Pandemia e bisogni: la scoperta del Sé come regolatore dell’ansia

Sono gli adulti che hanno trovato un equilibrio tra ansia e paure ad essere in grado di aiutare bambini e adolescenti ad esprimere e gestire le emozioni suscitate dalla pandemia.

Il modello globale della società contemporanea è stato notevolmente messo in crisi dalla pandemia Covid, non solo per il ridimensionamento della sua aspirazione all’allargamento dei confini fisici ma anche per la frustrazione dei bisogni intrinseci, afferenti alla sfera del soggetto in rapporto con se stesso. Come Maslow ci ricorda, (in Motivation and Personality del 1954) i bisogni sono il propulsore della persona e in base al loro ordine gerarchico influenzano più o meno ampiamente i suoi vari aspetti: da quelli esclusivamente fisiologici fino ad arrivare alla psiche. Con la nuova situazione emergenziale che siamo stati tutti costretti a vivere, dalla famosa piramide con cui Maslow li ha classificati, i veri bisogni emergenti non sono stati quelli di base (mangiare, bere, dormire), bensì i bisogni sociali e di realizzazione del Sé. In particolare, gli adolescenti e i bambini sono stati travolti dall’emergenza sanitaria e menomati nelle loro più ordinarie ed esistenziali aspirazioni: la socialità, l’educazione, il movimento fisico, il gioco, le attività ricreative, ma anche la motivazione a fare, la paura. Quali ricadute emotive ci possono essere sui ragazzi? Com’è possibile attuare un supporto adeguato alla loro età e alle loro esigenze per affrontare le conseguenze delle ripercussioni della pandemia?

Pandemia e bisogni in età evolutiva

La risposta a queste domande non è un fare, non una strategia, un modello di comportamenti da applicare, ma la riscoperta che l’origine del senso di sicurezza nel bambino è in una relazione.

È in essa, esprimendosi in una riflessione apparentemente assai elementare, l’unica possibilità di accorgersi primariamente dei loro bisogni.

Chi deve accorgersi dei loro bisogni primari? Quegli adulti che, avendo trovato un personale equilibrio tra ansia e paure, possano aiutare i minori ad esprimere le loro emozioni e affrontare rispettive paura e ansia. Si tratta qui di bisogni altrettanto primari, anche se non sono come il mangiare e il bere.

Non è affatto scontato che questi adulti siano i genitori, ma questi possono essere messi in grado attraverso un sostegno alla genitorialità, ad ampio spettro, di acquisire la consapevolezza dei loro limiti e dei loro punti di forza. Per i più piccoli, in particolare, è fondamentale la possibilità di immedesimazione con le potenzialità riparatrici dell’adulto: da questi essi possono imparare, non tanto dei comportamenti, quanto lo sguardo con cui essi si muovono nella realtà. I bambini imparano per osmosi, respirano l’essere dei genitori più che assimilare i loro precetti, seppure saggi e legittimi, funzionali, in molte situazioni. Infatti, i piccoli sono più spaventati dalla paura dell’adulto che dalla paura che nasce direttamente dal pericolo.

L’esperienza mostra con evidenza quanto sia fondamentale restare su un piano di realtà: i genitori non sono invincibili, non sono super-eroi, ma persone che mostrano come si possa stare umanamente di fronte ai pericoli, anche quelli invisibili dei virus. Come si evince, in programma non c’è un fare, delle regole da applicare e far applicare, ma la consapevolezza di una relazione, di essere in relazione con i propri figli. Da questa consapevolezza nasce pure un fare, ma secondariamente.

Come ci ricorda Kohut (e la sua Psicologia del Sé), il punto centrale dell’educazione (che è quel tipo peculiare di relazione che intercorre tra genitori e figli) è porre il focus sulle relazioni esterne come condizione per l’autostima e la coesione del Sé.

Possiamo capire di più di questa relazione se ne consideriamo l’elemento centrale: il Sé, fulcro della teorizzazione di Kohut. Si tratta di un concetto che si riferisce ad un aspetto molto reale e concreto della personalità – di un adulto e di un bambino –  perché la vita psicologica fin dal suo inizio è una relazione tra il Sé e l’oggetto-Sé. Quest’ultimo è, nel tema che stiamo trattando, il genitore, ed ha una funzione di supporto narcisistico allo sviluppo dell’identità del bambino.

Ci viene in soccorso la psicoanalisi per mostrare un dato di realtà: i genitori (o il caregiver in generale) concorrono sia al mantenimento degli investimenti del Sé, sia all’esperienza nei figli di sentire i genitori stessi come parte del proprio Sé. Kohut chiama internalizzazione trasmutante quel processo naturale attraverso cui il bambino assimila a poco a poco le funzioni psicologiche, che gli sono fornite inizialmente dall’oggetto esterno.

Prima di un evento terrorizzante, come può essere lo stravolgimento dello stile di vita causato dalla pandemia, vi è pertanto la personalità; l’evento terrorizzante non infierisce su un terreno incolto, ma su un campo con una sua precisa destinazione a coltura, coltivata dalla relazione genitoriale: una personalità che, nel rapporto con i genitori, ha potuto prendere una direzione piuttosto che un’altra.

Lo sviluppo equilibrato e funzionale si appoggia su un ambiente responsivo nei confronti dei bisogni del bambino, ma questi bisogni sono innanzitutto di legame e di appoggio.

Dopo Freud, sia esso investito di libido o di affetti, che sia interno oppure esterno, è incontestabile che l’oggetto (in psicoanalisi si intende la persona, qui il genitore) svolga una funzione essenziale nel processo di maturazione e sviluppo del bambino, attraverso cui passa quel nutrimento emozionale, primario bisogno.

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO FONTE https://www.stateofmind.it/2021/12/pandemia-bambini-adolescenti/

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