I concetti di fusione e defusione cognitiva nell’ACT (Acceptance Commitment Therapy)

L’ACT è una terapia orientata a ridurre la tendenza alla fusione cognitiva e a promuovere invece la defusione dalle proprie esperienze interiori.

I concetti di fusione e defusione cognitiva nell’ ACT (Acceptance Commitment Therapy)

L’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT) ha portato l’attenzione sui concetti di fusione e defusione. La fusione consiste nell’essere “incollati” alle proprie esperienze interiori, quali pensieri o emozioni. Praticare la defusionesignifica invece non lasciarsi agganciare da questi eventi interni, ma apprendere a notare i pensieri distinguendoli dalla realtà.

Introduzione: Acceptance and Commitment Therapy (ACT)

Secondo la visione di Steven Hayes, l’ ACT (Acceptance and Commitment Therapy) fa parte di un movimento più ampio, basato e costruito su precedenti terapie comportamentali e cognitivo-comportamentali. Tuttavia, alcuni concetti presenti nella struttura corporea dell’ ACT sono caratterizzati da istanze peculiari che costituiscono una nuova fase evolutiva, sia da un punto di visto teorico sia applicativo. Le terapie cosiddette di “terza ondata” sono caratterizzate da strategie di cambiamento su basi contestuali ed esperienziali (oltre agli aspetti più didattico-direttivi) e da una forte sensibilità al contesto dei fenomeni psicologici e non alla loro forma o al loro contenuto, focalizzandosi sui processi.

L’ ACT si basa su un modello teorico-filosofico noto come Relational Frame Theory. Secondo tale teoria, nell’essere umano, il linguaggio è basato sull’abilità appresa di mettere in relazione gli eventi in modo arbitrario (per derivazione di frame relazionali, di cornici relazionali, nucleo centrale del linguaggio e non necessariamente per esperienza diretta). L’ ACT cerca di favorire l’accettazione dei pensieri e delle emozioni per quella che è la loro natura (cioè “solo” pensieri e emozioni) e di stimolare la messa in atto di azioni che contribuiscano a vivere una vita appagante e soddisfacente. Il fine ultimo dell’ ACT è promuovere la flessibilità psicologica dell’individuo. Secondo il modello, la flessibilità psicologica si può raggiungere (o almeno promuovere) attraverso interventi su ciò che vengono considerati i sei pilastri del modello ACT.

I sei processi chiave sottendono due macro-aree che, in sostanza, rappresentano la A e la C dell’ ACT. Al posto della A possiamo leggere “processi di mindfulness e accettazione”, che includono accettazione, defusione, contatto con il momento presente e sé come contesto. Con la sigla C si intende il “committment” secondo il modello ACT ciò che promuove il cambiamento e il benessere psicologico è un insieme di competenze di accettazione e impegno. Tali atteggiamenti, se mantenuti e sperimentati nel tempo, portano alla flessibilità psicologica e quindi a stare meglio.

HEXAFLEX e i sei processi dell’ ACT

Il grafico HEXAFLEX è considerato un importante strumento diagnostico e una bussola per il terapeuta anche nel momento in cui la concettualizzazione del caso viene condivisa con il paziente. Nel grafico sono rappresentati i sei processi fondamentali dell’ ACT che sono per loro natura interdipendenti. Lo scopo principale dell’ ACT è aumentare la flessibilità psicologica rapprensentata appunto dall’”esagono della flessibilita”: la flessibilità psicologica è promossa attraverso la regolazione dei sei processi dell’ ACT.

