Orfano senza più “Nulla” d’amare.

    Grazie Freud, grazie… fan culo a lui e al suo Nulla di fatto. (questa ultima frase tagliala)

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