Genitori si diventa: le dinamiche psicologiche individuali e di coppia che accompagnano la nascita di un figlio

La gravidanza, definito come quel processo psicologico di adattamento alla nuova realtà e di elaborazione dei cambiamenti rispetto alla vita precedente, può essere distinto in tre periodi ognuno dei quali corrisponde a tre diverse fasi dello sviluppo fetale.

Genitori si diventa: le dinamiche psicologiche individuali e di coppia che accompagnano la nascita di un figlio

Genitori si diventa assumendo una prospettiva molto più completa rispetto all’aspettare un figlio. Sia a livello individuale che a livello di coppia il viaggio genitorialità inizia con la gravidanza, momento in cui si cominicia a cambiare il modo in cui si guarda a se stessi

Si sente spesso dire Presto saremo genitori come se il semplice fatto di aspettare un figlio equivalga all’essere genitori. Tale affermazione presenta un grave vizio di fondo: la maggior parte delle coppie non decide di diventare genitori ma “semplicemente” di avere un figlio.

Diventare genitore infatti vuol dire assumersi delle responsabilità, farsi carico dei bisogni del proprio figlio e soprattutto avere le capacità adeguate per appagare tali esigenze. Il mestiere del genitore, insomma, è qualcosa che richiede tempo, anni e anni di pratica, è un percorso complesso di adattamento, elaborazione e tolleranza delle frustrazioni.

Genitorialità: desiderio di gravidanza o desiderio di un figlio?

A tal proposito pare opportuno distinguere tra due concetti: desiderio di gravidanza e desiderio di un figlio come soggetto distinto da sé. Nel primo caso, nella donna, prevale il desiderio narcisistico di sperimentare sentimenti di pienezza e di mettere alla prova il proprio corpo per dimostrare a sé e agli altri che funziona bene tanto quanto quello della madre; nel secondo caso, l’interesse è spostato sul bambino considerato un oggetto separato da sé con cui stabilire una relazione in cui prevale dunque una disponibilità ad occuparsi e prendersi cura del bambino (Bydlowski, 1984, pag. 20 ; Pines, 1982, 1988).

Queste due componenti sono presenti contemporaneamente quasi in ogni progetto di genitorialità affrontato consapevolmente ma possono anche presentarsi disgiunte determinando quadri clinici diversi. Un esempio potrebbe essere quello delle coppie che decidono di sottoporsi a fecondazione assistita nel tentativo di superare l’ostacolo biologico dell’infertilità. Di fronte all’obiettivo primario, cioè realizzare la gravidanza nel suo significato puramente procreativo, potrebbe essere difficile per questi genitori confrontarsi emotivamente con il bambino reale in quanto il lavoro della genitorialità e dunque del diventare genitori, inteso come quel processo di elaborazioni intrapsichiche che l’acquisizione del nuovo ruolo impone alla coppia, può essere reso difficile da una costrizione affettiva che per molto tempo li ha protetti da quella vulnerabilità psicologica conseguente all’incapacità di procreare.

Inoltre non bisogna dimenticare che avere un bambino è un evento importante per la maturità e lo sviluppo sia personale che della coppia. A livello individuale significa acquisire una nuova identità, come madre o come padre, a livello di coppia può rappresentare invece la realizzazione di un progetto condiviso che può essere realizzato solo attraverso il legame con l’altro. L’arrivo di un figlio è un evento che assume importanti significati anche a livello sociale e intergenerazionale: consente all’essere umano di espletare il suo ruolo sociale conservando e garantendo la prosecuzione della specie.

Secondo Anthony e Benedek (1970), ogni genitore rappresenta un anello nella catena delle generazioni e attraverso la funzione genitoriale mantiene il continuum biologico, psicologico e culturale del proprio patrimonio familiare. Per quanto riguarda l’esperienza della genitorialità, inoltre, è possibile distinguere due tipi di modelli di comportamento a cui ognuno di noi fa riferimento: il primo è quello basato sull’imitazione in cui si aderisce al modello proposto dai propri genitori e si cercano di riprodurre le condizioni, le relazioni e i modelli educativi della propria esperienza per mantenere attivo il proprio romanzo familiare; il secondo è quello basato sulla contrapposizione in cui ci si propone di modificare il modello genitoriale che appartiene alla propria storia familiare per evitare ai figli quelle esperienze che sono state fonte di conflitto e sofferenza. Diventare genitori quindi può essere considerato, da un punto di vista psicologico, un’esperienza che attiva un processo di sviluppo e cambiamento in ogni soggetto e lo mantiene lungo un percorso in cui i ruoli e le relazioni sono in continua trasformazione.

Maternità: dalla gravidanza alla nascita

Attraverso i nove mesi della gravidanza i futuri genitori hanno la possibilità di prepararsi sia fisicamente che psicologicamente al nuovo ruolo che li attende. Nell’ambito della letteratura psicoanalitica diversi autori si sono interessati al tema della gravidanza. Freud, per primo, parla di gravidanza riferendosi allo sviluppo infantile: il desiderio di maternità si presenta, inizialmente, nella fase edipica, in cui la bambina considera il figlio come frutto della relazione con il padre, successivamente questo desiderio di maternità viene attribuito all’attaccamento preedipico con la madre (Freud, 1915, 1931, 1932).