Il primo punto è il “contatto con il momento presente, essere presenti e partecipare in modo consapevole e mindful a tutto ciò che accade nel momento presente sia nell’ambiente che nell’individuo”. Il secondo processo è relativo alla fusione e defusione cognitiva, che verrà spiegata ampiamente in seguito; si tratta di osservare i nostri pensieri per quello che sono. Il terzo processo si colloca lungo il continuum evitamento-apertura all’esperienza, in cui la flessibilità psicologica è promossa dall’accettazione. Il quarto processo riguarda il “sé come contesto”, mentre il quinto processo si focalizza sui valori, in quanto qualità desiderate delle nostre azioni in divenire, direzioni di vita scelte: chiarire i valori è fondamentale nell’ambito della terapia ACT. Infine, il processo relativo al “committment” o azioni impegnate, che significa agire in modo efficace e coerente guidati dai propri valori. L’azione guidata dai valori, che è il contrario dell’evitamento esperienziale, fa emergere una vasta gamma di pensieri e sentimenti, sia piacevoli che spiacevoli, sia desiderabili che dolorosi. Dunque azione impegnata significa “fare quello che serve” per vivere secondo nostri valori, anche se questo può far emergere dolore e disagio. Azione impegnata significa scegliere continuamente di impegnarsi in azioni nella direzione dei propri valori personali, nonostante le emozioni difficili che si potranno incontrare durante il percorso e persistere e mantenere tale impegno, mettendo in conto ostacoli e difficoltà.

Fusione e Defusione nell’ ACT

L’ Acceptance and Commitment Therapy ha portato l’attenzione, tra le altre cose, anche su un concetto particolare: la fusione, e la sua controparte, la defusione. La fusione consiste nell’essere “incollati” alle esperienze interiori, quali pensieri o emozioni, e guardare il mondo attraverso le loro lenti; praticare la defusione significa invece non lasciarsi agganciare da questi eventi interni, ma apprendere a notare i pensieri distinguendoli dalla realtà (Polk, Schoendorff, Webster, Olaz, 2016). I concetti di fusione e defusione sono connessi all’idea di base che il linguaggio abbia un’influenza sul comportamento.

Con la pratica della defusione è possibile riconoscere che i pensieri sono appunto parole, storie, discorsi che si presentano nella nostra mente ma che non necessariamente sono veri, possono esserlo ma non dobbiamo credergli automaticamente. Possiamo concedergli tempo e attenzione solo se sono utili, ma nessun pensiero, per quanto doloroso, rappresenta una minaccia reale (Harris, 2010). Per questo alcune tecniche dell’ ACT volte a promuovere la defusione si fondano sull’utilizzo di strategie verbali che consentono alla persona una descrizione della propria esperienza per ciò che è: invece di pensare “io non posso farlo” e rendere questo pensiero una verità assoluta, si può trasformare questa affermazione in “ho il pensiero di non poterlo fare”. L’intero lavoro sul processo di defusioneprevede che si vada, parallelamente, ad intervenire sulla capacità della persona di accettare quei pensieri per lei disturbanti. Come scrive Harris (2010, p.53):

Rapportati ai tuoi pensieri in modo nuovo, così che abbiano un impatto e un’influenza molto minori su di te. […] essi perderanno la capacità di spaventarti, preoccuparti, stressarti o deprimerti. E man mano che imparerai a praticare la defusione dai pensieri inutili, come le convinzioni che ti limitano e l’autocritica feroce, essi avranno molta meno influenza sul tuo comportamento.

La defusione è quindi, nell’ Acceptance and Commitment Therapy, la risposta alla fusione cognitiva. Si tratta in sintesi di un processo nel quale le persone arrivano a sperimentare i pensieri semplicemente come pensieri, eventi passeggeri che non bisogna necessariamente controllare (Dahal, Stewart, Martell, Kaplan, 2013). Anche se il concetto di defusione è solo uno dei processi previsti dall’ ACT e va quindi inserito e letto in un contesto più ampio e completo, anche osservarlo singolarmente stimola importanti riflessioni. Avvicinarsi alla consapevolezza che i pensieri possano essere visti in questa prospettiva può rappresentare infatti un punto di partenza per la comprensione dei comportamenti e delle forme di sofferenza che sempre più spesso interessano la nostra società. È utile quindi introdurre noi stessi all’idea che anche la mente mente, e che a volte è bene allenarsi a guardare le cose dalla giusta distanza, “giocare” con i pensieri ingombranti trattandoli per quello che sono, parole, perché – citando Shakespeare – “non c’è niente né di buono né di cattivo che non sia il pensiero a renderlo tale”(Amleto, atto II, scena II).

