Facciamo del Bene agli altri (e a noi stesse) dalla rivista “Natural Style” di Febbraio 2026

FEBBRAIO 8, 2026

Queste cinque storie, così diverse per linguaggi e contesti, condividono una stessa radice: il prendersi cura. Non come gesto eroico o astratto, ma come pratica concreta e quotidiana, fatta di tempo donato, di ascolto, di azioni che passano attraverso i corpi e le relazioni. In modi differenti, ognuna racconta come il bene prenda forma quando diventa incontro: con la fragilità, con il dolore, con il bisogno dell’altro.

Ho voluto dedicare la prefazione di questo articolo a queste esperienze perché mostrano che il fare del bene non è un’idea, ma una relazione viva. Cambiano i mezzi — un taxi, un tocco, dei capelli, un’app, le mani — ma non l’intenzione: accompagnare l’altro senza sostituirsi a lui, offrendo cura senza annullarsi. È da qui che nasce il mio sguardo su queste storie: un tentativo di leggerle non solo come atti di altruismo, ma come azioni che generano significato, capaci di trasformare chi riceve e chi dona.

Il primo filo conduttore è proprio questo: fare del bene come atto che nasce dall’ascolto dell’altro, ma che inevitabilmente passa anche da sé, del proprio dolore, delle proprie ferite, da ciò che chiede di essere trasformato.

Nessuna di queste donne si pone come “salvatrice”. Al contrario, ognuna ha attraversato — o sta attraversando — una ferita: un lutto, un dolore fisico o emotivo, una malattia, un cambiamento radicale dell’identità, un divario critico tra chi ha bisogno urgente di sangue e chi vorrebbe donarlo ma è bloccato dalla mancanza di informazioni e ha solo le mani come strumento di cura e sostegno.

Il dono agli altri non cancella la sofferenza, ma le dà una direzione. È qui che torna il significato originario di felix: non una felicità euforica, ma una vita che genera, che produce un senso appagante.

Il secondo elemento che le accomuna è la corporeità. Il corpo è sempre presente: nel taxi che diventa spazio emotivo, nel tocco che disinnesca il trauma, nei capelli che restituiscono riconoscibilità, nel sangue che scorre e salva, nei piedi che raccontano la nostra storia. 

Il messaggio è chiaro: il benessere non è solo mentale, ma passa attraverso gesti concreti, sensoriali, personificati.

Il terzo elemento è la relazione. Nessuna di queste esperienze è solitaria. L’altruismo qui, tutto al femminile, non è sacrificio, ma scambio: chi dà riceve, chi cura viene curata, chi sostiene a volte è sostenuta. È una reciprocità gentile che rompe l’idea che per amare gli altri si debba annullare se stesse.

Il quarto elemento è il rispetto della dignità dell’altro. Il taxi colorato non nega la malattia, ma la attraversa rifrasandola con leggerezza; il lavoro corporeo non promette soluzioni miracolose, ma consapevolezza; le tricoprotesi non nascondono per forza la chemioterapia, ma restituiscono la libertà di poter ancora scegliere. Nella storia “app per donare il sangue” la dignità dell’altro sta nel modo in cui il bisogno non viene mai ridotto a emergenza anonima o a numero. Chi ha bisogno di sangue non è “un problema da risolvere”, ma una persona la cui vita merita attenzione, organizzazione, cura. 

Nell’ultima storia, invece, quella della operatrice olistica, il rispetto della dignità è ancora più esplicito e intimo. Sta nell’ascolto, nel contatto, nel tempo dedicato a chi è stato ferito nel corpo o nella storia personale.

Fare del bene, in questi casi, non significa “aggiustare” qualcuno, ma accompagnarlo, offrendo strumenti perché possa sentirsi ancora protagonista della propria vita.

Eppure, proprio perché il fare del bene è così potente, porta con sé anche dei rischi. Il primo è quello di trasformarlo in un dovere costante, in una misura del proprio valore. Quando l’aiuto diventa l’unico modo per sentirsi utili o degni di amore, si rischia di entrare in un loop pericoloso: non è mai abbastanza, si potrebbe fare di più, per più persone, sacrificando sé stessi. L’altruismo, se non ha confini, può diventare una forma sottile di autoannullamento.

Ci potrebbe essere il rischio di confondere il prendersi cura con il caricarsi di tutto. Fare del bene non significa farsi carico della sofferenza altrui senza filtri, né rinunciare ai propri limiti umani. Al contrario, riconoscerli è una forma di responsabilità: verso sé stessi e verso gli altri. Anche dire “Oggi non ce la faccio” è un atto di autenticità che protegge la relazione e impedisce che il dono si trasformi in esaurimento o risentimento.

Forse la riflessione più importante che emerge da queste storie è che il bene non va misurato in quantità, ma in presenza. Non conta quante persone aiutiamo, ma come lo facciamo. Se il gesto nasce da un contatto sincero con i propri valori e con i propri confini, allora diventa davvero fertile: per chi lo riceve e per chi lo compie. È in questo equilibrio — tra apertura e cura di sé, tra dono e rispetto dei propri limiti — che il fare del bene smette di essere una corsa infinita e diventa, semplicemente, una forma possibile di vita piena.

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