Successivamente, la Bibring (1959) parla di gravidanza immaginandola come un periodo di crisi maturativa in cui la donna sperimenta un punto di svolta irreversibile del proprio ciclo di vita in cui rivive conflitti ed esperienze passate riguardanti le prime relazioni e identificazioni con la propria madre. Questa crisi maturativa viene vissuta dalla donna come un momento cruciale del proprio ciclo di vita che la condurrà ad un livello di integrazione più maturo in cui potrà elaborare e risolvere tutti i precedenti conflitti. Il concetto di crisi assume quindi una doppia valenza: evolutiva, in base a quanto detto in precedenza, e di vulnerabilità in quanto la donna, attraverso un profondo periodo di destrutturazione e riorganizzazione della propria identità, potrebbe vivere i propri cambiamenti fisici come una minaccia alla propria integrità (Bibring, 1959). I cambiamenti prodotti dalla gravidanza possono essere paragonati, in quest’ottica, ai cambiamenti che si verificano in altri due periodi cruciali nello sviluppo di ogni donna ovvero la pubertà e la menopausa (Pazzagli, Benvenuti, Rossi Monti, 1981). Altri autori hanno invece ritenuto opportuno sottolineare l’importanza della relazione reale e fantasmatica che ogni donna ha avuto con la propria madre. L’esperienza di una “buona immagine materna” permetterà alla donna, durante la fase di regressione tipica della gravidanza,

La regressione però può essere vissuta anche come esperienza dolorosa in quanto determina la riattivazione di desideri di fusione con la propria madre comportando il fallimento della propria differenziazione-separazione (Pines, 1982).

Genitorialità: la coppia nelle fasi psicologiche della gravidanza

La gravidanza, definito come quel processo psicologico di adattamento alla nuova realtà e di elaborazione dei cambiamenti rispetto alla vita precedente, può essere distinto in tre periodi ognuno dei quali corrisponde a tre diverse fasi dello sviluppo fetale (Brazelton, Cramer,1990).

Nel primo stadio, la novità della gravidanza è accompagnata dai mutamenti del corpo della madre ma non è ancora evidente l’esistenza del feto. In questo momento i genitori sanno di essere entrati in una nuova fase della loro vita nella quale la dipendenza dai loro genitori deve lasciare spazio alla responsabilità e il rapporto di coppia deve modificarsi in un rapporto a tre.

Nel secondo stadio i genitori cominciano a riconoscere il feto come un essere che alla fine verrà separato dalla madre. Attraverso la percezione dei movimentali fetali, la madre comincia a individuare il bambino come diverso da sé e come possibile oggetto di una relazione. È probabile che la donna in questa fase si identifichi con il feto e riviva l’esperienza di simbiosi con la propria madre attraverso la mediazione del bambino, giungendo a quella fase di regressioni di cui parlava Pines (1982). Se il bisogno di dipendenza dalla madre è troppo grande e inappagato, la donna può vivere il bambino come rivale e il ruolo materno come frustrazione dei suoi bisogni. Questa identificazione simbiotica con il bambino rappresenta una fonte di conoscenza empatica essenziale affinché si stabilisca una relazione “sufficientemente buona” tra madre e figlio dopo la nascita (Winnicott, 1958).

Nel terzo stadio i genitori iniziano a sperimentare il figlio come individuo e anche il feto contribuisce attivamente alla propria individuazione con ritmi e livelli di attività crescenti. È proprio in questa fase che i movimenti fetali, influenzati dai vari stimoli esterni, si fanno più assidui ed iniziano a essere riconosciuti dai genitori che gli attribuiscono intenzionalità e caratteristiche personali. In questo periodo i genitori iniziano a preparare la casa per accogliere il neonato, fanno progetti su come allevarlo e gli attribuiscono caratteristiche fisiche e caratteriali per renderlo meno estraneo. Prende forma a questo punto nella mente dei genitori il cosiddetto “bambino immaginario”, cioè un’immagine di un figlio che corrisponde alle fantasie coscienti dei genitori sul bambino non ancora conosciuto. Questa immagine si sovrappone a quella del “bambino fantasmatico” o “bambino del sogno” di cui parla Vegetti Finzi (1991), ovvero quell’immagine riparatrice di ogni solitudine e sofferenza che ogni bambino immagina, ricollegabile alle fantasie inconsce dell’infanzia in cui si intrecciano le relazioni oggettuali personali della madre e i conflitti con le sue immagini parentali.