La Fusione Cognitiva

Con il termine fusione cognitiva ci si riferisce alla tendenza degli esseri umani di essere catturati, “imbrigliati” dai CONTENUTI dei propri pensieri. Il principio che giustifica la disfunzionalità di tale “aggancio ai pensieri” è riassunto nella seguente frase: “Non è tanto ciò che pensiamo a crearci problemi e sofferenza ma il modo con cui noi ci mettiamo in relazione con ciò che pensiamo”.

Quando siamo “fusi” con i nostri pensieri, soprattutto quelli disfunzionali, dimentichiamo che stiamo interagendo con un pensiero e non con un evento reale, un po’ come se i nostri pensieri e le nostre valutazioni sulla realtà vivessero al posto nostro. Se io mi definisco come una “persona inadeguata nelle relazioni sociali” tale insieme di pensieri influenzeranno le mie azioni e, nei casi estremi, mi faranno vivere tutte le esperienze relazionali con questa lente, che rappresenta sì il mio modo di vivere le esperienze, ma canalizza e semplifica eccessivamente le informazioni legate a come sono “io in relazione con gli altri”. Potrei quindi, sminuire le situazioni relazionali in cui non sono stato inadeguato, oppure le valutazioni che gli altri fanno di me, in cui sostengono che “non è vero che sei inadeguato” etc…

Che effetto ha quindi la fusione cognitiva nella nostra esperienza di tutti i giorni? Le valutazioni che riguardano la vita di tutti i giorni possono addirittura arrivare a sostituire la nostra esperienza della vita stessa. Spesso non si riesce più a distinguere tra il mondo costruito e valutato (attraverso il linguaggio) da quello di cui si ha conoscenza diretta attraverso l’esperienza sensoriale.

In tal senso il focus dell’intervento è, quindi, sui processi cognitivi, e non sui contenuti specifici dei pensieri. In quest’ottica, i pensieri si sostituiscono alla nostra esperienza presente e sensoriale in un processo di vera e propria “alterazione” dell’esperienza nel presente. 
Nello specifico, nell’ ACT, sono previste diverse forme di fusione cognitiva:

  • Fusione giudizio – evento
  • Fusione dannosità immaginata di un evento – evento dannoso
  • Fusione con le attribuzioni causali arbitrarie che l’individuo costruisce rispetto alla propria storia di vita
  • Fusione con il passato o con il futuro concettualizzato

La Defusione cognitiva

La controparte virtuosa della fusione cognitiva, nell’ ACT è la defusione. La Relational Frame Theory postula che non sia di primaria importanza intervenire in modo diretto sui contenuti dei pensieri disfunzionali, bensì su come l’individuo si relaziona con i propri pensieri. In questo modo, ci si concentra sull’atteggiamento nei confronti dei propri pensieri e non sui pensieri in sé. Ad esempio, fare pensieri disfunzionali di tipo depressivo o di tipo ansioso non fa molta differenza dal punto di vista dell’ ACT: è l’influenza che hanno sulla vita dell’individuo (dettata dall’atteggiamento che l’individuo stesso ha nei confronti dei propri pensieri depressivi/ansiosi) a definirne l’impatto sulla sofferenza individuale.

Brevemente, l’ACT intende promuovere due capacità psicologiche: 1) Imparare a notare i propri pensieri, immagini o ricordi, riconoscendoli per ciò che sono, ovvero “prodotti della mente” e non realtà assolute; 2) Guardare la propria esperienza da una posizione privilegiata, dall’alto, decentrata, promuovendo la consapevolezza della propria esperienza mentale.

Allenando tali abilità, e a mettersi nella posizione consapevole dell’osservatore, è possibile aumentare i gradi di libertà psicologica dell’individuo. Osservando i propri pensieri, immagini o ricordi è possibile SCEGLIERE di “fondersi” con essi (se ciò è utile e funzionale) oppure di “abbassare il volume” di tali prodotti della nostra mente, facendosene quindi influenzare meno.
Un’ulteriore abilità che l’ ACT tenta di promuove nell’individuo è quella di rinunciare a controllo dei propri pensieri e lasciarli andare, lasciargli spazio, passarci attraverso e grazie a questo diminuire l’influenza e la potenza di tali pensieri.

 

Fonte: https://www.stateofmind.it/2019/01/fusione-defusione-act/

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