hikikimori

Adolescenti che rifiutano il mondo e si chiudono, per mesi o anni, nella propria camera: un fenomeno, inizialmente tutto giapponese, che ormai si sta sempre più diffondendo anche in Italia.Il termine hikikomori significa “stare in disparte, isolarsi” e viene utilizzato per riferirsi a quei giovani che si rifiutano di uscire e di avere rapporti sociali, che passano intere giornate nella loro stanza leggendo, disegnando, giocando con i videogiochi e navigando su Internet, senza avere nessun contatto con il mondo esterno, molte  volte anche familiari inclusi.

Si tratta di adolescenti o giovani adulti che non riescono a reggere il peso delle comuni sfide della crescita, iniziano ad evitare sempre di più il mondo esterno, fino a rinchiudersi totalmente nella propria stanza e ad avere solo contatti virtuali, tramite i social network o i videogiochi.

Sebbene non ci siano ancora delle stime specifiche nel nostro Paese, anche per la difficoltà con cui il fenomeno emerge e si arriva a chiedere aiuto, secondo Hikikomori Italia, si potrebbe parlare di circa 100.000 casi.

Quali sono i primi segnali d’allarme?

I primi segnali arrivano generalmente nel passaggio alla scuola superiore e al suo termine, momenti in cui il ragazzo deve confrontarsi con gli altri, deve affrontare nuove sfide, incontrare insegnanti e compagni di classe nuovi, oppure si trova a dover decidere del proprio futuro e dei propri progetti di vita.

Solitamente la chiusura non avviene in modo netto: il primo segnale d’allarme è rappresentato dal rifiuto sempre più sistematico di andare a scuola, da una graduale inversione del ritmo sonno-veglia, dall’abbandono delle attività sociali o che richiedono un contatto diretto con il mondo esterno e dalla preferenza per le attività solitarie.

Il ritiro sociale può manifestarsi con uno spettro molto ampio, e solitamente in occidente è meno marcato, fino ai casi in cui si trascorre quasi la totalità del tempo chiusi nella propria stanza da letto, dove gli unici rapporti con l’esterno si hanno tramite gli strumenti tecnologici e il mondo virtuale che assumono una valenza positiva, in quanto strumento di compensazione.


Per questi giovani non è facile esprimere quello che hanno dentro, quello che sentono e spesso i familiari almeno inizialmente fanno fatica ad accorgersi di quanto sia profondo il loro disagio, per cui finiscono col vivere una sofferenza silenziosa che sembra non avere altra via di uscita, se non quella dell’isolamento.


Come si manifesta l’hikikomori?

L’hikikomori non è una scelta ma una patologia vera e propria e bisogna fare attenzione a non scambiarla con altri tipi di disturbi, con il rischio di creare grande confusione intorno al fenomeno. Spesso lo si confonde con il disturbo d’ansia, con la depressione o la dipendenza da Internet e dai videogiochi, che semmai possono essere la conseguenza dell’isolamento.

Si tratta di una forma specifica di isolamento, dove non esiste una sola causa, ma alla base sembra esserci una fragilità dei ragazzi, che provano dolore e disagio nel vivere le situazioni sociali. Solitamente, sono ragazzi particolarmente introversi e sensibili, che fanno fatica ad instaurare relazioni soddisfacenti e intime o a gestire situazioni di difficoltà e delusione; inoltre, possono presentare grandi difficoltà familiari.

Inoltre, al di là del rendimento, spesso hanno difficoltà nell’ambiente scolastico che viene vissuto in modo particolarmente negativo per quel che riguarda le relazioni, tanto che molte volte hanno anche una storia di bullismo alle spalle. Generalmente, soffrono le pressioni sociali di dover aderire a certi ideali di perfezione, tanto sottolineati dai media, che provocano in ragazzi così fragili e con scarsa autostima, una demotivazione al confronto, fino al punto da arrivare a rifiutarlo totalmente.

L’isolamento per questi ragazzi, dunque, è una strategia, una sorta di meccanismo di difesa che gli permette di non mettersi in gioco utilizzando il proprio corpo, perché provano vergogna a mostrarsi e ad esporsi, temono lo sguardo degli altri, soprattutto dei coetanei, così si ritirano in una clausura tecnologica, in cui le relazioni virtuali non necessitano di un’esposizione fisica per cui ci si può nascondere dietro un avatar.