Contemporaneamente può formarsi l’immagine del “bambino mitico” che corrisponde agli elementi culturali che rappresentano l’involucro della genitorialità e dell’educazione del bambino (Lebovici, 1989a, 1989b). Inoltre, nelle fantasie materne, il bambino può assolvere funzioni “messianiche” attraverso le quali la madre viene riscattata o può essere immaginato come un “parassita” che rimanda a tendenze orali che hanno lo scopo di svuotare il sé materno. Sono presenti anche delle fantasie relative a sé come madre: la donna può rappresentarsi come “madre salvifica”, disposta a tutto pur di salvare il proprio figlio; come “madre terra” capace di donare la vita e come “madre seduttiva” che tiene il figlio legato a sé (Ferenczi, 1914). Il lavoro della gravidanza corrisponde quindi a una riorganizzazione totale dell’immagine di sé, in cui si assiste ad una continua oscillazione tra realtà e fantasia in cui un preminente sbilanciamento nei confronti dell’uno o dell’altro polo può rendere difficoltoso l’adattamento alla realtà (quando prevale l’aspetto fantasmatico) o può determinare, viceversa, una negazione del processo della gravidanza (quando si verifica una limitazione delle fantasie). Dal canto suo Pines (1972, 1982) distingue quattro stadi all’interno del processo gravidico:

  1. il primo stadio va dal concepimento alla percezione dei movimenti fetali. Assistiamo ad una regressione e “passività” come conseguenza dei cambiamenti ormonali. Possono presentarsi anche sintomi psicosomatici come nausea e vomito che rappresentano il tentativo di “espellere” il bambino ritornando alla condizione precedente;
  2. il secondo stadio va dalla percezione dei movimenti fetali fino alle ultime fasi della gravidanza. Il feto, riconosciuto come soggetto indifferenziato, suscita nella donna ansie di perdita;
  3. il terzo stadio racchiude gli ultimi momenti della gravidanza prima di giungere al parto. In questa fase la donna può sperimentare ansie e paure riguardo il travaglio, il parto e la nascita. Non di rado, i giorni che precedono il parto sono accompagnati da ansie di morte come se la nascita di una nuova vita dovesse, per forza di cose, determinare la morte di un’altra persona. È curioso scoprire come tali fantasie non siano presenti solo nella donna ma anche nelle figure familiari e professionali che la circondano (Breen, 1992);
  4. il quarto e ultimo stadio è quello rappresentato dalle fasi successive alla nascita. Questo stadio è noto anche come “decimo mese” (Lebovici, 1983).

Maternità: quali sono le rappresentazioni in gravidanza

Per esplorare le rappresentazioni materne in gravidanza abbiamo a disposizione un’intervista semistrutturata, l’IRMAG (Intervista per le rappresentazioni materne in gravidanza; Ammaniti, Baumgartner, Candelori, Pola, Tambelli, Zampino, 1990) composta da circa quarantuno domande che viene somministrata alla donna in un periodo preferibilmente compreso tra la ventottesima e la trentaduesima settimana di gestazione. Tale periodo infatti rappresenta il giusto compromesso in quanto da una parte i movimenti fetali sono chiaramente percettibili permettendo alla madre di costruire uno spazio intrapsichico dedicato al bambino e dall’altra sono ancora lontane le ansie e le preoccupazioni legate al parto. Questa intervista propone di indagare alcune aree particolari tra cui il desiderio di maternità nella storia personale e della coppia; le emozioni personali, di coppia e familiari alla notizia della gravidanza; le emozioni e i cambiamenti nel corso della gravidanza nella vita personale, di coppia e nel rapporto con la propria madre; la prospettiva del parto; le percezioni, le emozioni e le fantasie relative al “bambino interno”; le aspettative future riguardanti le caratteristiche di sé come madre e le caratteristiche del bambino; la prospettiva storica della madre, riguardante il proprio ruolo attuale e passato di figlia. In base ai punteggi ottenuti all’intervista le donne possono corrispondere a tre diverse categorie di rappresentazioni (Ammaniti, in Ammaniti, Candelori, Pola, Tambelli, 1995):

  • rappresentazioni materne integrate/equilibrate: si tratta di donne che corrispondono alla madre facilitante di Raphael-Leff (1986); presentano un’identità piuttosto stabile e definita e la gravidanza si inscrive senza troppi problemi nella loro storia personale; vivono questa fase con una buona dose di trasporto affettivo. Hanno anche una buona capacità di adattarsi in modo flessibile ai cambiamenti che la gravidanza determina;
  • rappresentazioni materne ristrette/disinvestite: corrispondono perfettamente a tutte le caratteristiche che contraddistinguono la madre regolatrice (Raphael-Leff, 1986); queste donne mostrano una certa piattezza emotiva e tendono a immaginare il bambino come già adulto ignorando quindi la loro funzione accuditiva;
  • rappresentazioni materne non integrate/ambivalenti: sono proprie di quelle donne che vivono la gravidanza, da un punto di vista affettivo, in modo contradditorio mostrando in alcuni momenti eccessivo coinvolgimento ed emozioni di gioia e in altri rabbia e depressione. Anche il rapporto con il partner e con la propria madre è vissuto in modo poco coerente: la madre può apparire a volte come un punto di appoggio a cui aggrapparsi in modo infantile e altre come una figura da cui discostarsi totalmente mostrando una finta autonomia. 

Fonte: http://www.stateofmind.it/2018/10/genitorialita-gravidanza-coppia/

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